TREBISONDA

atto di forza

TREBISONDA. Tutti la stanno perdendo, è una fase di crisi mimetica e impazzimento generale, che porterà alla violenza scatenata. Il gesto del cardinale Krajewski, elemosiniere del papa, che spezza i sigilli per ridare l’elettricità ad uno stabile occupato illegalmente, è gravissimo. Qui non si tratta di un privato cittadino che vuol dare dimostrazione della sua fede religiosa violando le leggi e assumendosene la responsabilità in ogni sede, compresa quella penale. Qui non si tratta di Antigone o di un profeta biblico. Non si tratta nemmeno di Luca Casarini. Qui si tratta di un uomo del VATICANO, di una diretta emanazione del papa, cioè del capo di un ALTRO STATO. Un cardinale che compie un atto irresponsabile, che, a prescindere dai suoi fini, è un atto di forza. Le conseguenze non possono essere sottovalutate. Stiamo sprofondando nel regno della pura forza, dell’anomia, dell’anarchia violenta.

Fabio Brotto

 

Casa Pound

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Lo potevo vedere dalla finestra della mia camera, che distava 100 metri in linea d’aria dalla sua, il vecchio Ezra Pound che andava a prendere il traghetto per attraversare il Canal Grande, anche nelle giornate di acqua alta. Passava sempre sotto l’insegna della “Pensione da Cici con giardino”, io dal 1961 abitavo dall’altra parte del canale. Quando il poeta morì, nel 1972, avevo 21 anni. Casa Pound per me è quella.

Fabio Brotto

AUTISMO COME DONO?

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Fabio Brotto

AUTISMO COME DONO? Così definisce Greta Thunberg in un suo post su Facebook il 2 febbraio la propria condizione: “L’Asperger non è una malattia, è un dono”. Anche questo può far capire quanto sia profonda la voragine che divide, nel campo dell’autismo, i soggetti ad alto e altissimo funzionamento intellettivo da quelli a basso funzionamento. Greta ha una diagnosi, è nello SPETTRO dell’autismo. Come mio figlio Guido, che non parla e non comprende il discorso, ha un autismo severo, ed è all’altro capo dello stesso SPETTRO. Greta sa che lei un giorno morirà, che tutti i viventi sono mortali, che l’intero pianeta è mortale. E’ intelligentissima, e sorride raramente, nelle foto appare quasi sempre cupa, forse per l’alta consapevolezza delle cose. Guido non sa che i viventi muoiono, non sa che esiste la morte, è quasi sempre sorridente. Per lui “cambiamento climatico” è solo un suono. Per me la parola AUTISMO significa ben poco.

LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO

PICCOLA NOTA su LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO L’OSPITALIERE di Gustave Flaubert, traduzione e cura di Roberto Michilli.
Non inganni il titolo, questa pubblicata da DiFelice nel 2019 è un’opera di ampie proporzioni (483 pagine) che presenta all’inizio la traduzione del racconto flaubertiano (nuova, accuratissima, dello stesso Michilli) con testo a fronte, e poi un esame molto approfondito dello stesso, supportato da una grande mole di letture critiche e di citazioni degli interpreti che nel corso dei decenni si sono cimentati con la Légende, dei quali sono riportati molti passi rilevanti.michilli-cop-1
Mi sento di ripetere qui le parole che scrissi dopo la lettura de Il prigioniero, il libro di Michilli sul poeta russo Lermontov: l’analisi critica è evidentemente animata e sospinta da un lungo amore, da una fortissima passione. In questo caso traspaiono forse alcuni segni di vera e propria identificazione, tanta è la forza intellettuale riversata nello scavo delle radici da cui è scaturito il Julien. Il lettore ne è catturato.
Non riassumo la notissima vicenda, limitandomi a due aspetti, quelli che mi hanno fatto pensare. In primo luogo, Giuliano compie l’atto più tremendo che un essere umano possa compiere, uccide il padre e la madre. In secondo luogo, prima di compiere quell’atto, Giuliano appare come un cacciatore. Ma non è, a mio parere, assoggettabile ad una lettura freudiana, lacaniana, ecc. (ovvero lo è, lo è massicciamente stato, dati il prestigio e lo spazio che la cultura occidentale ha assegnato alla psicoanalisi, che è un complesso articolato e autorigenerantesi, come l’Idra, di mitologie ˗ e anche Michilli segue questa strada); e, d’altra parte, Giuliano non è affatto un cacciatore, ma un’altra cosa. Mi pare che il punto sia sfiorato a p. 301, dove Michilli chiama in causa Aimée Israel Pelletier, che ha visto come la caccia come la intende e pratica Julien sia una attività radicalmente antisociale. La caccia autentica invece è, fin dal suo sorgere agli albori dell’umanità, l’attività più radicalmente sociale. Da essa scaturiva il cibo per il gruppo umano, ma anche la cooperazione del sotto-gruppo dei cacciatori, con la seguente celebrazione narrativa delle imprese. La socialità della caccia è evidente anche quando il cacciatore agisce da solo: sia che miri al trofeo, sia che aspiri a procurare il necessario per una ricca cena, il cacciatore pensa sempre anche a quello che seguirà all’atto della caccia, e quello che seguirà è sempre sociale. La caccia, a differenza di quel che pensano gli animalisti, non è l’atto di uccidere un animale, altrimenti anche il macellaio sarebbe un cacciatore. Nella caccia, l’uccisione può anche mancare, perché la sua parte fondamentale è la ricerca e l’individuazione della preda. Il cacciatore si diverte anche se l’animale viene catturato vivo, o anche lasciato fuggire dopo averlo trovato. Vale anche nella pesca, con la pratica del catch and release. In ogni caso, la caccia è essenzialmente sociale. Giuliano invece caccia da solo. Ma caccia davvero? A parte il sostanziale irrealismo delle descrizioni flaubertiane dell’azione di caccia di Giuliano, da un lato è evidente che non di caccia si tratta, anche in un ambiente onirico, perché vi manca totalmente la parte fondamentale, ovvero la ricerca della selvaggina, perché essa qui si offre in abbondanza, cioè si offre a Giuliano; dall’altro vi è solo il massacro, e i corpi degli animali restano sul terreno, addirittura a mucchi. Inoltre c’è piena evidenza del fatto che non si tratta di veri animali, ma di umani travestiti da animali, come nelle fiabe: la con-fusione è totale. Ciò che accade è violenza indifferenziata scatenata, senza limite e misura, ovvero il caos. Altro che caccia! Qui, in forma di delirio paranoico, si mostra cosa comporta la violenza scatenata: il caos. Saltano le differenze: tutte, quelle tra padre e figlio, tra uomo e animale, tra vecchio e giovane, tra reale e irreale, tra vivo e cadavere.
Veniamo al parricidio. Mi pare evidente la profonda differenza tra il testo flaubertiano e tutte le opere che normalmente la critica richiama per evocare e indagare la problematica del rapporto al Padre di origine freudiana, a iniziare dalla celebre Lettera di Kafka. In tutti quei testi la figura del padre appare come quella di un uomo forte, che schiaccia il figlio e gli impedisce l’accesso alla virilità, generando quella catena di “castrazione”, senso di colpa, ecc., con cui la psicoanalisi da più di un secolo affligge l’Occidente (che questo sia di ogni padre reale è più che dubbio, ma si sa che, come tra gli altri ha sostenuto Hans Blumenberg, la psicoanalisi è nata per estensione del dato estratto dalla psicopatologia all’interezza dell’umano, e questa è la tabe che la mina). Ma il padre di Giuliano è un padre forte, è una pienezza che rende vuoto il figlio? No, secondo me questo padre pacifico (che fu guerriero un tempo, ma forse ciò è falso) non è un pieno, ma un vuoto. E un vuoto non può fornire al figlio nulla che faccia scattare l’imitazione. Infatti Giuliano non vuole essere come il padre, e meno che meno desidera la madre, quella specie di monaca. Il padre è vuoto e fallisce in questo: non ha nemici e non può consegnare al figlio un Nemico. Per questo, la carica di violenza latente in ogni umano nel protagonista del racconto flaubertiano non trova alcuno sfogo e cresce a dismisura, fino alle sue esplosioni oniriche. Qui il sesso non c’entra molto. Manca la figura del Nemico, o dei nemici, manca l’altro-nemico che consente quella che io chiamo l’autoidentificazione agonistica, fondamentale anche in una società feudale immaginaria. Ma, oltre al Nemico, manca a Giuliano l’altra figura che potrebbe innervare il racconto, e la definizione della sua personalità: il Rivale. La bellissima fanciulla che l’Imperatore gli dà in moglie non è oggetto della brama di un altro, non vi è alcuno che, desiderandola si opponga a Giuliano: essa quasi scende dal cielo, pur apparendo femmina concupiscibile. Dunque, il padre è un vuoto, e lo stesso omicidio avviene, per quanto sia descritto nella sua fisicità, nell’assenza di qualsiasi forza attribuibile al padre. Non è un potente come Laio che qui viene assassinato, ma un vecchio impotente e stremato, insieme alla stremata vecchia madre di Giuliano. Viene ucciso, essendo scambiato per il Rivale che non c’è, colui che è la causa di questa assenza.
Questo è un pensiero ancora grezzo. Ringrazio Roberto Michilli per avermelo fatto pensare.

