Villa Triste

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Tradotto da A. e A. Cattabiani e pubblicato da Bompiani nel 2014, Villa Triste è un romanzo del 1975, di un Patrick Modiano non ancora trentenne ma già perfettamente maturo. Vi sono tutti i temi modianeschi: il tentativo nostalgico di recuperare un passato che svanisce, mediante atti di memoria volontaria; l’identità insicura del soggetto narrante; la fragilità e transitorietà dei rapporti amorosi e delle amicizie; il mascheramento e la problematicità dei nomi; il nascondimento dell’essere ebrei. In questo romanzo si aggiunge una variazione sul tema dell’identità fragile: il proprietario della casa che dà il nome alla stessa e indirettamente al libro, il dottor Meinthe, è un omosessuale che al travaglio dell’identità personale aggiunge quello della sua professione medica, che presenta lati oscuri, mentre la voce narrante ai tempi della vicenda narrata si fa chiamare con un nome che non è suo, presentandosi come l’esotico conte Chmara. E anche del nostalgico narratore, che rivive il suo amore di 12 anni prima, e che in quel tempo viveva sotto falsa identità una vita instabile, nulla sappiamo di certo, come ben poco della bella aspirante attrice Yvonne, con la quale vive una relazione che sembra strettissima e alla fine si rivela illusoria. Le tele tessute da Modiano sono variopinte ma trasparenti, sono veli di Maia.
L’incipit esplicita uno dei nuclei generatori della narrativa di Modiano: «Hanno demolito l’Hotel de Verdun. Era un bizzarro edificio di fronte alla stazione, circondato da una veranda di legno che stava marcendo. I commessi viaggiatori andavano a dormirvi fra due treni. Si diceva che fosse un albergo per coppiette. Anche il vicino caffè, a forma di rotonda, è scomparso. Come si chiamava? Café des cadrans o Café de l’Avenir? Fra le stazioni e le aiuole della Place Albert-Ier c’è adesso un gran vuoto».

L’aperto

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lapert.jpgChe cosa si intende per verità? E per realtà? Ovviamente questa doppia domanda è filosoficamente ingenua, anche perché evoca subito la questione del che cosa e apre la strada all’aporia. E tuttavia come non impelagarsi in questioni del genere quando ogni libro che si rispetti, nell’ultimo secolo secondo i modi tipici del modernismo e del postmodernismo, finisce per porre al lettore siffatti interrogativi, anche ove la coscienza dell’autore, in quanto è manifesta nel libro stesso, ne sembri estranea? Forse nessuna cultura ha il potere di definire in modo stabile questi concetti, ma quello della semplice vita? Secondo Giorgio Agamben, nella nostra cultura il concetto della vita non viene mai definito come tale. Con questa affermazione inizia il suo L’aperto (Bollati Boringhieri, Torino 2002), che reca il sottotitolo L’uomo e l’animale e costituisce un complemento al famoso e bellissimo Homo sacer (Einaudi 1995). L’aperto mi pare un libro…

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Come cavalli che dormono in piedi

