Conrad’s Shadow

lawtoo-conrads-shadowIl primo libro di Nidesh Lawtoo che ho letto è The Phantom of the Ego, necessaria premessa alla lettura di questo Conrad’s Shadow (sottotitolo: Catastrophe, Mimesis, Theory), edito da Michigan State Univerity Press nel 2016, un testo ricchissimo di idee ed estremamente acuto nell’analisi della vasta produzione del grande scrittore polacco in lingua inglese. Un libro anche di lettura estremamente impegnativa, nonostante la brillantezza della scrittura dello studioso. Da Nietzsche ai film legati a Conrad come Apocalypse Now di Coppola a Sabotage di Hitchcock, Lawtoo elabora la sua analisi della metafisica dell’orrore e della natura proteana del soggetto contemporaneo. Joseph Conrad ne esce come un gigante della letteratura e del pensiero. Condivido questo giudizio.

Questo è un mondo strano, nel quale l’ombra non segue le forme originali, ma piuttosto contribuisce a portare materialmente all’essere queste forme. Così che la questione non è più quella di smascherare il modo in cui i media simulano la realtà, generando copie dei fatti, ovvero ombre senza sostanza. Piuttosto la questione è rendersi conto che la maschera ha effetti materiali e in-forma il soggetto che essa copre proprio nella sua stessa sostanza ontologica, lungo linee che oltrepassano la distinzione tra superficie e profondità, copia e originale, idee e materia, ombre surreali e figure reali.
(p. 325)

Micronote 62

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  1. “Tutta questa luce ci ucciderà,” dissero. “Scaviamoci dunque delle tane oscure, nelle quali conservare intatte le nostre credenze e le illusioni che ci permettono di vivere”.
  2. “Il famoso letto di Procuste,” disse il sacerdote, “fu trasportato da Teseo in cima all’Etna, e posto sul bordo del cratere. Quando poi Empedocle salì sulla montagna del fuoco, essendo molto affaticato, si distese su quel letto, e trovandolo adatto a sé e molto comodo, vi si addormentò profondamente, dopo aver congedato il servo da cui si era fatto accompagnare. Costui, ritornato là dopo poche ore, non trovò più né il letto né il filosofo”. Sul momento pensai che il sacerdote fosse pazzo, ma in seguito per anni cercai un sapiente che potesse interpretare per me le sue parole.
  3. Ci sono silenzi eloquenti, e anche silenzi ciarlieri, ai quali si deve imporre di tacere.
  4. SABBIA. Quando anche le classi colte cominciano ad usare le parole in modo impreciso e vago, senza quella coscienza delle parole che è essenziale per la serietà e piena efficacia del discorso e del ragionamento, allora si percepisce il terreno liquefarsi sotto i piedi, diventare sabbia mobile e trappola. Senti che la violenza monta, un rumore sordo, in lontananza per il momento.
  5. Tema: la letteratura dei moderni a confronto con quella degli antichi.
    Svolgimento:
    Il folle amore e il corso delle stelle.
  6. Giorni come lampi, settimane come saette, mesi come fulmini, anni come bolidi.
  7. MORALISMO. Necessario ripeterlo per i secoli dei secoli, finché il sole risplenderà sulle sciagure umane: il tuo moralismo guarda sempre a quello che GLI ALTRI sono e fanno; la tua morale guarda sempre a quello che TU sei e fai.
  8. DILEMMA. A quella gente fu chiesto: “Volete burro o cannoni?”
    Risposero: “Burro, vogliamo, e spassarcela per tutta la durata dei nostri brevi anni!”
    Ebbero cannoni. Cannoni nemici.
