Paganus sum

epicuroἨκούσατε ὅτι ἐρρέθη· Ὀφθαλμὸν ἀντὶ ὀφθαλμοῦ καὶ ὀδόντα ἀντὶ ὀδόντος. ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν μὴ ἀντιστῆναι τῷ πονηρῷ· ἀλλ’ ὅστις σε ῥαπίζει εἰς τὴν δεξιὰν σιαγόνα, στρέψον αὐτῷ καὶ τὴν ἄλλην· καὶ τῷ θέλοντί σοι κριθῆναι καὶ τὸν χιτῶνά σου λαβεῖν, ἄφες αὐτῷ καὶ τὸ ἱμάτιον·
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. (Matteo 5, 38-40)

Chissà se i moderni cristiani pensano anche loro, come molti contemporanei di Gesù, che il Maestro fosse un pazzo. Per quel che mi riguarda, fin da quando, diciannovenne, lessi la ponderosa Dogmatica Cattolica di Michael Schmaus, mi sono chiesto se la differenza sostanziale tra un buon pagano e un buon cristiano che va a messa la domenica, e per il resto fa tutto quello che fanno gli altri, stia o non stia in una sfuggente e inafferrabile fede. Ora penso che non stia da nessuna parte, o meglio che l’essere cristiani secondo le richieste dell’evangelo sia impossibile. Riconoscere il proprio paganesimo è la cosa più onesta. Paganus sum.

La strada interrotta

fermorstLa strada interrotta (The Broken Road. From the Iron Gates to Mount Athos, 2013, trad. it. di J. M. Colucci, Adelphi 2015). Il terzo libro del viaggio di Fermor si interrompe a metà di una frase. L’autore ormai vecchio e vicino alla morte non riesce a concludere la sua meravigliosa rievocazione di eventi e persone lontani nel tempo. L’immane lavoro dei curatori produce infine un testo che è lontano dallo splendore dei primi due, Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua, ma che riesce ancora a comunicare qualcosa di molto fermoriano.

Non che sia importante, ma è strano come la memoria possa essere tanto evasiva riguardo ai volti e alle scene di questo memorabile incontro e appaia invece così cristallina riguardo a dettagli irrilevanti: per esempio, l’ombra verde della vite all’esterno e, sulle lastre del selciato, il gioco casuale di stelle e diamanti creato dalla luce; e il fatto che poco dopo ci fossimo seduti sotto un enorme platano a parlare delle Fleurs du mal. Solo occasionalmente ci si rende conto della cruciale importanza di un processo appena iniziato: che, cioè, quei particolari dipinti, poemi, generi musicali, libri o idee stanno per cambiare ogni cosa, o magari ci si sta per innamorare o si sta stringendo l’amicizia della vita; sono questi i molti, lunghi fili che, intrecciati assieme, compongono un’esistenza. Ci si aspetterebbe di sentire lo sparo attutito di un segnale di partenza. L’intero viaggio fu punteggiato di questi impercettibili scoppi: aurore velate ed epifanie in abiti borghesi. (p. 57)

