FRATELLI D’ANIMA

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FRATELLI D’ANIMA di David Diop è un romanzo breve (122 pagine) ma, se è vero che il sublime è ciò che coniuga splendore e orrore, è anche un romanzo sublime. Certo, la sua lettura richiede uno spirito forte. Perché la bellezza della scrittura già nelle prime pagine ti porta nell’orrore, che qui è quello della guerra di trincea, nella Prima Guerra Mondiale in Francia, nel luogo in cui gli esseri umani muoiono come mosche. E cosa faresti tu sei il tuo migliore amico, compagno d‘infanzia, venuto con te dall’Africa a combattere la guerra dei Francesi, lui che è una parte di te, e con te anche nell’assalto sotto il fuoco tedesco, fosse sventrato da una baionettata, e tu gli giacessi accanto per ore, mentre lui con le budella tutte fuori ti chiede continuamente di porre fine alle sue sofferenze bestiali tagliandogli per amore la gola? Anche se consuetudine ancestrale, legge religiosa e codice civile a questo si oppongono. Tu cosa faresti? Il protagonista non fa quello che il suo “fratello d’anima” gli chiede. Ma da qui discendono per lui molti mali. Cosa è giusto in un caso limite come questo? Il romanzo pone domande radicali. Leggetelo, se potete. E poi discuterete meglio di eutanasia e altre questioni.

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La religione di Salvini

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 Fabio Brotto

L’elemento che distingue con più forza Salvini dai politici influenti che lo hanno preceduto nella storia della Repubblica è questo, la NON-DISTINZIONE. Nel senso per cui egli si offre alla sterminata massa dei suoi elettori e sostenitori come un popolano, un uomo del volgo, che vive come il popolo, si diverte come il popolo, condivide in tutto i sentimenti e le pulsioni del popolo, come una persona di cui si può dire tutto fuorché sia una persona “distinta”. NON DISTINZIONE, dall’altro lato, significa che con ogni suo gesto, con ogni sua parola lui afferma sempre: io vi rappresento proprio in forza del fatto che sono uno di voi. E da questa identificazione si avvia una circolazione, un flusso che riporta continuamente dal Capo alle membra del corpo sociale e ancora al Capo, all’infinito. Il Capo fa e dice quello che il popolo vorrebbe fare e dire, e il popolo vede LEGITTIMATE così dal Capo le sue pulsioni, anche quelle che la cultura dominante post-1945 aveva rese indicibili e impraticabili, come quelle razziste. Questo principio della non-distinzione vale anche per la RELIGIONE CATTOLICA di cui Salvini esibisce continuamente uno dei simboli più conosciuti, il ROSARIO. Il marianesimo, la devozione mariana, il culto nei luoghi delle apparizioni con le varie pratiche connesse, è qualcosa di molto sentito da una parte dei cattolici italiani. Anche da quelli che non saprebbero rispondere alle più semplici domande sui contenuti della loro fede. Anzi, soprattutto da quelli. Bisogna ricordare sempre, quando si parla di masse cattoliche, della devozione popolare, ecc. ecc., che anche quella parte della borghesia italiana che ha sostenuto la DC e che ha sposato la democrazia liberale, ha comunque nel tempo mantenuto una sovrana ignoranza della Bibbia, della riflessione teologica, ecc. ecc. Insomma, l’Italia è stato sempre un Paese dominato dall’IGNORANZA RELIGIOSA. Perché dunque stupirsi degli atti, di natura chiaramente INTEGRALISTA, che Salvini compie continuamente? Salvini esprime, con grande intelligenza strumentale e politica, un sostrato fondamentale della Nazione italiana: che in buona parte è gretta, ignorante, violenta e pagana. Può quindi dire anche qui: IO SONO UNO DI VOI. Di questo anche la gerarchia cattolica, che oggi appare frastornata, porta grande responsabilità misurabile nei secoli, perché ha mantenuto fino agli anni Sessanta del Novecento il laicato cattolico nell’ignoranza religiosa, ha combattuto il Modernismo, si è alleata coi fascismi: infine i nodi vengono al pettine, e sono grandi come macigni.

 

 

 

Fanatismo

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Oggi sui media si parla molto del fanatismo islamico, ma ve n’è di diverse specie, alligna anche nella scuola italiana. Chi non ha incontrato mai insegnanti, genitori e dirigenti fanatici? Gente convinta di aver capito tutto, di aver la verità in tasca, e che vede in coloro che pensano diversamente degli imbecilli, oppure persone in malafede. È ben vero che la parola fanatico viene spesso usata a sproposito, ma soprattutto come un’arma verbale, data l’umana tendenza ad attribuire all’altro le peggiori nefandezze.

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Orme nel cielo

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Saga familiare che veramente ha il diritto di chiamarsi saga, questo Orme nel cielo di Einar Már Gudmundsson (Fótspor á himnum, 1997, trad. it. di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano 2003). Una tipica postmodernità della costruzione (con l’incrociarsi continuo dei piani temporali tra i brevi capitoletti) si unisce ad un linguaggio scarno, con poche concessioni allo psicologismo. Come rileva il traduttore nella sua postfazione, quest’opera si inscrive in quel numero di romanzi nordici che ri-presentano il mondo della fame, che sembra oggi remoto ma è dell’altro ieri: in Islanda, nella Scandinavia, nella campagna padana. Incastrati nella narrazione troviamo relitti preistorici, come la storia della donna-foca, che ci fa pensare alla fanciulla-cigno del romanzo di Leena Lander La casa del felice ritorno. Tutte le storie di uomini-animali che ad un certo punto abbandonano la loro pelle e la riprendono, o la perdono per sempre, rimandano ad un passato sacrificale, in…