  9. “Ma,” disse, “come potranno navigare attraverso le tempeste del futuro coloro che nelle tempeste del passato a stento sono sfuggiti al naufragio, e vi hanno perduto l’intero carico delle loro navi?”
  10. FUGA. Perché è la libertà con la sua fatica che gli umani spesso fuggono, preferendo le cipolle d’Egitto, o l’appartenenza al grosso animale che vive di capri espiatori. E questa fuga, unita al bisogno di venerazione e di sottomissione ad un Padre-Padrone umano-divino, sempre di nuovo ritorna.
  11. Gli esasperati contro l’establishment
    finiscon sempre con l’eleggere magnati.
    E questo è il loro punishment.
  12. La Sinistra-sinistra e il suo ceto intellettuale: la più miseranda realtà, e risibile, che l’Italia abbia partorito negli ultimi decenni. Insieme a una vomitevole Destra confusionaria, e ad una piccola e media borghesia ignorantissime e becere. Queste ultime del tutto prive di un qualcosa che meriti il nome di ceto intellettuale.
  13. Molti scrivono, ma non dovrebbero. Molti parlano, ma dovrebbero imparare il silenzio.
  14. Tutti sono pronti a difendere l’ordinamento generale quando la sua modifica colpisce il loro interesse particolare.
  15. Ho sognato il corso della mia vita come una serie di sipari, alcuni grandi e variopinti, altri più piccoli, grigi, rammendati e polverosi, che si aprono uno dopo l’altro, su scenari via via più ristretti e meno luminosi, e con attori sempre meno bravi e meno numerosi.
  16. DUE QUESTIONI. L’Europa ha davanti a sé due questioni fondamentali, quella economica e quella militare. Della prima parlano tutti, della seconda nessuno. I cannoni che non sparano sono silenziosi, quelli che sparano ci sembrano lontani.
  17. Non arrendersi mai alla disperazione apocalittica, che si presenta in varie e suadenti forme alla soggettività singola e collettiva.
  18. Da cinquant’anni leggo e ascolto attacchi e geremiadi contro i benpensanti da parte di malpensanti perfettamente inseriti nel sistema. E mi hanno tediato, diciamo.
  19. INDIFFERENZA. Non bisogna essere troppo pronti a condannare l’indifferenza. Anzitutto perché quella che si condanna è sempre l’indifferenza degli altri, ed è una condanna facile, a buon mercato e senza rischio. In secondo luogo perché vi sono molte circostanze in cui l’unica alternativa all’indifferenza è la guerra, e la guerra è difficile farla senza aver prima risvegliato la bestia dell’odio.
  20. C’è questo fatto, che è un segno dei tempi: in Italia al valore dell’istruzione (e della cultura) crede solo una minoranza. E tra i politici questa è una piccola minoranza.
  21. LOTOFAGI e LESTRIGONI. Quanto più corrotta è una società, tanta più apatia inocula nella maggioranza dei suoi membri, e tanto più numerosi vi sorgono pseudoprofeti, guide spirituali da strapazzo, e rivoluzionari a buon mercato mossi da vani furori.
  22.   SENSO. L’idea che il mondo sia insensato può nascere solo entro una civiltà che abbia conferito a sé stessa e al mondo un eccesso di senso.
  23. L’attivismo degli ignoranti è una sventura dell’umanità da almeno tremila anni.
  24. Si può amare un fantasma, o chi ama un fantasma in realtà ama solo se stesso? Questo è il tema del mio antico romanzo.
  25. Quanti ignobili giornaletti che nessuno legge, puro ciarpame, ricevono sovvenzioni pubbliche! Ovunque lo sguardo giri, vedi l’Italia come un immenso paesaggio punteggiato da mangiatoie, intorno alle quali si affollano greggi di amici, e di amici di amici, dal robusto appetito.