rumizC’è un vuoto immenso nella memoria storica dei popoli europei, un vuoto che si può toccare con mano in questi nostri anni in cui dall’Atlantico agli Urali è tutto un fermentare di nazionalismi e autonomismi anche violenti: un oblio profondo si è disteso fin dalla fine del primo conflitto mondiale sulle terribili vicende del fronte orientale, quello che dal 1914 vide l’Impero austro-ungarico scontrarsi prima con la Serbia e poi con la Russia. All’Est la Prima Guerra Mondiale non ha avuto quella forma che siamo soliti associarle, che deriva dalla guerra in Francia e Italia: la trincea, gli assalti sanguinosi per conquistare poche centinaia di metri, il massacro statico per così dire. All’Est grandi battaglie di movimento, avanzate e ritirate di centinaia di chilometri, e anche là milioni di morti e feriti e prigionieri. La cui memoria sembra dissolta. Il bel libro di Paolo Rumiz Come cavalli che dormono in piedi (Feltrinelli 2014, io ho in mano la quinta edizione del marzo 2015) è insieme un’appassionata ricerca di testimonianze e una fantasmagoria di un mondo di morti che parlano, cantano e narrano le loro vicende sepolte. Un epos ricchissimo di umanità e di pietà, e insieme lucido penetrante. Una ricerca che tra le motivazioni ha forte quella familiare (il nonno dell’autore combatté, come molti italiani del nordest, sudditi austriaci, sul fronte orientale). Dal solo Trentino furono cinquantamila i ragazzi mandati a combattere contro i Russi, in quella lotta mortale tra due imperi agonizzanti, ragazzi che tornando a casa avrebbero trovato incomprensione e disonore anche se carichi di medaglie per atti di eroismo. Questo è un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole: perché mostra quanto sia fragile la nostra Europa, quanto la pace sia precaria, e come le faglie che hanno determinato il grande terremoto della prima catastrofe mondiale siano sempre vive e operanti, dalla Bosnia all’Ucraina, in quell’Est da cui gli Europei dell’Ovest preferiscono in genere distogliere lo sguardo. Rumiz cita spesso canti popolari, come questo che evoca una situazione eternamente ricorrente in tutte le nazioni.

Quando fui sui Monti Scarpazi
miserere sentivo cantar
ti ho cercato tra il vento e i crepazi
ma una croce soltanto ho trovà.
Oh mio sposo eri andato soldato
per difendere l’imperator
ma la morte quassù hai trovato
e mai più non potrai ritornar. (p.15)

Gabbiani

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Nell’autunno del 1958 ero in terza elementare, alla scuola “Bernardo Canal” di Venezia. Dal mio banco vedevo attraverso la finestra il tetto della casa adiacente, e un alto comignolo. Essendo un contemplativo, spesso mi incantavo guardando fuori, e seguendo pensieri e sogni in cui mi perdevo. Su quel comignolo si posava spesso un grande gabbiano. A quell’epoca a Venezia la maggioranza dei gabbiani apparteneva alla specie gabbiano comune, che è andata rarefacendosi, soppiantata dal gabbiano reale, di cui appunto quello era un poderoso rappresentante. Era davvero un uccello regale. Stava immobile, e faceva solo piccoli movimenti composti. Mi sembrava colmo di dignità, e per così dire un qualcosa di spirituale. I Veneziani chiamano quei gabbiani magòghe (sing. magòga, femminile), mentre il gabbiano comune è cocàl (pl. cocài). Di una persona che appare instupidita si dice che è un incocalìo, cioè divenuto simile a un gabbiano, di cui evidentemente…

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Can We Survive Our Origins?

untitledCan We Survive Our Origins? reca come sottotitolo Readings in René Girard’s Theory of Violence and the Sacred. Le origini a cui è difficile per l’umanità sopravvivere sono quelle violente dell’umanità stessa, che ne hanno sempre condizionato gli sviluppi. Pubblicato da Michigan State University Press nel 2015 per la cura di Pierpaolo Antonello e Paul Gifford, il libro è una raccolta di saggi incentrati sulla curvatura apocalittica dell’ultimo Girard, il cui testo capitale è Portando Clausewitz all’estremo. I saggi non hanno tutti lo stesso orientamento: ve ne sono di critici o molto critici verso idee girardiane fondamentali, come quello di Jean-Pierre Dupuy, che si conclude con l’affermazione che «deve essere detto e ripetuto che la teoria di Girard conduce inevitabilmente al relativismo politico e perfino al nichilismo politico». (p.264) Il nodo centrale è individuato  nella prefazione di Rowan Williams: «Il contenimento della spirale del desiderio competitivo mediante violenza sacrificale/sacralizzata costituisce il punto di intersezione tra “natura” e “cultura”». (p.xii) Si tratta di un punto di intersezione altamente problematico, che costituisce anche il discrimine su cui si infrangono molti tentativi di dare un tenore scientifico a quello che è un discorso che si è andato sempre più impregnando di valenze religiose, essenzialmente cristiane, o addirittura cattoliche (la ricezione di Girard in ambiente cristiano è del resto sensibilmente più elevata che altrove, e anche la lettura di questi saggi lo prova). La messe in questo libro è abbondante, gli spunti di riflessione sono numerosi. Quella che mi è sorta spontanea riguarda l’ambiguità inerente all’idea del capro espiatorio. L’universalizzazione di questo principio nella nostra società occidentale vittimistico-vittimaria si presta infatti ad un suo uso massiccio in termini nuovi: nel senso che ognuno può rinfacciare a singoli, gruppi, o addirittura nazioni, di praticare lo scapegoating su scala più o meno vasta, fino a concepire, come fa Michael Northcott nel suo saggio Girard, Climate Change, and Apocalypse, la stessa Madre Terra come vittima innocente, e i negatori dei cambiamenti climatici come quelli che della natura fanno un capro espiatorio. Qui la disponibilità del principio del capro espiatorio ad una pluralità di interpretazioni e di usi conflittuali è evidente, perché seguendo il Leopardi della Ginestra si potrebbe rinfacciare ai sostenitori più accesi dei cambiamenti climatici come causati dal capitalismo di fare dei loro oppositori, del sistema industriale ecc. il più grande capro espiatorio umano della storia. La natura non essendo umana, e nemmeno animale, fatica non poco a rivestire il ruolo che originariamente svolge il capro espiatorio nella teoria girardiana, e inevitabilmente saranno esseri umani a prenderne il posto .

