Cromorama

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Penultima mia lettura del 2017. Cromorama di Riccardo Falcinelli è un libro sul colore, sui colori. Un vero trattato sulla storia dei colori, in particolare negli ultimi tre secoli e nella civiltà dell’industria e del design. Una miniera di informazioni sulle tecniche di fabbricazione dei colori, sul loro uso e sul loro significato sociale, e insieme una piacevolissima lettura. Da questo libro si impara moltissimo, un godimento per la mente e per lo sguardo.

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Caporetto

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Bellissima prova di storico nel senso antico e pieno del termine, questa di Alessandro Barbero, che riesce a coniugare rigore accademico e avvincente narrazione. Sono in tutto 645 pagine, e le note cominciano a pagina 515: tanto basti per il rigore accademico. Quello che prende il lettore è la capacità di Barbero di creare scene, e quella generale della rotta di Caporetto è apocalittica, nel senso dello sprofondamento nel caos (con aspetti dionisiaci) e dello svelamento, della rivelazione, degli aspetti dell’Italia che hanno un carattere di permanenza: soprattutto l’ossessione burocratica, della quale non v’è cittadino italiano che non faccia lunga ed amara esperienza, ieri, oggi e sicuramente domani. Lettura formidabile, diciamo.

ANTIPOLITICI

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Quelli che, convinti erroneamente di essere per essenza migliori dei membri della classe politica, vivono in uno stato di indignazione permanente, pronti ad accendersi come cerini su Facebook, mi appaiono spregevoli. Non sono in nulla moralmente differenti dalle masse che si affollavano intorno alle ghigliottine durante il Terrore, salvo che per la loro debolezza di carattere, orrore del sangue reale e vigliaccheria personale. Sono immaturi, bambini non completamente cresciuti. Vero, ma quanto sono responsabili di questa loro condizione, così diffusa da rappresentare la quasi totalità?
Io penso questo: lo sviluppo delle società avanzate ha messo sotto gli occhi di tutti gli umani la loro radicale uguaglianza strutturale, il fatto che, al di là di tutte le differenziazioni di cultura, ricchezza e capacità personali, essi non sono che scimmie iper-mimetiche e violente, in cui ogni membro del gruppo è mosso da un impulso a porsi al suo centro e insieme a promuovere il linciaggio di chiunque altro intenda fare la stessa cosa. Questo è il paradosso costitutivo dell’umanità, ed esisterà sempre finché vi saranno esseri umani. I social non fanno altro che amplificarlo. Non ne esiste una via d’uscita definitiva, 
sono possibili solo rimedi parziali e momentanei. Quasi tutti, ovviamente, si rifiutano di prendere atto di questa loro natura, e anche questo misconoscimento è parte essenziale dell’umano, che però, a causa della sua natura paradossale, secerne continuamente da sempre anche un parziale antidoto: la sapienza.

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“Hai finito per calpestarla” disse. “Avrei dovuto avvertirti, stava sul tappeto e forse era malata. Ma non volevo interromperti. Forse ero solo curioso di vedere se la scampava o no. Adesso, vedi, mi sto anche un po’ interessando – comprensibilmente – alla durata della vita altrui…”. Posò l’ape in un posacenere. ” E’ morta,” disse “sebbene l’estate sia appena incominciata. Sui fiori dei prati non potrà più andare, né sulle spalliere su cui batte il sole. Non tornerà più alle malve su cui era abituata a volare, né sul phlox quando è in fiore. Che anche i fiori fioriscano per niente! Che anche l’estate, all’apparenza eterna, finisca! Un giorno, quando si farà nuvolo, lo stagno si coprirà d’argento e le sue minuscole onde offuscheranno lo specchio di un mondo che non è più, e i suoi giunchi sussurreranno i nomi di tutti quelli che non saranno più. Che tristezza non ritornare più, mai più! E che anche gli amanti, ahimè, non possano ritornare, nemmeno loro! Loro che pure vivono l’uno per l’altra – prima per giorni, poi per settimane, infine per anni. E credono che sia per sempre. Eppure sopraggiunge poi l’ultimo istante. Si lasciano, e forse pensano ancora di lasciarsi come altre volte solo per poco tempo. Invece è per sempre. I cammini che erano abituati a percorrere li aspettano invano, e le stanze dove si incontravano restano vuote come spazi vuoti. Due mani si congiungono ancora, ma in quell’istante la mano dell’uno dista più delle stelle più remote, e le lagrime che vi gocciolano sopra, cadono nell’eternità”.

(Il tenente Siverstolpe a pag.145 del romanzo di Alexander Lernet – Holenia Due Sicilie, 1942, Adelphi 2017)

Berlino Ultimo atto

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La prima stesura di Finale Berlin fu scritta da Heinz Rein (1906 -1991) nell’immediato dopoguerra. Il vasto romanzo-saggio fu poi ripreso nel 1980 e infine nel 2015, in quello che forse possiamo chiamare il ciclo dell’oblio. Con tutti i suoi difetti, tra i quali spicca una certa tendenza didascalica in molti dialoghi, questa è una rappresentazione accurata e ineludibile dei giorni terribili della battaglia di Berlino dell’aprile 1945. La follia nazista di voler difendere la capitale fino all’ultimo uomo comportò un’ecatombe. La prima guerra mondiale era stata un’esperienza terribile per gli europei, ma lo era stata soprattutto per i soldati sul campo di battaglia, le città venivano sostanzialmente risparmiate. Nel secondo conflitto mondiale la città diventa sovente campo di battaglia, oppure obiettivo da radere al suolo con l’uso massiccio dell’aviazione. A Berlino nel 1945 le due prospettive si fondono in un orrore totale. E qui si comprende come e perché oggi sia problematico per gli occidentali lo stesso concetto di guerra, con tutto quel che ne consegue, compresi ipocrisie e paralogismi.