Cratofania

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Da sempre per uomini e dèi
veneranda tra tutte le cose
è la forza di animo e corpo
alla quale si inchinano tutti.
La rinuncia ai beni del mondo
è forza che si manifesta,
e l’asceta atleta di Dio
anche lui testimonia la forza.
Il casto che Venere sdegna
la donna che prega e digiuna,
il martire che si offre ai leoni,
chi prende la croce e la porta,
chi dice di essere nulla,
polvere innanzi all’eterno,
chi nudo affronta l’inverno,
la virtù eroica del santo,
e le debolezze felici,
sono ombra di forza divina,
perché sempre sovrana è la forza.

NeuroTribù

cover_neurotribes_silberman400rgb72Una prima nota sul libro di Steve Silberman NeuroTribes, uscito in Italia col titolo NeuroTribù nella traduzione di C. Mangione (Edizioni LSWR, Milano 2006) si può leggere qui. Il corposo libro di Silberman andrebbe letto in parallelo con l’altrettanto corposo In A Different Key di John Donvan e Caren Zucker (una nota qui). Entrambi sono scritti bene, hanno quel piglio narrativo che contraddistingue anche la divulgazione scientifica anglosassone, e condividono nella sostanza una lettura progressiva e scientifica della questione autismo. Il lavoro di Silberman, tuttavia, presenta una coloritura particolare, la cui origine e natura mi è parsa del tutto chiara solo quando stavo per chiudere il libro. Nei Ringraziamenti infatti si legge “Questo libro non sarebbe mai stato scritto senza l’incoraggiamento, il sostegno e la pazienza di mio marito Keith  Karraker (…)”. Sulle prime ho pensato ad un errore, ma poi ho visto sul risvolto di copertina, sotto la foto del simpatico Silberman con la sua barbetta, “Vive a San Francisco con suo marito Keith”. E ho allora compreso come la visione di Silberman degli autistici come gruppo sociale emarginato e incompreso e sottoposto a vessazioni inenarrabili per secoli, e ora finalmente giunto a piena autocoscienza e a capacità di self advocacy e lotta per i diritti, questa visione di minoranza oppressa ma piena di valori e capacità di operare per il bene collettivo, debba molto alla storia del movimento gay. Ma anche a quella di tutte le minoranze: etniche, religiose, sessuali. Ed è anche evidente, e tutto il libro lo dimostra, a cominciare dal sottotitolo (The Legacy of Autism and the Future of Neurodiversity, che nella versione italiana diventa addirittura I talenti dell’autismo e il futuro della neurodiversità) che data la struttura dello Spettro dell’Autismo questa lotta riguarda la sua parte alta e autocosciente, mentre lo stesso dialogo tra questa componente e le famiglie di coloro che non dispongono di parola né di concetto si presenta impervia e spesso impossibile.
L’ottimismo che pervade il libro di Silberman è comprensibile, ma un qualsiasi genitore di persona autistica a basso funzionamento, e magari del tutto averbale e con grave ritardo mentale, fatica molto a condividerlo: le ricadute delle conquiste degli Aspies sull’oscuro futuro di suo figlio gli appaiono fantasmatiche, inconsistenti e illusorie.
In ogni caso, nonostante alcune riserve, il libro è senz’altro consigliabile a tutti coloro che vogliano conoscere la storia dell’autismo, a cominciare dalle intuizioni fondamentali di Hans Asperger e Leo Kanner, e anzi, addirittura (secondo la prassi invalsa di retrodiagnosi talvolta avventurose) da personaggi del passato, come il settecentesco inventore e scienziato Sir Henry Cavendish, dal quale inizia il racconto.
La tesi fondamentale di Silberman è che l’umanità sia un composto di vari tipi di mente, prodotto di neuro-diversità che dovrebbero tutte trovare spazio per poter esprimere le loro potenzialità (di cui Silberman offre un vasto saggio); anzi, per l’autore il mondo degli umani ha bisogno, e lo ha sempre avuto, di menti autistiche, le cui bizzarrie e problematiche varie sono il contorno di una pietanza sostanziosa: la capacità di vedere cose che i neurotipici non vedono e di scoprire procedure e tecniche cui le persone normali non arriverebbero mai (come nel campo dell’informatica). Ma il punto cruciale, l’hic Rhodus hic salta della questione è tutto qui: se il mondo ha bisogno di menti differenti, ha comunque bisogno di menti funzionanti. Se quella dell’inventore Cavendish o di un ingegnere informatico nello Spettro funziona in alcuni campi in modo eccezionale, con risultati sorprendenti e benefici per tutti, quella di un autistico con grave ritardo mentale può disfunzionare in tutti i campi. E a lui non si applicherà quella formula gratificante.
Una differenza interessante rispetto al testo parallelo di Donvan e Zucker si trova nella valutazione del lavoro di Hans Asperger. Mentre i primi sottolineavano la compromissione di costui col regime nazionalsocialista, Silberman tende ad assolverlo, e questa assoluzione è senza dubbio legata al fondamentale ruolo che viene attribuito allo studioso austriaco nello sviluppo dell’idea di autismo come continuum, come spettro, contrastante con quella di autismo come disturbo raro che Leo Kanner difese per tutta la vita. In ogni caso, di tutti coloro che svolsero un ruolo fondamentale nella questione dell’autismo, dallo stesso Kanner a Rimland e Lovaas, per non parlare di Bettelheim, Silberman espone luci e ombre, impegno generoso e meschinità: il quadro è variegato e avvincente come un romanzo.
Concludo questa nota con una citazione che riguarda la tesi centrale di Silberman:
Dove Asperger aveva colto l’inestricabile intrecciarsi dei fili conduttori del genio e della disabilità nella storia familiare dei pazienti, a testimonianza delle complesse radici genetiche della condizione e del “valore sociale di quel tipo di personalità”, come ebbe ad affermare, Kanner vide l’ombra della sinistra figura che nella cultura popolare sarebbe diventata la famigerata “madre frigorifero”.
Kanner era un osservatore clinico acuto e uno scrittore persuasivo, ma in questo caso i suoi errori di interpretazione del comportamento dei pazienti ebbero implicazioni di larga portata. Attribuendo ai genitori la colpa di avere senza volere provocato l’autismo dei loro bambini, rese la sindrome fonte di vergogna e stigma per le famiglie di tutto il mondo, spingendo per decenni la ricerca nella direzione sbagliata.  (P. 171)