H is for Hawk

18803640Non ho mai fatto volare un falco dal mio pugno, né richiamato a me un lanario o un pellegrino roteando un logoro, ma in passato avrei molto desiderato praticare la falconeria. Ma sono vissuto in luoghi non adatti, e non ho mai avuto un maestro nell’arte, e in verità non ho mai avuto alcun vero maestro in nulla, né per la caccia né per la pesca né per altre espressioni dello spirito, un misero autodidatta. Ma mi sono sempre interessato ai falchi, il cui destino nella Padania degli anni Settanta sembrava segnato dai pesticidi e dalle fucilate a protezione della selvaggina, e che ora sono in ripresa: ne vedo continuamente nella campagna trevigiana e addirittura dentro la città di Treviso. Giorni fa, durante una passeggiata in periferia ho visto uno sparviero volare tra gli alberi a pochi metri da terra, lungo un piccolo corso d’acqua. Lo sparviero è un rapace, ma non è un falco: appartiene al genere accipiter (nome latino della specie è accipiter nisus). Lo sparviero è piccolo, sembra una miniatura dell’astore (accipiter gentilis), che in inglese si dice goshawk, un rapace diffuso nel mondo con alcune sottospecie, e che ama il folto dei boschi, abilissimo nel volare a bassissima quota tra ostacoli di ogni genere, e potentissimo: riesce a uccidere anche le lepri. Ne ho visti, per pochi istanti, solo un paio in tutta la mia vita. E un astore (una femmina, tra i rapaci la femmina è più grande, forte e aggressiva del maschio), di nome Mabel, è la protagonista del libro di Helen Macdonald H is for Hawk (Jonathan Cape 2014), che io ho letto nell’edizione originale ma che è disponibile anche in italiano col titolo Io e Mabel (da Rusconi). 41JCk3A33IL._SX311_BO1,204,203,200_L’ho letto in inglese per diffidenza verso i traduttori italiani quando affrontano temi legati alla caccia, alla natura selvaggia e agli animali: se sono letterati senza conoscenze naturalistiche serie, come spesso capita, le traduzioni non mi soddisfano.
Ma cos’è questo libro? Un romanzo? Forse, ma un romanzo verità, un romanzo-analisi, un diario romanzato, una discesa nell’anima enfatizzata dalla letteratura… Quel che è certo è che questa ricostruzione di lunghi mesi di convivenza con una femmina di astore, una creatura naturalmente, per ragioni biologiche di specie, bisognosa di prede, di sangue caldo e di carne strappata col becco affilato, è una vera e propria discesa nell’abisso, con risalita finale. Una discesa nell’abisso accompagnata e contrappuntata da un continuo confronto con la tragica figura di T.H. White, uno studioso e scrittore dalla vita assai difficile, che si era negli anni Trenta dato alla falconeria e aveva con scarso successo tentato di addestrare un astore, raccontandone in un suo libro. whitegosWhite, destinato a diventare famoso per il suo La spada nella roccia, è una presenza forte in tutto il libro della Macdonald, ma non c’è da stupirsene più di tanto: benché entrambi strani e marginali (ma fino ad un certo punto), i due appartengono parimenti al mondo accademico britannico. Il secondo polo del libro, e non per importanza, è rappresentato dalla figura paterna, il fotografo e osservatore attento della realtà Alisdair Macdonald, la cui morte improvvisa la scaglia in un tunnel senza uscita, dal quale cerca di emergere insieme a Mabel, il rapace, allontanandosi dalla vita umana per vivere selvaggiamente, adattandosi ai bisogni dell’astore, vivendo una vita accipitrina, tra gli alberi, i conigli, i fagiani, la carne calda e il sangue che sgorga. Perché gli astori non sono come i nobili falchi di alto rango come il pellegrino e il girifalco, che volano alti e colpiscono la preda uccidendola sul colpo: l’astore vola basso tra alberi e i cespugli, afferra la preda con le dita armate di lunghi artigli acuminati, e subito inizia a mangiare, mentre ancora l’animale catturato non è morto. Per questo veniva considerato crudele e sanguinario, e disprezzato dai nobiluomini e usati da persone di basso lignaggio, nel mondo di una volta. Ma questo è un modo puramente umano di vedere le cose.
H is for Hawk è un libro molto più complesso e articolato di quanto si possa pensare, le pagine su White potrebbero essere viste come uno straordinario saggio a sé stante se fossero estratte e collazionate, e la forza narrativa è davvero potente, la carne e il sangue si sentono, e anche gli abissi nichilistici di uno spirito che ad un certo punto pare sprofondare nella depressione. Riporto due brevi passi, in cui si evidenzia il cuore del problema dell’umano che per sfuggire al vuoto si immerge nel non-umano.