La mia religione 11

Brotture

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Καὶ ἔρχονται φέροντες πρὸς αὐτὸν παραλυτικὸν αἰρόμενον ὑπὸ τεσσάρων. καὶ μὴ δυνάμενοι προσενέγκαι αὐτῷ διὰ τὸν ὄχλον ἀπεστέγασαν τὴν στέγην ὅπου ἦν, καὶ ἐξορύξαντες χαλῶσιν τὸν κράβαττον ὅπου ὁ παραλυτικὸς κατέκειτο. καὶ ἰδὼν ὁ Ἰησοῦς τὴν πίστιν αὐτῶν λέγει τῷ παραλυτικῷ· τέκνον, ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι. Ἦσαν δέ τινες τῶν γραμματέων ἐκεῖ καθήμενοι καὶ διαλογιζόμενοι ἐν ταῖς καρδίαις αὐτῶν· τί οὗτος οὕτως λαλεῖ; βλασφημεῖ· τίς δύναται ἀφιέναι ἁμαρτίας εἰ μὴ εἷς ὁ θεός; καὶ εὐθὺς ἐπιγνοὺς ὁ Ἰησοῦς τῷ πνεύματι αὐτοῦ ὅτι οὕτως διαλογίζονται ἐν ἑαυτοῖς λέγει αὐτοῖς· τί ταῦτα διαλογίζεσθε ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν; τί ἐστιν εὐκοπώτερον, εἰπεῖν τῷ παραλυτικῷ· ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι, ἢ εἰπεῖν· ἔγειρε καὶ ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ περιπάτει; ἵνα δὲ εἰδῆτε ὅτι ἐξουσίαν ἔχει ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ἀφιέναι ἁμαρτίας ἐπὶ τῆς γῆς– λέγει τῷ παραλυτικῷ· σοὶ λέγω, ἔγειρε ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ ὕπαγε εἰς τὸν οἶκόν σου. καὶ ἠγέρθη καὶ εὐθὺς…

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Il gigante sepolto

Per il Nobel a Ishiguro.

Brotture

26225748Un romanzo difficile da etichettare, un sottile gioco letterario e una splendida narrazione è Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro (The Buried Giant, 2015, trad.it. di S. Basso, Einaudi 2015). Ambientato tra Sassoni e Britanni in un’epoca immediatamente post-arturiana, ha qualcosa del romanzo storico, e la presenza di orchi, folletti e di un drago ne potrebbero fare un fantasy. Ma gli elementi fantastici non hanno in fondo qui un ruolo davvero importante. Folletti, orchi e lo stesso drago da un lato sono molto carnali – c’è, tanto per dire, un orco che muore per aver mangiato (cruda) una capra avvelenata, e una spada affilata e un po’ di coraggio sono sufficienti a tenere a bada le creature non umane, e lo stesso drago, il drago-femmina Querig, quando alla fine appare è assai malandato e prossimo a morire, come un qualsiasi animale, di vecchiaia. Vecchio è il drago…

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Sorgo rosso

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Se uno dei caratteri fondamentali dell’epica è la smisuratezza dei personaggi, la presenza di eroi che sono tali non per l’elemento morale ma per il loro oltrepassare le dimensioni consuete dell’umano, Sorgo rosso di Mo Yan (scritto nel 1988) è un grande testo epico. Questa sua natura epica emerge anche nei particolari minimi, non solo nelle battaglie tra cinesi e “diavoli” giapponesi invasori, ma anche in quelle tra ragazzi armati di bombe a mano e legioni di cani mangiatori di cadaveri, e in molto altro. Tutto qui è smisurato, a cominciare dall’oceano di sorgo, pianta semi-divina che offre cibo, vino, materiale da costruzione, e il cui colore richiama quello del sangue, che nel racconto scorre copioso. L’epos emerge negli aspetti minimi, ed un esempio formidabile è quello della cena dell’eroe centrale, Yu Zhan’ao, in una bettola in cui lui, affamatissimo, vorrebbe mangiarsi una bella porzione di quell’animale che sta bollendo in una pentola, spargendo intorno un invitante profumo: un cane. Ma l’oste gli vuol dare solo la testa, perché il resto è già prenotato dal grande bandito Collo Macchiato. Quindi:

“Yu Zhan’ao, seppure a malincuore, dovette piegarsi. Afferrò con una mano la tazza e con l’altra la testa del cane, bevve un sorso di vino e diede un’occhiata agli occhi della bestia che, sebbene cotti, apparivano ancora furbi e feroci, poi con l’animo di chi è stato trattato ingiustamente diede un morso mirando al naso: l’aroma era delizioso. Affamato com’era, non poteva certo fare il difficile, inghiottì gli occhi del cane, ne succhiò il cervello, masticò la lingua, e mangiò la carne del muso vuotando la tazza del vino. Fissò poi l’ossuto cranio della bestia, si alzò e ruttò”. (p.131)

È un libro per spiriti forti, non per mammole, diciamo.

 

La mia religione 10

Brotture

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Ὀψίας δὲ γενομένης, ὅτε ἔδυ ὁ ἥλιος, ἔφερον πρὸς αὐτὸν πάντας τοὺς κακῶς ἔχοντας καὶ τοὺς δαιμονιζομένους· καὶ ἦν ὅλη ἡ πόλις ἐπισυνηγμένη πρὸς τὴν θύραν. καὶ ἐθεράπευσεν πολλοὺς κακῶς ἔχοντας ποικίλαις νόσοις καὶ δαιμόνια πολλὰ ἐξέβαλεν καὶ οὐκ ἤφιεν λαλεῖν τὰ δαιμόνια, ὅτι ᾔδεισαν αὐτόν.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

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