Dialogo sul senso delle catastrofi

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di Eros Barone

Questa volta, il dialogo fra i due impagabili amici si svolge di pomeriggio, mentre il sole gioca a nascondino con le nuvole, in un parco pubblico ricco di prati ondulati e di alberi nostrali ed esotici da cui salgono e scendono graziosi scoiattoli che sembrano voler approfittare a fini lùdici della pausa che si è venuta a creare nel clima rigido della stagione. Il parco si trova all’inizio della riviera di Levante, è delimitato a settentrione da ripide colline punteggiate di olivi e a mezzogiorno dal mare, la cui superficie, che si intravede al di là delle siepi di pitosforo, fra i rami dei pini marittimi, ha un colore grigio scintillante e appare increspata dal lieve vento di una giornata invernale meno fredda di quelle che l’hanno preceduta.

Caio: buondì, caro Mevio. Ti vedo seduto sulla panchina, ben protetto dal cappotto, dalla sciarpa e dal basco, intento a leggere lo scritto di un autore a noi particolarmente caro. Si tratta, se non leggo male il nome riportato sulla copertina del libro, di Voltaire?
Mevio: sì, mio caro Caio, è il “Poema sul disastro di Lisbona”, che Voltaire, come saprai, scrisse mentre soggiornava a ‘Les Delices’, una villa presso Ginevra, pochi giorni dopo la catastrofe naturale che colpì, il primo novembre del 1755, la capitale del Portogallo. A questo proposito, occorre dare atto a Radio Maria di avere rotto il silenzio della cultura religiosa su un tema scabroso come quello del male che si materializza nelle catastrofi naturali, affermando, come ha fatto un suo conduttore nel corso di una recente trasmissione radiofonica, che il terremoto che sta squassando l’Italia centrale è “la punizione di Dio per la legge sulle unioni civili”. Sennonché, in un’ottica più ampia e non solo teologico-punitiva, il problema che resta irrisolto (forse perché è irrisolvibile o forse perché non è un problema) è quello del senso di queste catastrofi. Può allora essere illuminante, in una materia così oscura, richiamare un precedente storico-culturale molto significativo, ossia la discussione che si sviluppò in Europa in seguito al terremoto di Lisbona del 1755.
Caio: hai ragione. Infatti, è mancato finora un dibattito sul senso di queste catastrofi, così come sul rapporto tra l’uomo e la natura e, per chi crede, sul rapporto tra Dio e il male. Nulla di nemmeno lontanamente paragonabile alla reazione profonda che suscitò nell’opinione pubblica europea il terremoto di Lisbona del 1755. Eppure, se è vero che l’impressione fu molto forte perché ad essere distrutto dall’azione congiunta del terremoto e del maremoto fu uno dei più grandi centri commerciali dell’Europa, una città che, come sùbito affermarono i devoti, meritava di essere punita da Dio perché era corrotta e peccaminosa e nuotava nell’oro brasiliano, è ancor più vero che risulta ben difficile giustificare con l’ottica della nèmesi divina il sisma che il 22 gennaio di questo anno ha distrutto la capitale di Haiti, uno dei paesi più poveri del mondo.
Mevio: in realtà, il poema di Voltaire è il primo grande atto di accusa contro l’ottimismo metafisico e teologico, che lo scrittore francese vedeva incarnato da Leibniz e dalla sua tesi secondo cui il nostro è il migliore dei mondi possibili: non un mondo perfetto, ma il più vicino alla perfezione; non un mondo privo di male, ma un mondo in cui la presenza del male è riscattata e giustificata dall’armonia del tutto. Quindi, era un problema di teodicea, ossia di come si possa giustificare l’operato divino di fronte alla presenza incontestabile del male. Infatti, come aveva già argomentato Epicuro, non si sfugge al trilemma: se Dio non può togliere il male dal mondo, non è onnipotente; se non vuole, non è benevolo; se non può né vuole, non è neppure Dio. Ma se è onnipotente e benevolo, come si deve pensare che sia Dio, perché esiste il male?
Caio: alla luce di queste difficoltà logiche, Epicuro, che tu hai giustamente citato, concludeva negando l’intervento degli dèi nelle vicende naturali e umane: è una posizione definibile come ateismo pratico. Altri pensatori concludono che forse Dio non è onnipotente; altri inferiscono invece che non è onnisciente o addirittura che non è infinitamente buono; altri ancora negano l’esistenza di Dio. Ciò naturalmente non significa che non si possa tener ferma la credenza nell’esistenza di un Dio onnisciente, infinitamente buono e onnipotente. Soltanto che per una tale posizione la ragione, da sola, non basta: occorre la fede.