The hawk was a fire that burned my hurts away. There could be no regret or mourning in her. No past or future. She lived in the present only, and that was my refuge. My flight from death was on her barred and beating wings. But I had forgotten that the puzzle that was death was caught up in the hawk, and I was caught up in it too. (p. 160)

Hunting with the hawk took me to the very edge of being a human. Then it took me past that place to somewhere I wasn’t human at all. The hawk in flight, me running after her, the land and the air a pattern of deep and curving detail, sufficient to block out anything like the past or the future, so that the only thing that mattered were the next thirty seconds. I felt the curt left of autumn breeze over the hill’s round brow, and the need to tack left, to fall over the leeward slope to where the rabbits were. I crept and walked and ran. I crouched. I looked. I saw more than I’d ever seen. The world gathered around me. It made absolute sense. But the only things I knew were hawkish things, and the lines that drew me across the landscape were the lines that drew the hawk: hunger, desire, fascination, the need to find and fly and kill. (p. 195)

In un certo senso, questo libro racconta la storia di una lunga e durissima tardiva iniziazione alla vita pienamente umana. Dall’abisso si risale, si contempla la realtà del mondo e degli animali come i falchi e gli astori da una prospettiva differente: occorre mantenerli nella loro alterità, poiché confondere l’umano nel non-umano è un male sia per l’umano che per il non-umano. Perché Goshawks are things of death and blood and gore, but they are not excuses for atrocities. Their inhumanity is to be treasured because what they do has nothing to do with us at all. (p. 275)

