La Bibbia

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L’edizione Rizzoli che ho comprato è del 2009. Tre racconti (1962, 1964 e 1973). Il primo, La Bibbia dà il nome al libro ed è un mini-romanzo di formazione. Formazione di un ragazzino che a me non piace: uno che giocando col suo cagnolino reagisce ad un piccolo morso con una scarica di colpi di vanga (e non dalla parte del manico). Un libro duro, grande scrittura.

Storie di pascolo vagante

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Sembrano alieni, residui di un mondo millenario ormai scomparso, i pastori vaganti le cui greggi ogni tanto vediamo ai margini di una strada. Con questo suo libretto edito da Laterza nel 2016, Storie di pascolo vagante, Marzia Verona ci introduce in un modo di vita che appare lontanissimo, ma che continua a coinvolgere e appassionare molti, anche giovani. E infatti di passione si tratta, ed è passione quella che spinge l’autrice, laureata in scienze forestali, a condividere per anni quel modo di vita, a farsi pastora tra i pastori. La sua esperienza la narra in pagine asciutte, non elegiache, spoglie di ogni retorica nostalgica e idealizzante, estremamente concise e attente ai fatti. Tra passione, economia, vincoli burocratici, incomprensioni, problemi ambientali. Una lettura che potrebbe purificare la mente di molti intellettuali, diciamo. Ma che non piacerà a coloro che sono affetti da ideologismo ambientalista e animalista.

La famiglia Winshaw

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La famiglia Winshaw, di Jonathan Coe (WHAT A CARVE UP, 1994, trad. it. di A. Rollo, Feltrinelli). Io ho letto la ventunesima edizione, del 2011. A tratti mi sono divertito, ci sono scene molto spassose qua e là. Ma è un romanzo diseguale, disarmonico, pretenzioso, eccessivamente autoconsapevole, schieratissimo contro le riforme della Thatcher tanto da apparire eccessivamente militante, e per questo destinato a non reggere all’usura del tempo. Tra cinquant’anni forse si leggerà come un documento dell’epoca, ma difficilmente farà scaturire emozioni di un qualche tipo. Troppo astutamente costruito, su questo ho pochi dubbi. E le pagine finali sfiorano il ridicolo, sono una cavolata, diciamo.

La bella signora Seidenman

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È un romanzo di quelli che riempiono l’anima, La bella signora Seidenman di Andrzej Szczypiorski (1986, trad. it. di P. Marchesani, Adelphi 1988).

«I demiurghi, caro signore, sono specialisti nel salvare l’umanità. Lei non fa in tempo a voltarsi che quelli spuntano uno dopo l’altro da una qualche tana. Portano in tasca la pietra filosofale. Ciascuno ha una pietra diversa e se le lanciano contro, solo che di solito colpiscono in testa gente perbene come lei o come me… Vogliono organizzarci il futuro a modo loro. E anche il nostro passato vogliono modellarlo a modo loro. Non ha ancora mai incontrato esseri simili, signor Kujawski?». (p. 14)

La via di Schenèr

DSC01890Una via erta, stretta e pericolosa è stata quella che per secoli ha unito — unica via — la vallata del Primiero e la città di Feltre. La prima apparteneva alla casa d’Austria, la seconda a Venezia. Ma il vescovado di Feltre comprendeva anche il Primiero: una situazione complessa. Quella via alpestre, battuta da animali da soma e da uomini con some sulle spalle, che richiedeva circa 15 ore almeno per essere percorsa tutta, fu vitale anzitutto per gli abitanti del Primiero, e oggetto di innumerevoli controversie per la sua manutenzione. Tutta la storia di questo difficoltoso passaggio alpestre e del suo sfondo economico e politico è ricostruita con grande passione da Matteo Melchiorre nel suo libro La via di Schenèr (Marsilio 2016). È un libro straordinario, che unisce in una narrazione avvincente il rigore dello storico e una vena affabulatrice vivissima, cosa rara in Italia negli studiosi, e in particolare negli storici,  la cui vita, come quella di Melchiorre, che è un ricercatore universitario, si svolge essenzialmente tra un archivio e un altro. Quei luoghi io, veneziano, li ho frequentati abbastanza (la mia prima vacanza in montagna, nel 1952, fu a Fiera di Primiero, e molte volte sono stato a Feltre e sui monti circostanti), e forse per questo le pagine di Melchiorre mi prendono particolarmente, tuttavia è certo che il libro, denso di incontri e di figure e  vicende tratteggiate con mano sicura, si legge più volentieri di tanti romanzetti in circolazione.

Caucasia

DSC01889Nelle mie letture errabonde, del tutto slegate da mode e urgenze, mi imbatto in un romanzo del 1998, Caucasia di Danzy Senna, che leggo nella traduzione di C. Vatteroni (Dalai 2011). Il livello è quello di un buon serial televisivo, con personaggi ben calibrati e una buona tecnica narrativa, da scuola di scrittura. Senza voli d’angelo, senza vera profondità, piacevole lettura serale. Romanzo di una formazione, narrato in prima persona, ha come nucleo centrale il problema, fortemente avvertito negli USA, dell’identità razziale. Ovvero la questione di quella cosa che insieme è e non è, che per alcuni versi è innegabile e per altri inesistente, che è la razza. La protagonista narrante è infatti la figlia di un nero (non nerissimo) e di una bianca wasp, ha un aspetto che le consente ad un certo punto di farsi passare per ebrea, mentre la sorella più grande ha pronunciati i caratteri fisici dell’afroamericana. Dalla sparizione inspiegabile del padre e della sorella, che fuggono in Brasile, mentre a sua volta la madre la coinvolge in una fuga senza fine, come se fosse ricercata dalla polizia, si sviluppa tutto l’intreccio. Ambientato tra i tardi anni Settanta e i primi Ottanta, potrà forse essere un testo sociologicamente interessante. Dal punto di vista strettamente letterario, una lettura godibile e niente di più.