Mevio: il tuo ragionamento è inoppugnabile. Lo stesso Voltaire, che non ha una risposta a queste domande, sente il dovere di opporsi a tutti coloro che pretendono di dare un senso a ciò che non ne ha. La ragione gli suggerisce un pessimismo scettico, che non esclude però l’unico ottimismo possibile, quello della speranza. Senti questo passo del poema: “‘Un giorno tutto sarà bene’, ecco la nostra speranza; / ‘tutto è bene oggi’, ecco l’illusione”.
Caio: a questo punto, ottimo Mevio, l’impostazione data al problema da Voltaire rischia di condurre, per eccesso di pessimismo, ad una sorta di inerzia, dal momento che la speranza sembra coincidere con la fede e, come suggerisce il ‘principe degli illuministi’, ne condivide il carattere, ad un tempo, illusorio e consolatorio. D’altra parte, se ben ricordo le lezioni di catechismo ricevute durante la mia fanciullezza, la religione cattolica pone la speranza, insieme con la fede e con la carità, nel nòvero delle virtù teologali.
Mevio: l’unica alternativa all’inerzia socialmente conservatrice cui conduce il pessimismo scettico di stampo volterriano, caro il mio Caio, è la rivalutazione della speranza, quale emerge dalla risposta che Rousseau diede dopo aver ricevuto, assieme a Diderot e d’Alembert, una copia del poema: risposta che fu ovviamente sconcertante per l’autore di tale poema. La “Lettera a Voltaire sul disastro di Lisbona” conteneva infatti un attacco durissimo: il pessimismo, osservava Rousseau senza mezzi termini, se lo può permettere chi, ricco e tranquillo, disquisisce di tale tema nei salotti (come Voltaire), ma per i poveri e gli infelici l’idea che esista un mondo guidato dalla provvidenza è l’unica consolazione.
Caio: nella posizione di Rousseau mi sembra, tuttavia, più apprezzabile l’attacco al pessimismo dei ‘beati possidentes’ che non l’apologia della divina provvidenza…
Mevio: d’accordo. È però interessante il modo in cui Rousseau imposta la questione, quando afferma che il problema non è Dio, ma l’uomo. La tesi che sostiene lo scrittore ginevrino è che la maggior parte dei mali naturali da cui siamo afflitti sono prodotti da noi stessi. Se ci pensi bene, Voltaire è ancora legato alla tematica classica della teodicea, mentre Rousseau esprime un punto di vista nuovo. Un punto di vista che, promuovendo la progressiva laicizzazione della speranza, ha condotto l’umanità a prendere coscienza del rapporto fra la natura e la società, realizzando e applicando, con l’aiuto della scienza e della tecnologia moderne, quei sistemi di prevenzione che permettono di controllare gli eventi naturali e di ridurne al minimo le conseguenze potenzialmente micidiali per l’uomo. La nostra laica e razionale speranza ha oggi questo nome: controllo sociale sull’uso della scienza e della tecnica per prevenire e minimizzare le conseguenze delle catastrofi naturali sulla vita di tutti gli uomini. All’origine di questa diversa ottica vi sono, per ragioni che possono essere considerate dialetticamente complementari, sia la tesi pessimistica di Voltaire, che colpisce l’ottimismo metafisico e teologico, sia la tesi umanistica e sociale di Rousseau, che colpisce il lato nichilistico e aristocratico di quel pessimismo.
Caio: possiamo allora, stimatissimo Mevio, trarre dalla nostra discussione odierna la seguente conclusione: che il terremoto di Lisbona è stato un vero spartiacque nella nascita dell’età moderna, perché fu l’ultima volta in cui la provvidenza divina e la teodicea furono poste al centro di un dibattito pubblico in cui si impegnarono le menti più notevoli del tempo, ma fu anche l’ultima appassionata protesta contro l’ingiustizia divina. Un’ingiustizia che viene, fra l’altro, esplicitamente rivendicata in quel versetto del vangelo che recita così: «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Le durissime prove a cui sono sottoposte le regioni dell’Italia centrale e, in particolare, l’Abruzzo non sono forse una perfetta esemplificazione del contenuto di questo passo evangelico?
Mevio: in effetti, mio caro Caio, quel versetto, comunque lo si interpreti, è paradossale. Sennonché, riprendendo le tue conclusioni, possiamo ricavarne questo importante corollario: la questione della giustizia (o dell’ingiustizia) divina è divenuta intellettualmente irrilevante nella tradizione culturale che si è storicamente affermata, anche se, di fronte all’analfabetismo etico di massa e al silenzio teologico, che dòminano l’Occidente, meriterebbe forse di essere ripresa da coloro che hanno la responsabilità della educazione religiosa dei credenti e riproposta nel dialogo con i diversamente credenti e con i non credenti. È comunque indubitabile che dalla metà del Settecento in poi la responsabilità delle nostre sofferenze è stata cercata esclusivamente negli uomini e nel modo in cui essi, da un lato, organizzano la loro vita sociale e, dall’altro, gestiscono quello che il filosofo di Trèviri chiamava “il ricambio organico con la natura”.