Micronote 58

gufin

  1. La ragione ha le sue illusioni, e l’illusione le sue ragioni.
  2. E così dopo decenni di letture
    le stesse verità restano, dure,
    e da quella selva di vicende
    una risposta belva su noi scende
    con un indecifrabile ruggito
    che scioglie ogni fede e ogni mito.
    E io che non conosco rito
    contemplo la mia luna e il mio dito
  3. Il progressivo che invocava l’educazione sessuale nelle scuole ora invoca l’educazione sentimentale. Si scivola nello sdolcinato, ma l’idea è sempre quella: che esista un codice salvifico da inculcare, un codice progressivo oggettivamente vero, e il cui rifiuto è indice di disinformazione, ignoranza, malvagità e bassezza morale.
  4. Poiché gli islamisti jihadisti ripetono in continuazione che la loro guerra totale è contro gli infedeli (noi) e gli apostati (i musulmani non jihadisti), gli infedeli e gli apostati devono allearsi e resistere insieme. Non esiste un’alternativa che non sia folle e perdente.
  5. A ogni strage islamista i giornalisti televisivi italiani nei loro servizi applicano la seguente formula ” ……. (nome del Paese) desidera soltanto (vuole solamente, ecc.) tornare alla normalità”. Qui c’è tutto. Guardatevi la partita di calcio, e dimenticate i morti, gente!
  6. Il lor grande saper spargono al vento,
    Certo Atena con loro non fu avara:
    La ragion di ogni fatto vedon chiara,
    Essi sanno la causa d’ogni evento.
  7. Parole-pietre, parole-merda, parole-fumo, parole-veleno, parole-piombo. Le parole che girano oggi sono queste.
  8. FIDES
    Ho fede nel disordine del mondo,
    nel caso necessario, nelle menti
    svagate negli eccessi, nei tormenti
    dell’algido declino della vita,
    nell’anima che vuol restare unita.
    Debole spettro su saturnio sfondo
    ho fede in me signore di elementi
    dispersi dentro il fuoco che alimenti,
    con questa legna fra poco finita.
  9. Non sono un frequentatore di Gay Pride, ma sostengo il diritto degli omosessuali a manifestare liberamente, esprimersi liberamente, scrivere libri, produrre riviste, dibattere pubblicamente dei loro problemi. In quale stato a maggioranza islamica questo può avvenire?
  10. Questa è la dialettica democratica di oggi, che potremmo definire “delle tre L”: Lamentazione, Latrato, Linciaggio.
  11. Che ne sarebbe del nostro mondo senza le legioni di stupidi e di paranoici che lo sostengono?
  12. Ricordo che quando ero bambino sentivo spesso dire “Hitler era pazzo”. Come se fosse una spiegazione del nazismo. È molto diverso l’atteggiamento, e minore la forza ermeneutica, di chi dice oggi “i terroristi suicidi sono pazzi”?
  13. Mi piace il concetto di squilibrato, mi piace assai: poiché esso è legato all’idea che la stragrande maggioranza delle persone sia equilibrata, e che la normalità sia un equilibrio. Così, ad esempio, tutti i militanti dell’ISIS e i tagliagole di varia militanza sono squilibrati, mentre il professionista che assume cocaina a gogò è persona equilibrata. L’attribuzione dello squilibrio non sembra equilibrata. Nessuno definisce squilibrato il prete pedofilo, ad esempio, ma solo chi compie un gesto di violenza estrema, pare. Gesto che deve apparire anche privo di rapporti con l’utilità per chi lo compie. Il killer della mafia è spietato, ma mai squilibrato. L’utilità a sua volta è definita di solito in termini materialistici, che escludono l’esistenza di un Altro Mondo. E se un gesto mi fosse utile per andare in Paradiso: partecipare ad una crociata, pagare preti per dire messe a raffica, uccidere infedeli?
  14. A: Mettiamoci infine d’accordo su cosa debba intendersi per guerra di religione, perché se sia giusto o meno denominare così un conflitto presuppone concetti comuni di guerra, di religione, e di guerra di religione.
    B: Mio caro, tu sogni l’impossibile. Non vedi che qui da noi non esiste un’idea condivisa di guerra, né di religione? E come potremmo mai giungere definire chiaramente se gli eventi di terrore che si succedono siano o non siano guerra di religione?
  15. Il rinvio e la prescrizione sono i due pilastri del sistema giudiziario italiano.
  16. Dove nell’anima c’è rabbia e ferocia e brama di capri espiatori e di linciaggi, dove si gusta voluttuosamente l’amaro piacere della propria ira, là non c’è Cristo, ragazzi.
  17. E così gli Italiani si divideranno tra Italiani del Sì e Italiani del No: e si accuseranno a vicenda di essere cretini o venduti, seguendo ancora una volta la loro vocazione fatale.
  18. – Sei religioso?
    – No.
    – Sei ateo?
    – No.
    -Sei agnostico?
    – No.
    – Ma allora cosa cosa sei?
    – Non sono.
  19. Ci sono disordini fecondi, come avviene in passaggi storici rivoluzionari: ma in quei casi il disordine è il portato di conflitti tra gruppi sociali che al loro interno presentano forme di ordine, molecole saldamente unite in catene. Oggi in Italia osserviamo invece un disordine sociale molecolare, prodotto da singole molecole-individuo isolate, impazzite, istericamente proiettate nella difesa del proprio spazio vitale, prive di alcun senso dell’obbligo e del dovere verso le altre molecole, cioè verso la collettività, che viene percepita irrazionalmente solo come ostacolo alla propria illusoria felicità molecolare. Questa nuova forma di disordine molecolare è l’aspetto più inquietante dell’Italia di oggi.
  20. Infine nessuno sulla Terra seppe più tenere una penna in mano, ogni manualità sottile fu perduta, in Occidente gli umani si misero tutti a cacciare mostriciattoli invisibili, e in Oriente tutti i maschi si fecero saltare in aria per diventare martiri, e infine le macchine lanciarono il loro Jihad e dominarono il pianeta.

Due mondi

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Dentro l’immensa galassia spettrale dell’autismo esistono due mondi ben distinti, lontani uno dall’altro e separati da innumerevoli altri pianeti e pianetini. Il primo è il pianeta Pride, quello abitato dal popolo degli autistici ad alto-altissimo funzionamento, fra i quali si distingue una particolare setta, quella degli Asperger. Gli abitanti del pianeta Pride hanno sviluppato una tecnologia avanzata, e tengono continui contatti telematici con i mondi dominati dalla potentissima  popolazione dei Neurotipici, con i quali a volte commerciano, volendo però mantenersi sempre distinti, orgogliosi come sono della loro neuro-differenza. Il secondo mondo è Depression, abitato dalla reietto popolo degli autistici a basso e bassissimo funzionamento, molti dei quali non conoscono l’uso della parola e non sono in grado di capire discorsi e intenzioni ed espressioni di nessun essere vivente: per sopravvivere, essendo inetti a procurarsi cibo e vestiario e a provvedere ai bisogni minimi, costoro hanno sviluppato la capacità di vincolare a sé i genitori (sempre neurotipici) fino alla loro morte. Il pianeta Depression è dunque abitato da una popolazione mista, che gli studiosi non sono ancora riusciti a classificare. L’unica cosa su cui tutti concordano è che la sopravvivenza degli abitanti del pianeta Depression ha del miracoloso. Un’altra cosa interessante è questa: gli abitanti del pianeta Pride, nonostante la loro intelligenza, non riescono assolutamente a comprendere quelli del pianeta Depression, e tendono a pensare che siano esattamente come loro.