La menzogna di Ulisse

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gio.jpgIl divino, l’animale e l’umano non sono separati da una chiara linea di demarcazione nel primo romanzo di Jean Giono, La menzogna di Ulisse (1927 – tradotto in italiano da B. Bruno per la Biblioteca del Vascello, Roma 1994). Il titolo originario sembra quello di un saggio: Naissance de l’Odyssée, e come Nascita dell’Odissea viene ora riproposto da Guanda. Il mondo di questo Ulisse gioniano è bensì mediterraneo, ma non appare, se non superficialmente, connotato da quelle intenzioni para-filologiche che distinguono molti romanzi novecenteschi ambientati nell’antichità. Come il nobile ma fallito tentativo di Vintila Horia di narrare la vita di Platone ne La settima lettera (Rizzoli 2000), o quello di narrare la vita di una Pizia operato da William Golding ne La doppia voce (Corbaccio 1996). Questo Ulisse mangia pomodori, qualche volta, ed è in sostanza un cialtrone sognatore e donnaiolo, che tarda a tornare in patria perché gli…

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L’ordine delle stelle

copUn’opera prima, ma vasta, corposa, e ben matura, L’ordine delle stelle di Monika Zeiner (trad. it. di R. Gado, Keller 2015). Solo che non si intitola originariamente L’ordine delle stelle, e basta, ma Die Ordnung der Sterne über Como. Ora, quell’über Como, ovvero sopra Como, non è affatto pleonastico, ma essenziale nel rapporto tra il romanzo e il suo titolo. Poiché l’ordine delle stelle evoca il Fato, l’inesorabile meccanismo cosmico che macina le vite degli umani, in generale; mentre l’ordine delle stelle sopra Como dice una particolare contingenza, un’ articolazione locale e individualizzata di quel meccanismo: e qui, in un romanzo, è sempre la particolarità dei destini individuali quella che interroga dialetticamente l’universo, alla ricerca di un senso delle vicende umane che sembra inesorabilmente sottrarsi, lasciando gli abitanti dell’Occidente sul ciglio del burrone, come accade al protagonista Tom Holler. Costui è un musicista di talento ma un fallito nella vita sentimentale e nell’amicizia, in un certo senso un uomo la cui formazione si è interrotta e che vive in un limbo angosciato. Storia di amore e di amicizia, L’ordine delle stelle si inserisce nella vasta schiera dei romanzi contemporanei in cui il nichilismo, interrogato, risponde: in modo vago, indefinito, lontano e a volte ammaliante.