FINI DEL MONDO

 

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Sono alla mia terza Fine del Mondo. La PRIMA è stata quella che mi terrorizzava nei primissimi anni di catechismo, negli anni Cinquanta: quella che poteva arrivare all’improvviso, da un momento all’altro, anche di notte, accompagnata dal terribile Giudizio Universale. Per cui bisognava essere assolutamente buoni e non cattivi, sennò si sarebbe finiti per sempre tra le fiamme dell’Inferno, in mezzo ai diavoli. La SECONDA Fine del Mondo è stata quella degli anni Sessanta, che incombeva a causa della Bomba Atomica. Ero alle medie, quando la Crisi di Cuba, con le navi russe cariche di missili che si avvicinavano all’America, terrorizzava me e i miei compagni: pensavamo che il mondo potesse finire da un momento all’altro. E ora sono alla TERZA. Dopo Diavoli e Atomo, l’Anidride Carbonica. Mi entusiasma meno delle due precedenti, diciamo. Sembra che tutti abbiano bisogno della Fine di Qualcosa.

Viaggio di nozze

Brotture

mod1Per la prima volta in vita mia leggo il mio primo libro di un autore poco dopo che gli è stato assegnato il Nobel. È Patrick Modiano. Ne leggerò altri, perché questo romanzo (Voyage de noces, 1990, riedito da Frassinelli nel 2014 nella traduzione di L. P. Caruso) mi è molto piaciuto. Narrazione frammentata, con intreccio di piani temporali, Viaggio di nozze ha un tono malinconico e crepuscolare, quello delle cose che finiscono.  La vita del personaggio che narra è sospesa, tra un passato ormai senza valore e un futuro vacuo, e le altre vite narrate appaiono anch’esse sospese, frammenti di un tutto che stenta a ricomporsi. Con l’eccezione della vita compiuta della protagonista femminile, suicida a 45 anni, di cui il narratore cerca di recuperare qualcosa, di esplorare il poco che si può riattingere. Non si tratta tuttavia di un testo nichilista, si avverte una profonda, sebbene controllatissima…

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CHE COS’È IL POPULISMO.