Questa sciocchezzuola mi è stata ispirata dalla lettura di questo bell’articolo comparso sulla rivista online Spectrum, intitolato The controversy over autism’s most common therapy . Dove esiste una forte auto-advocacy da parte delle persone con autismo ad altissimo funzionamento e Asperger che sono nella galassia spettrale, come avviene negli USA, là c’è anche molto dibattito, spesso lacerante, anche sulle metodologie di abilitazione come ABA.

Il matrimonio di piacere

mtrmpiaTra i romanzi di Tahar Ben Jelloun Il matrimonio di piacere (Le mariage de plaisir, 2016, trad. di A.M. Lorusso, La nave di Teseo 2016) non è certo il migliore: soffre di quell’impulso all’educazione dei lettori che lo scrittore marocchino-francese sta chiaramente manifestando in questi ultimi anni, un impulso che si è tradotto in libri apertamente didattici, come L’Islam spiegato ai nostri figli. Da un punto di vista strettamente formale, il romanzo mi sembra scritto affrettatamente e mal organizzato, e i personaggi mancano di profondità. Quel che sta a cuore a Ben Jelloun è chiaramente fare un discorso sull’Africa e sulle migrazioni, e soprattutto sul razzismo, facendone vedere l’estensione ben oltre l’Occidente. Razzisti appaiono qui soprattutto i Marocchini (che in Europa sono a loro volta oggetto di razzismo da parte nostra – e a questo proposito ricordo che dai Veneti intorno agli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso marocchini venivano chiamati gli Italiani dal Lazio in giù, come testimoniato da Antonio Pennacchi, e come ho trovato anche nel taccuino di prigionia di mio padre). Ed è questo l’aspetto più interessante del libro, che dovrebbe essere letto da molti al di là delle sue imperfezioni: l’onnipervasività del razzismo nelle sue manifestazioni più o meno accese e feroci. Nel Marocco di Ben Jelloun i Marocchini si percepiscono come bianchi, e considerano inferiori i neri, che vedono come gente fatta per la schiavitù (che nel Paese se non di diritto esiste di fatto, come forse avviene anche nelle terre in cui da noi si raccolgono i pomodori). Sotto la species di un romanzo un po’ claudicante una meditazione che val la pena di continuare in proprio.

Toporagno

IL TOPORAGNO
È morto il toporagno nel giardino
era una vita intensa, vita breve:
forse mangiò la lumaca avvelenata
o lo uccise la gatta del vicino.
O l’orologio biologico è scattato.
Tu godi del felino il passo lieve
ma è mortale per molte creature,
anche sazio un gatto è un assassino.
E il toporagno per mangiare ha ucciso,
la vita intensa bruciava molte vite.
È morto il toporagno nel giardino,
ma non c’è lutto, è un fatto naturale,
Senza umani non c’è bene né male.
E tu contempli un grigio corpicino
e tu solo sai del giorno finale
di un toporagno morto in un giardino.