A Child from the Village

qutb17La vita e l’opera dell’egiziano Sayyd Qutb (1906 – 1966), uno dei maestri di pensiero dell’islamismo radicale dei Fratelli Musulmani, dovrebbe essere meglio conosciuta, o semplicemente conosciuta, da tutti coloro che parlano di Islam e islamismo radicale senza conoscere l’oggetto. In realtà A Child from the Village (a cura di William Shepard, Syracuse University Press 2004) Qutb lo scrisse da giovane, prima della sua conversione all’islamismo, quando era un militante progressista e nazionalista. Ma è proprio per questo che la sua lettura è importante: leggendolo tu capisci che un islamista non è un alieno, è un uomo come te. È un libro eccezionale, che dipinge un quadro di estremo interesse della vita nei villaggi contadini di inizio Novecento: una vita che non si distaccava di molto da quella che gli abitanti delle sponde del Nilo avevano condotto al tempo dei Faraoni. Quella vita, già in corso di forte cambiamento al tempo in cui Qutb scrive, è rievocata lucidamente, nei suoi aspetti anche minimi, senza alcun alone di rimpianto. La gente che Qutb ci fa conoscere ha con la religione un rapporto che non è molto lontano, in fondo, da quello tradizionale della grande maggioranza dei cattolici: i contadini venerano il Corano, e rispettano sommamente e stimano coloro che lo conoscono a memoria, ma i più ne hanno una conoscenza scarsa e superficiale, e prevale un atteggiamento superstizioso: il culto di reliquie e tombe di santi, la fede nei miracoli di santi e santoni, nella magia, nel soprannaturale presente ad ogni angolo. La vita nei villaggi è dura, e in particolare dura è quella delle donne. Ed è singolare che il libro di Qutb — alla cui conversione all’islamismo avrebbe concorso non poco il suo rifiuto di quella emancipazione femminile e di quella promiscuità tra i sessi che era destinato a conoscere di lì a poco in America — si concluda con un sentimento di pena per le misere condizioni di vita delle donne dei villaggi.

Per molte famiglie benestanti del paese la ricchezza era limitata, perché di generazione in generazione l’eredità veniva suddivisa, e nel giro di tre o quattro successioni svaniva, a meno che non si verificasse un inatteso colpo di fortuna. Una buona famiglia poteva quindi ritrovarsi in difficoltà finanziarie, e talvolta in estrema povertà, mentre dimore un tempo abitate e piene di vita potevano trasformarsi in melanconiche rovine. La memoria di queste cose persisteva nell’anima di ciascuno, e in particolare tra le donne, e così l’afflizione dominava le case e la tristezza le chiudeva, a meno che non iniziasse ad albeggiare una nuova speranza. In campagna il lutto è lungo e protratto perché là il tempo si muove con passi lenti e misurati. La morte, che assale un membro della famiglia dopo l’altro, proietta costantemente una spessa ombra nera, annidandosi in ogni cuore e apparendo in ogni gesto. (…) Il tasso di mortalità in campagna è alto, come lo è quello della natalità che lo compensa. Ma ciascuna morte è una memoria duratura nel cuore della madre, della sposa o della sorella, una memoria che ad ogni altro decesso e funerale continua a emanare cordoglio. Allora la donna si rifugia nella lamentazione triste e melanconica.
Quando gli uomini sono nei campi, possono dimenticare. La luce del sole che brilla riempie le loro anime e le rischiara, e i semi che germinano nella terra nera spingono la speranza a crescere nelle loro anime perfino quando nella loro profonda semplicità essi non la possono pienamente percepire. Ma le donne, che generalmente non lasciano le case — tranne le poverissime che nell’Alto Egitto in rare occasioni si recano nei campi — , queste donne non hanno nulla che possa far dimenticare i loro dolori. Le case sono oscure e le loro stanze buie, specialmente quando scende la notte e le case sono illuminate solo da quelle fioche, piccole lampade a kerosene, che spandono la loro debole, pallida luce sulle pareti buie, così che le ombre delle persone danzano su di esse come spettri, e un sentimento tetro di angoscia e tristezza grava su ogni casa e sui suoi abitanti.
(pp. 130 – 131)

John Barleycorn

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John Barleycorn, il protagonista assoluto di questa autobiografia alcoolica di Jack London (trad. L. Bianciardi, UTET 2008) non è un umano, è la personificazione della birra e del whisky. L’io narrante è lo stesso London, che dalla sua prima ubriacatura a soli 5 anni vive il bere come fatto eminentemente sociale, come un elemento fondativo della vita di tutti i maschi di carattere, avventurosi e di un qualche valore. Il rapporto con John Barleycorn si prolunga per tutti i decenni qui narrati, con episodi spesso epici e grandiosi, in cui la miseria umana confina con l’eroismo, nel puro spirito londoniano. Alla fine, la conclusione dell’autore sembra essere quella della necessità di chiudere tutti i saloon: finché esisteranno questi luoghi di incontro tra maschi, l’unico mediatore sarà sempre e solo l’alcool. Per chi ama London, un libro imperdibile.