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di Fabio Brotto

Per capire cosa sia il populismo, dovete guardare gli ultimi due video di Salvini. Nel primo il capo assoluto della Lega si mostra come mangiatore di Nutella. Il messaggio è: sono uno come voi, come tutti quelli che spalmano Nutella, un italiano come tanti altri, non uno di quelli dell’élite. Un popolano.
Nel secondo video, che risponde in modo geniale alle critiche rivolte da molti politici e giornalisti al primo, Salvini, il Capitano, il Salvatore dell’Italia dall’invasione, il potentissimo capo della Lega e potentissimo Ministro dell’Interno, è davvero uno del popolo. Lo sfondo qui è la parte più importante, conta molto più delle parole. Si intravedono palazzoni con tanti appartamenti, finestre, luci accese e luci spente: insomma, la vita ordinaria, quella della gente semplice alle prese coi problemi di tutti i giorni, in un quartiere anonimo, uno tra tanti. Un quartiere abitato da quella gente comune che quelli di prima tenevano a distanza. Siamo agli antipodi dei palazzi e delle ville di Berlusconi, l’alleato storico che sogna di diventare di nuovo alleato del Capo. Il Miliardario e il Popolano, in fondo però qualcosina in comune devono pure avercela avuta, o no? La risposta è semplice: dal punto di vista formale, entrambi hanno operato una rottura delle mediazioni tipiche della democrazia liberale occidentale. Entrambi si rivolgono direttamente alla gente, al popolo, come, del resto, i grillini fanno coi loro cittadini. Il POPULISMO è questo: il capo del popolo, in quanto è uno del popolo, incarna il popolo, è il popolo. Di conseguenza, trascina il popolo. L’azione di trascinare il popolo in greco si chiama demagogia.

MIGRAZIONE

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Fabio Brotto

Leggo e ascolto spesso le argomentazioni degli intellettuali di sinistra “pro immigrazione” (definizione banale e imprecisa, ma funzionale), e noto in esse un pilastro duplice, sempre presente ma contraddittorio. Infatti, si dice continuamente che “la migrazione è una ONDATA INARRESTABILE”, contro la quale non valgono muri e filo spinato, per cui si può al massimo regolarla (se è un'”ondata inarrestabile”, non vedo come sia regolabile, perché per regolare occorre parzialmente arrestare, e arrestare come?). D’altro lato, si ripete che ogni allarme, ogni timore di fronte all’invasione è infondato, perché non c’è NESSUNA INVASIONE, come dimostra il calo del numero degli sbarchi. Ora, è chiaro che ONDATA e INVASIONE sono sinonimi, e se non c’è l’invasione non c’è neppure l’ondata. Se si dice, di contro, che l’ONDATA c’è, ma non si è ancora abbattuta su di noi, allora questo non tranquillizza chi ha paura dell’INVASIONE, perché questa è in ogni caso imminente. Concludendo: l’argomentazione pro migranti dei “progressisti” non si può reggere su questi due pilastri contraddittori, che sono piuttosto degli slogan. E con gli slogan Salvini e i suoi sono più bravi.

 

Renzi e PD

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RENZI & PD, un’analisi sintetica e fredda
di Fabio Brotto

Mi pare chiaro che Renzi non può né intende sparire dalla scena politica italiana, e mi pare altrettanto chiaro che, per varie e concorrenti ragioni, non può rimanere nel PD. Il PD è condannato all’estinzione, o ad una riduzione ai minimi termini, salvo imprevisti, che nella storia sono assai frequenti. Renzi certamente punta a far sua quella parte degli elettori di Forza Italia che, nell’eclissi di Berlusconi, sfuggono, per la loro natura di borghesi moderati, alla presa dell’estremismo antieuropeo e russofilo di Salvini. Bisognerà vedere quanti sono. Temo che non siano molti. In ogni caso, Renzi abbandona la Sinistra e si presenta come un Macron italiano. Ma proprio qui emerge un piccolo problema: per vincere oggi nelle democrazie occidentali, massmediocentriche e percorse dall’onda continua dei social, occorre che gli elettori, ammesso che esista davvero quella platea a cui Renzi pensa di riferirsi – in questo caso la borghesia, i ceti medi produttivi, ecc. – ti percepiscano come “novus”. E Renzi ha questo difetto: sarebbe percepito come un ritorno di quello che c’è già stato, e che molti italiani hanno odiato. Non funzionerà. Per sconfiggere il salvinismo e il grillismo occorre una novità vera, che all’orizzonte non si vede, per quanto potente sia il cannocchiale che usiamo.