Micronote 57

  1. gufinIl piccolo-borghese dell’era tecnotronica, versione riverniciata di quello novecentesco e oggi nuovamente dilagante in Europa, come il suo predecessore tende all’idea categorica. È convinto che (per misteriose ragioni) la verità delle cose si sia rivelata a lui e a quelli come lui, e che di conseguenza tutti coloro che non la riconoscono o la mettono in dubbio siano malvagi, nemici e traditori.
  2. Mi par di capire che il sogno dell’italiano medio sia quello di mandare a casa qualcuno, almeno una volta nella propria vita. Io manderei a casa quello, lui quell’altro: dev’essere una pseudo-medicina per identità fragili.
  3. Il vivente si adagia, si adagia
    sotto il sole si adagia, si adagia,
    il morente si adagia, si adagia,
    sotto il baobab si adagia si adagia,
    il leone si adagia si adagia,
    ha mangiato, e si adagia, si adagia,
    la mia capra nell’ombra si adagia,
    lei nell’ombra si adagia, si adagia,
    Ma il mio cuore, lui no, non si adagia,
    Il mio cuore è un grillo, non si adagia.
    (canzone Hadza)
  4. Passiamo col tempo, non ci fermiamo. Qualcuno di noi ragiona, la maggior parte si attacca alle ragioni collettive, pensa di pensare e non sa nulla.
  5. Due cose alla maggior parte degli Italiani non dicono nulla: gli alberi e i libri.
  6. Cerco la disarmonia con me stesso, con gli altri, col mondo.
  7. Vaghe promesse, immagini mortali,
    e ogni penna caduta dalle ali.
  8. Gli disse un discepolo: “Parlaci del fuoco!”
    Rispose: “Se tu ami il fuoco devi prepararti ad amare anche la cenere”.
  9. Né leggono, né pensano, né sanno, ma parlano.
  10. Mentre gli appetiti appartengono alla sfera naturale, e la società può regolarli solo parzialmente, strutturandoli in modo da renderli inoffensivi per la collettività, i desideri sono esattamente ciò che tiene insieme la società stessa. Ed ognuna alimenta i suoi, secondo modalità ideologiche. Deve alimentarli da un lato, ma dall’altro deve moderarli, contenerli affinché non diventino esplosivi. Così i desideri di un giovane spartano erano differenti da quelli di un giovane italiano di oggi, mentre i loro appetiti sono, nella sostanza, più o meno gli stessi. Il motivo per farci moderare i desideri può essere il bene della famiglia (e fin qui un italiano ci arriva), o più in generale il bene della collettività e della nazione (e qui un italiano fatica enormemente ad arrivare).
  11. Ricordo la mia catechista nell’anno 1962, parrocchia dei Gesuati a Venezia, una signora di mezza età, insignificante . Ci permetteva di farle delle domande. Ne ricordo alcune che le feci. Ad esempio questa: “Gesù era un uomo giovane, e anche gli apostoli. Perché i papi sono sempre vecchi?”. E quest’altra, molto più interessante e metafisica: “In paradiso non si va col corpo, solo con l’anima. Allora i beati come fanno a vedersi tra di loro se non hanno gli occhi?”. Devo dire che la risposta alle mie domande (gli altri ragazzini dimostravano meno ardor di conoscenza delle realtà supreme) era quasi sempre “è un mistero”. Ovviamente, il filosofo in erba era del tutto insoddisfatto.
  12. Qual è il livello di rischio per la mia incolumità personale che si deve manifestare perché il mio non-intervento in una situazione di altrui pericolo spossa sfuggire alle invettive mediatiche da parte dei sempre numerosi deprecatori dell’indifferenza dilagante? Esiste un tale livello di rischio? Se, ad esempio, vedessi un delinquente con un coltello in mano che sta incitando il suo dogo argentino a sbranare un bambino, e non mi lanciassi in soccorso del piccolo, sarei un indifferente o un pauroso? Perché paura e indifferenza non sono affatto la stessa cosa, diciamo. E i deprecatori di indifferenza/paura possono tutti evocare gloriosi esempi di sprezzo del pericolo da parte loro?