Ma l’inverno viene e va come un alito bianco. Glielo aveva detto un giorno sua nonna quando era bambino: la vita vista dalla vecchiaia, dalla fine, è come l’alito di un respiro, come quando si apre la finestra al gelo e si guarda fuori, niente di più. Tom si era immaginato spesso la nonna affacciata alla finestra soffiare per un istante il proprio fiato bianco nell’aria ghiacciata, richiudere le ante e ritirarsi nell’oscurità da cui era venuta. (p. 510)

Il rione dei ragazzi

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mah1.jpgIl rione dei ragazzi di Naghib Mahfuz (1959, pubblicato in Italia da Tullio Pironti, Napoli 2001, trad. M. Murzi) è un romanzo ambizioso. Non conosco sufficientemente la letteratura araba, ed egiziana in particolare, per poter dire se letterariamente questo sia un bel libro all’interno della tradizione cui appartiene, e tuttavia, dato che è un romanzo, cioè appartiene ad un genere internazionale e inter-culturale sì, ma germinato dalla cultura occidentale, credo di doverlo definire un libro almeno in parte fallito. Nobilmente però. È fallito, secondo me, come romanzo. I suoi personaggi sono tanto più deboli come personaggi, quanto più in Mahfuz è forte l’ambizione di farne delle figure simboliche. E che figure simboliche! Il rione o quartiere del titolo sorge intorno alla casa di un uomo potentissimo, il fondatore, Ghabalawi (figura di Abramo) che continua a vivere nascosto nel succedersi delle generazioni che lo venerano e lo invocano pur non vedendolo mai. Esse…

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Il silenzio

il-silenzio-max-frischIn realtà si intitola Antwort aus der Stille, ovvero Risposta dal silenzio, questo lungo racconto di Max Frisch del 1936. Intitolarlo nella traduzione italiana (trad. di P. del Zoppo, Del Vecchio  2010) semplicemente Il silenzio significa togliergli qualcosa di importante. A volte i titoli assegnati dagli editori italiani alle traduzioni che pubblicano mi lasciano interdetto. E questo è uno dei casi. Perché il testo del venticinquenne Frisch è illuminato dal titolo, come spesso accade ai libri. E Risposta dal silenzio è tutta un’altra cosa: ha una sua intima dialettica, una profondità multipla, che la riduzione a Il silenzio annienta. La risposta che il protagonista, un trentenne giunto ad una sorta di  resa dei conti finale con la sua ansiosa attesa di una realizzazione e di una pienezza di vita che non arrivano mai, otterrà infine da una ascensione in montagna al limite delle forze umane è l’oggetto della narrazione, il suo centro. Qui non abbiamo un generico silenzio, abbiamo il silenzio di quella montagna, il silenzio di fronte ad un’interrogazione e ad un’azione, un silenzio che può contenere una risposta, o essere esso stesso la risposta, o tutte e due le cose insieme. Il testo di Frisch ha dei lati di immaturità, come ci si può attendere da un venticinquenne che affronti una lotta metafisica, ma presenta una qualità letteraria di prim’ordine: come una serie di variazioni su temi di grandi sinfonie romantiche in un quartetto scritto da un grande musicista del novecento  nella prima fase della sua carriera. Per questo, il titolo andava salvaguardato nella sua pienezza di significato.

17 anni

Avatar di Fabio BrottoGuido e l'autismo

11742763_998217186875219_1520558810067818346_nGuido,  tu oggi compi diciassette anni. Ma non lo sai: la tua mente non è in grado di rappresentarsi il tempo, non ha la capacità di imprimere un ordine al succedersi dei fenomeni, un ordine indipendente dalla loro particolarità. Per te esiste solo una sequenza di atti, di percezioni: sprovvisto di rappresentazione come sei, non ti si addicono nemmeno le categorie di previsione e di ricordo. Sia la previsione che il ricordo, infatti, non esistono compiutamente se non vi è alcuna possibilità di rappresentazione astratta del quadro temporale, che può certo, come sovente fa, flettersi, deformarsi – in forza di quelle sospensioni, di quei rallentamenti, di quelle accelerazioni temporali di cui tutti abbiamo fatto esperienza, le quali tuttavia trovano il loro senso solo nel riferirsi ad un ideale quadro temporale condiviso da tutti gli umani. Mancandoti il logos, il tempo per te, Guido, costituisce la stessa realtà che è per gli…

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