Il canto delle arvicole

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Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Giugno o luglio, non mi ricordo bene,
ma era caldo e bevemmo molto vino
sulla riva dell’argine, sull’erba antica medica
che fa lucido il pelo dei conigli.
Bevemmo vino noi due filosofi
discutendo di mondi e libri e mutazioni
del cuore oscuro della storia. Andava intanto il fiume
che muoveva le alghe in lente spire
e scendeva la notte. Due ragazze
con noi ridevano ogni tanto.

Ricordi, amico, cantavano le arvicole
e le sentimmo, mangiavano e cantavano,
felici della vita ci sembravano,
di quella vita breve, esposta ai gufi
alle volpi e alle donnole rapaci.
In quella sera del Settantadue
un’arvicola d’acqua ci parlò:
Siate felici, umani, lunga vita!
Da quando parlano e cantano le arvicole?
tu mi chiedesti, e io risposi: è il vino.

Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Tu non ricordi, no, non credo,
di noi quattro solo io rimango
a misurare la vita delle arvicole
e quella umana, a ricordare il canto
di piccole creature a cui la voce
prestò per quelle ore in riva al fiume
la nostra giovinezza, il caldo e il vino.

Micronote 61

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1. “Maestro,” gli chiesero i discepoli, “ci è lecito piangere?” Rispose: “Se non piangerete voi, piangeranno le pietre”.

 2. Che i magnanimi siano pochissimi, e che la maggioranza degli umani sia composta da persone risentite, invidiose, meschine e codarde, questo è noto da millenni, egregio signore. E il magnanimo anche di ciò non si meraviglia.

3. Nel Veneto la cementificazione selvaggia dei decenni scorsi ha investito anche molti cervelli umani, determinando mutazioni genetiche impressionanti. Ne è nata una nuova specie, nella quale all’abnorme crescita della motilità intestinale corrisponde un altrettanto abnorme e caotico sviluppo delle sinapsi, con catastrofica caduta delle capacità razionali: il Venetista.

4. Conoscenza che uccide, la Sirena.

5. Vedono se stessi come puri, e la classe politica dominante come marcia fino al midollo, e irredimibile. Non saranno mai in grado di capire che un popolo moralmente sano, quale è immaginato dalla loro paranoia, non avrebbe mai e poi mai potuto secernere una classe politica di profittatori, corrotti e ladri come quella contro cui lanciano pietre. Questa classe politica presente non è il frutto di un complotto alieno, le sue radici sono profondamente immerse nell’humus nazionale, e nella storia dell’Italia e delle sue regioni. Corrupti incorruptum sibi animum fingunt.

6. “Non si muove faglia che Dio non voglia”. Al Cattolicesimo attualmente manca una sismoteologia.

7. Cosa sia il tempo lo saprà altri, io non lo so. Certo è cose differenti in ambiti differenti: per me è anzitutto l’abisso insuperabile che mi separa da tutto quello che per me ha maggior valore, è il senso di una perdita incolmabile, è il prefazio della perdita di ogni cosa. Ricordo che fin da quando ero bambino il presente era per me sempre già un esser-stato.

8. “Orsù,” disse, “se non siete incatenati in prigioni reali, createvene delle immaginarie, affinché possiate vivere la vita da schiavi che desiderate con tutto il vostro cuore”.

9. Epicentro di epicentri, tale è ogni essere umano fino all’ultimo sussulto.

10. Là s’incupiscono i mari, vasti e bui.

11. “Chiunque pensi che nella stretta scatola della sua mente sia entrata la vera realtà delle cose, costui è un imbecille,” disse.