  13. Da almeno 30 anni gli indirizzi generali della scuola italiana sono stati affidati ai pedagogisti (di regime). Il risultato è sotto gli occhi di tutti, del tutto evidente. È stata condotta una guerra totale, una vera Kulturkampf, contro due Nemici: cultura critica e studio. Che infatti nei programmi ministeriali e nelle Buone Scuole non compaiono mai. Per questo, anche, il destino dell’Italia è segnato.
  14. La nostra Repubblica, essendo nata dalla Resistenza (e da un referendum un po’ torbido), e la resistenza partigiana essendo, come tutti sanno, una forma specifica di guerra, non poteva RIPUDIARE LA GUERRA. E dunque non la ripudia affatto. Ripudia solo la guerra di aggressione, la guerra fascista: non quelle di liberazione, perché si contraddirebbe, e nemmeno quelle difensive. Non poteva essere la nostra, e non è, una costituzione nonviolenta e pacifista.
  15. Quando ero ragazzo, non sopportavo Cassius Clay, e a ogni suo incontro mi auguravo che fosse sconfitto. Ora lo vedo come uno dei massimi esempi della operazione tipica della religione mediatica mondiale vigente, che consiste nella unificare in un unico soggetto le due figure del santo e del circense.
  16. ESPATIA
    Anche i secondi sogni hanno una fine.
    L’erba s’ingrigia, la corrente è gonfia
    e tu ritrovi il cane antico che trascina
    la sua memoria a riva, e ha la forza
    di muovere la coda e di morire.
  17. Sono al supermercato, è venerdì e compro pesce. Tre branzini, 25 euro. Compro anche vari altri prodotti. Alla cassa l’addetto, dopo che io ho riempito i miei due sacchetti, mi dice: “sono 23 euro e 50 centesimi”. “Ma,” gli dico, “guardi che il conto è sbagliato, solo il pesce costa 25 euro”. Lui mi guarda con occhi bovini, e prima ancora di controllare esclama: “Onesto!”. Lo stupore del cassiere segnala una condizione generale preoccupante. Qui tutti pensano che la correttezza minimale sia rara, rarissima, una cosa da eroi, da deficienti, o da persone bislacche. Questo significa che non solo nei rapporti tra il cittadino e le istituzioni, ma anche nei rapporti quotidiani ed elementari tra le persone, sta svanendo quella fiducia di base senza la quale l’intero sistema si sbriciola e sprofonda nel caos.
  18. Quando parli degli esseri umani, ricorda sempre che l’unico di loro che tu conosci dall’interno sei tu.
  19. Uno dei detti più menzogneri che siano mai stati coniati da mente umana è “chi cerca trova”.
  20. Cosa mi avranno inoculato da bambino per rendermi immune dal tifo calcistico e dall’interesse per gli sport in genere? Non lo so, ma mai di una vaccinazione un umano fu più riconoscente.
  21. Scrive Edoardo Albinati a p. 976 del suo farraginoso “romanzo” La scuola cattolica: “Il coito lascia un uomo identico a se stesso. Il che lo rende invidioso o preoccupato dei clamorosi cambiamenti che il medesimo atto può invece produrre in una donna”. Come dire: guarda come un po’ di frequentazione della cultura psicoanaliticheggiante può ridurre il cervello di uno scrittore.
  22. Se si cancella la differenza essenziale tra l’umano e l’animale, cadrà inevitabilmente anche quella tra l’animale e il vegetale. Se ogni animale viene pensato come dotato di soggettività, e lo stesso concetto di animale superiore è abbandonato, allora anche il protozoo sarà pensato come un soggetto. E se il protozoo sarà pensato come soggetto, perché non la diatomea, il cardo, la margherita, e l’insalata che ora sto per mangiare, e la cui vita ho violentemente interrotto?
  23. Se i Cinque stelle festeggiano e tripudiano
    chiedetene ragione ai governanti
    ciechi, furbastri, ottusi e tracotanti,
    che allevarono masse di ignoranti.
  24. C’è chi ama l’invettiva e chi intona Casta Diva.
  25. Penso che il mondo sia pieno di gente che sotto sotto pensa ancora di comprenderlo, e di avere ancora in mano il Senso della Storia. E spesso sono persone che criticano selvaggiamente le altrui costruzioni del mondo, senza rendersi conto che anche loro ne sostengono una. Anche non volendolo.gufin

