L’Amore in sé

 

Che cos’è l’Amore in sé? Il titolo del raffinato breve romanzo di Marco Santagata (Guanda, Parma 2006) potrebbe anche scriversi L’amore in sé con l’a minuscola. Il senso sarebbe lo stesso? Poiché il titolo è stampato a caratteri maiuscoli la cosa comunque rimane ambigua. Questo romanzo mi ricorda la famosa tenzone duecentesca, il dibattito in rima tra Pier della Vigna e Jacopo Lentini e Jacopo Mostacci sulla natura dell’amore.
Non è un caso. Il protagonista di questo romanzo, infatti, è un professore universitario di letteratura italiana, che si trova in Svizzera a tenere delle lezioni accademiche sul Petrarca. Lezioni che (fortunatamente!) tendono a discostarsi gradualmente dall’accademico. Mentre Fabio (un mio omonimo, ohibò) sta presentando agli studenti una sua analisi del sonetto La vita fugge, e non s’arresta un’ora, e rispondendo ad un’obiezione di una giovane ascoltatrice, gli escono dalla bocca le parole « Vede, Bubi è il nome che Petrarca dà al desiderio…», e subito si accorge che, con una movenza inconscia, al posto del nome di Laura sulla sua bocca è gemmato il nome di Bubi, la dimenticata. Fabio sperimenta un inaspettato fulmineo ritorno del suo passato adolescenziale, segnato da un amore appassionato per una compagna del ginnasio, un amore successivamente rimosso nel modo più completo. Con una serie di flash-back che contrappuntano l’analisi del testo di Petrarca, il maturo professore rivive quella sua antica (e abbastanza tragica) storia d’amore. È stato un amore assoluto, come si vuole che siano gli amori d’adolescente, la cui parabola si conclude in una delusione assoluta: l’oggetto d’amore si rivela radicalmente differente da quello che il giovanissimo Fabio s’era figurato. Dunque, similmente alla Laura di Petrarca, la ragazza Bubi è una creazione del desiderio di Fabio. L’amore è desiderio, e crea il suo oggetto. Viene il momento in cui l’oggetto si sottrae, e questo suo sottrarsi può essere narrato come morte vera e propria (Laura), o come svelamento di una identità dell’oggetto radicalmente diversa da quella creata dal desiderio (e amata). Il desiderio può quindi far permanere l’oggetto d’amore come fantasma d’amore (in morte di…) o annichilirne la memoria stessa, come è avvenuto in Fabio. Almeno fino al momento in cui lo stesso passare del tempo e la maturazione dell’animo consentano di affrontare il ricordo con uno spirito di conciliazione, sì che la memoria ne risulti purificata e pacata.

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