12. E dunque, in questa fase finale del mio autunno, alle soglie del mio inverno, devo interrogarmi su cosa sia la maturità: di una cultura, di una civiltà, di una singola persona.

13. In Italia ci sono terremoti guelfi e terremoti ghibellini.

14. Che il Dio adorato sia concepito come violento o non violento dipende soltanto dagli umani.

15. Dimmi qualcosa, Tiresia, non stare lì a guardarmi muto e imbambolato!

16. Quando in una società l’ironia diviene un obbligo sociale di massa, quella società è spacciata.

17. “La chitarra elettrica è un prodotto del capitalismo,” disse.
18. Mai nella storia si è verificata una contingenza simile: tutte le nazioni contemporaneamente in crisi di identità.
19. Ogni forma di demo-crazia è sempre e comunque una espressione del KRATOS, la potenza, fratello di BIA, la forza violenta.
20. Da noi quando uno dice “in Italia non c’è democrazia” in realtà intende “io non sono al potere ma vorrei tanto andarci”.
21. Gli intellettuali più o meno influenti che parlando della democrazia odierna evocano sempre l’Atene di Pericle come società aperta, ecc., si ricordino che quell’Atene era una società a base schiavista, ed estremamente aggressiva verso l’esterno, ben più della non-democratica Sparta, e che fu essa a scatenare la terribile guerra del Peloponneso (che perse). Ci si ricordi che democrazia e pace, fin dall’inizio, non sono equivalenti, per nulla affatto.
22. Nessuno, mai, evoca l’interesse del Paese se non pensa che coincida col proprio particolare. Nessuno, mai.
23. Non è facile trovare oggi fra noi persone anziane a cui si possa riconoscere una personalità matura, nelle quali la decadenza del corpo corrisponda ad una piena maturità dello spirito. Il giovanilismo ideologico imperante accentua questa difficoltà. Come se la norma per un frutto fosse arrivare alla putrefazione da acerbo, saltando la fase del profumo e della dolcezza. Perché il fenomeno non riguarda un frutto singolo, per accidente, ma tutti quelli dell’albero occidentale.
24. DIO 1 e 2. Perché, riducendo la cosa in sé enorme ai suoi minimi termini concettuali, per una certa visione teologica il Dio-Vendetta e il Dio-Amore non possono essere lo stesso Dio, e quindi il Dio-Vendetta, ben presente nelle Scritture, è accantonato; mentre per l’altra visione teologica il Dio-Vendetta è nello stesso tempo anche il Dio-Amore, e la dimensione della vendetta è ineliminabile. Oggi nella Chiesa Cattolica sono compresenti entrambe le visioni, ed entrambe presentano problematicità e aporie. La seconda appartiene a quella che io chiamo la Destra cattolica, oggi minoritaria ma nel corso della storia prevalente.
25. CREDERE, PENSARE. Mi ha sempre colpito il fatto che nel comune discorrere pensare e credere, che in teoria dovrebbero indicare atti differenti, appaiano totalmente intercambiabili. La stragrande maggioranza delle volte in cui noi usiamo uno dei due verbi potremmo infatti usare l’altro. Provate a farne esperimento consapevole: sostituite “credo che” a “penso che” e vedete cosa ne consegue: in genere nulla, il significato che attribuiamo è lo stesso. Chiedetevi dunque quale esso sia. Io penso che non sia un’operazione così semplice. Anzi, lo credo.
Ma ciò che interroga il senso comune e la comune percezione del valore e del significato delle parole che usiamo, si transvalora, per così dire, nel linguaggio teologico che produce testi che vengono sottoposti ad un atto di fede. Il quale atto, sebbene la predicazione cattolica attuale più diffusa tenda a tradurlo in mero atto di fiducia, mantiene una fortissima ed evidentissima componente intellettuale. Al fedele è chiesto non solo di affidarsi a Dio con quella fiducia ma di credere ad un Figlio “della stessa sostanza del Padre”, “Dio da Dio”, “generato, non creato”, ad uno Spirito “che procede dal Padre e dal Figlio”, ecc.
Credere alla processione dello Spirito (vorrei tanto sapere quanti fedeli saprebbero dire cosa significhi…) è atto differente, e in che cosa, dal pensare che lo Spirito proceda? O forse il Credo proclamato è un atto di fiducia nella verità della Tradizione, ovvero nella istituzione che ha tramandato quelle formule come vere, e qui allora il credere-fiducia e il pensare divergono radicalmente?
Il fatto che gli intellettuali cattolici, con rare eccezioni, continuino a lasciare totalmente nelle mani del clero ogni riflessione sulla questioni sostanziali e radicali della fede e della religione, relegando il proprio pensiero alle questioni della società, della politica, ecc., mi pare molto grave. Ma forse questo è nella natura più profonda e immutabile del cattolicesimo come si è venuto strutturando nei secoli. In definitiva, la questione alla base di tutto è quella del Sacro, e di chi lo amministra.
26. Il compratore di anime le paga con cipolle d’Egitto, e tutti gli vendono le loro.