Atlante con figure

atlanteconfigure-325x487Ho letto questo libro nei giorni in cui veniva svuotato di tutto l’appartamento in cui mio padre visse mezzo secolo, dal 1960 alla sua morte nel 2010, e io dal 1960 al 1978. L’ho letto quindi con una mirabile coincidenza di spirito ed emozione. Sono nato nel 1950, Roberto Michilli è nato nel 1949, dunque abbiamo in comune un’infanzia negli anni Cinquanta. Io a Venezia, lui a Campli (Teramo), due luoghi diversissimi: e tuttavia le nostre sono due infanzie che presentano molte affinità, molti elementi di vicinanza, molti di più rispetto a quelli di lontananza ed estraneità. Questo è stato il mio primo pensiero mentre leggevo le prime pagine di Atlante con figure (Galaad Edizioni 2016), un libro straordinariamente suggestivo, in cui Michilli attraverso una serie di quadri e quadretti, di descrizioni e racconti, di evocazioni e nominazioni, ci offre la sua infanzia e la sua prima giovinezza. Le biografie mi sono sempre piaciute, anche se so benissimo quanto possano essere ingannevoli, anzitutto per chi le scrive, e anzitutto per la loro inevitabile tendenza apologetica. Qui però non siamo davanti ad una biografia tradizionale, e lo scrittore (e poeta) non dimostra il minimo interesse alla difesa-esaltazione del sé: Michilli è spinto a scrivere dei suoi anni di bambino e ragazzo da un insopprimibile bisogno di salvare, nell’unico modo possibile, un mondo che lo scorrere del tempo, e le immani modificazioni socio-culturali che si sono succedute in brevi decenni con un ritmo sempre più incalzante, hanno stravolto e demolito. Quel mondo perduto rimane nella memoria di chi lo ha vissuto, vive ancora una sua vita crepuscolare nella sua memoria, e come realtà vivente sparirà con lui. E qua e là in Atlante con figure Michilli ci fa capire che, insieme a quel mondo, è tramontata anche la sua felicità.
Nella sua bella prefazione, intitolata Lo sgomento e l’eternità: ritratto dello scrittore da bambino, Tiziano Scarpa mette in luce alcuni elementi fondamentali per una piena comprensione del libro. E tuttavia, se concordo con lui nella sottolineatura della rilevanza e del ruolo dell’imperfetto, tempo verbale cardine di questo mondo di Michilli, non userei la parola sgomento. Certo, il cuore ti si stringe nel rivedere l’interno della casa in cui sei stato bambino, dove non entri da mezzo secolo, o nel rivedere donne che un tempo furono bellissime ragazze, ti si stringe, ma io non lo chiamerei sgomento, ma piuttosto una forma più acuta di malinconia. E il potere di questo libro è quello di riportare il lettore alla sua stessa infanzia, al di là di ogni differenza, e io credo che valga anche per il lettore che non abbia vissuto come me i suoi primi anni di vita nei lontani Cinquanta. Perché, se mi fosse chiesto se vi sia e quale sia l’argomento di questo libro, al di là del livello biografico, io risponderei che sì, posso vedere un tema di fondo, un tema decisivo: quel che rende una vita felice. Sembra che difficilmente una vita felice possa scaturire da un’infanzia infelice: ma cosa ti rende felice l’infanzia? Michilli ci fa capire che i due elementi primi della costruzione di un’infanzia felice, che non sono nella disponibilità del soggetto ma gli sono dati o negati, sono l’affetto dei genitori, la loro cura premurosa, e il senso di sicurezza e protezione che ne deriva, e poi l’appartenenza ad un gruppo di amici, di coetanei con cui vivere giochi e avventure. Ritengo probabile che questi due elementi, a dispetto della maggior povertà economica di quei tempi, fossero molto più diffusi in quei lontani anni Cinquanta.
C’è qui, infine, in questo libro spoglio di retorica e lontano dal sentimentalismo, una vibrante poetica delle piccole cose. Anche un oggetto minimo e  insignificante si può caricare di una straordinaria potenza evocativa e consolatrice. Come  il gattino di latta bianco e marrone, che dal profondo dell’infanzia ritorna ad essere un compagno, per dare tranquillità e sonno alle difficili notti dello scrittore.