Berlino 1944

pervitinDi gialli e noir sono un lettore saltuario, e non particolarmente appassionato, ma questo romanzo di Harald Gilbers Berlino 1944 (2013, trad. it. di G. Giri, Emons 2016), primo di una trilogia, mi è piaciuto molto. Il titolo originale è Germania, il nome che avrebbe dovuto assumere la Berlino monumentale centro del Reich millenario sognato da Hitler. La storia è quella di una complessa indagine su un serial killer, con molti attori, in cui sono coinvolti in prima istanza un ex commissario della polizia criminale, l’ebreo Oppenheimer, e un capitano del servizio di sicurezza delle SS, l’ambizioso Vogler. Sospeso dal servizio, costretto a portare la stella gialla, Oppenheimer è ancora vivo solo perché è sposato con un’ariana, ma deve abitare in una Judenhaus, dalla quale ogni tanto qualche inquilino parte per destinazione ignota, dalla quale non è previsto alcun ritorno. ( È anche un consumatore di Pervitin una metanfetamina che circola nella Germania in guerra.) L’indagine si svolge tra maggio e giugno. Siamo in un momento particolarmente drammatico per la Germania, devastata da pesantissimi bombardamenti alleati, mentre la situazione sta per precipitare anche sul fronte occidentale. Perché mai le SS intendono servirsi di un ex poliziotto ebreo per una indagine su crimini sessuali perpetrati contro alcune donne, certo odiosi, anzi mostruosi, e tuttavia commessi in un contesto in cui i pretoriani di Hitler sembrerebbero dover avere altre preoccupazioni? La questione si complica molto con l’emergere di altri agonisti: i servizi segreti dell’esercito, il controspionaggio dell’ammiraglio Canaris, e sullo sfondo la Gestapo. Nella storia ha una parte anche il ministro della propaganda Goebbels.
Gilbers trascina il lettore dentro una Berlino allucinata e fantasmatica, nella quale anche nelle file del partito nazionalsocialista si agitano personaggi che perseguono fini contrastanti, e dove la disumanizzazione assume forme sempre nuove. Sembra che vi sia una lotta tra nazisti: perché lo stesso Goebbels ordina di proteggere la vita di Oppenheimer, mentre altri uomini del regime vogliono liquidarlo? Trattandosi di una trilogia, la fine di questo noir straordinario è provvisoria, con la vita di Oppenheimer e di sua moglie sospesa su un baratro, mentre il cielo notturno di Berlino avvampa.

 

Oscillazione

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Il piccolo borghese oscilla continuamente tra il rifiuto ideologico delle ideologie e la fascinazione del totalitarismo: ciò che non lo abbandona mai è la paura di essere annientato, il bisogno di Grandi Capi e di capri espiatori, insieme al disprezzo per l’intelligenza critica, per la cultura alta e le culture altre.
Tutto cambia, e tutto cambiato ritorna. Intenda chi può.

Il grande racconto di Ulisse

ulix16Dopo la lettura della poderosa opera di Piero Boitani Il grande racconto di Ulisse (Il Mulino 2016), un libro che segue le innumerevoli piste percorse dalle varie reincarnazioni e mutazioni della figura dell’Itacese nel corso di tremila anni, anche attraverso un apparato iconografico di straordinaria ricchezza, che cosa mi resta? Molto, moltissimo, ma soprattutto la convinzione che il tradizionale modo di opporre le due figure di Abramo e Ulisse come simboli dell’apertura all’infinito (Abramo) e della volontà di ritorno a casa (Ulisse) sia fuorviante ed eccessivamente semplificatorio. Ulisse, a differenza da Abramo, non ha un’unica identità: è insieme l’eroe che rinuncia all’immortalità per fare rientro nella domestica e caduca intimità di Itaca, e l’anziano che abbandona nuovamente l’isola per sete di conoscenza insaziabile, che lo proietta verso l’estremo Occidente, oltre le barriere della morte.