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Non c’è stata nessuna battaglia

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“Mi dispiace che tu e Nick vi siate separati. Non doveva succedere e comunque non in questo modo. Chissà se esiste al mondo qualcuno che riesce a stare con la persona destinata a lui, o a lei, non dico per tutta la vita ma almeno per un tratto abbastanza lungo della vita, anziché perderla quasi subito o comunque molto prima del tempo. Di solito arriva qualche tipo di errore o disastro, che spazza via la persona giusta e fa entrare in scena un sostituto. Alcuni di questi sostituti capitano lì per caso, senza aver progettato niente, altri aspettavano sulla porta da mesi o da anni, e il più delle volte sanno benissimo che sostituiscono qualcuno, però non gli interessa, perché loro vogliono stare lì, con te, e sono disposti a tutto nel nome di questo.”
Sono considerazioni di un personaggio del romanzo di Romolo Bugaro Non c’è stata nessuna battaglia (p. 206), appena uscito da Marsilio. Un romanzo per piccolo coro, potremmo chiamarlo, perché la narrazione oscilla continuamente tra l’io e il noi di un gruppetto di amici che furono adolescenti nella Padova degli anni Settanta, da quell’epoca giungendo fino ai giorni nostri. E questo piccolo coro canta, al di là delle contingenze storiche, l’accidentalità che governa il destino degli esseri umani: ovvero il caso che continuamente si traveste da destino, e viceversa. Accadono fatti che determinano il corso della vita, ma mentre accadono non vengono percepiti come decisivi e fatali, mentre lo sono. Come si vede in questo passo, che vede un protagonista plurale:
“Un pomeriggio di febbraio, mentre stanno sfogliando il giornale a un tavolino del Caffè Margherita, una donna in piedi sul lato opposto della terrazza cerca il loro sguardo, mentre il marito o compagno sta pagando la consumazione al cameriere in gilet color vinaccia. Impiegano qualche secondo per collegare quel viso sorridente alla ragazza che aveva preferito l’Hyppopotamus al compleanno di Sergio alla Grotta azzurra, tanti anni prima, e che non s’era mai lasciata dimenticare del tutto, nemmeno durante gli anni nerissimi della latitanza nel sud della Francia. Capelli biondi e non più castani. Fisico morbido e non più asciutto. Sempre gli stessi occhi vivi come quelli di un piccolo animale e soprattutto quelle magnifiche tette.
Ehi, Alessandra! Dio mio, quanto tempo!
Ferma in fondo alla terrazza del bar, lei solleva un poco la mano aperta, non esattamente un gesto di saluto, piuttosto una traccia di antica intimità, un modo per dire: Ecco, vedi, ci siamo incontrati un’altra volta, siamo ancora noi, ti ho pensato spesso in questi anni, chissà se l’hai fatto anche tu.
Tutto dura pochi secondi. Lei si allontana accanto al suo compagno, un uomo massiccio dai capelli corti e brizzolati, senza più voltarsi indietro, e sparisce in mezzo alla gente come un ricordo in carne ed ossa, una scheggia di passato tornata per miracolo fino a loro nella luce radente di quel giorno invernale. (p. 70)

LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO

PICCOLA NOTA su LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO L’OSPITALIERE di Gustave Flaubert, traduzione e cura di Roberto Michilli.
Non inganni il titolo, questa pubblicata da DiFelice nel 2019 è un’opera di ampie proporzioni (483 pagine) che presenta all’inizio la traduzione del racconto flaubertiano (nuova, accuratissima, dello stesso Michilli) con testo a fronte, e poi un esame molto approfondito dello stesso, supportato da una grande mole di letture critiche e di citazioni degli interpreti che nel corso dei decenni si sono cimentati con la Légende, dei quali sono riportati molti passi rilevanti.michilli-cop-1
Mi sento di ripetere qui le parole che scrissi dopo la lettura de Il prigioniero, il libro di Michilli sul poeta russo Lermontov: l’analisi critica è evidentemente animata e sospinta da un lungo amore, da una fortissima passione. In questo caso traspaiono forse alcuni segni di vera e propria identificazione, tanta è la forza intellettuale riversata nello scavo delle radici da cui è scaturito il Julien. Il lettore ne è catturato.
Non riassumo la notissima vicenda, limitandomi a due aspetti, quelli che mi hanno fatto pensare. In primo luogo, Giuliano compie l’atto più tremendo che un essere umano possa compiere, uccide il padre e la madre. In secondo luogo, prima di compiere quell’atto, Giuliano appare come un cacciatore. Ma non è, a mio parere, assoggettabile ad una lettura freudiana, lacaniana, ecc. (ovvero lo è, lo è massicciamente stato, dati il prestigio e lo spazio che la cultura occidentale ha assegnato alla psicoanalisi, che è un complesso articolato e autorigenerantesi, come l’Idra, di mitologie ˗ e anche Michilli segue questa strada); e, d’altra parte, Giuliano non è affatto un cacciatore, ma un’altra cosa. Mi pare che il punto sia sfiorato a p. 301, dove Michilli chiama in causa Aimée Israel Pelletier, che ha visto come la caccia come la intende e pratica Julien sia una attività radicalmente antisociale. La caccia autentica invece è, fin dal suo sorgere agli albori dell’umanità, l’attività più radicalmente sociale. Da essa scaturiva il cibo per il gruppo umano, ma anche la cooperazione del sotto-gruppo dei cacciatori, con la seguente celebrazione narrativa delle imprese. La socialità della caccia è evidente anche quando il cacciatore agisce da solo: sia che miri al trofeo, sia che aspiri a procurare il necessario per una ricca cena, il cacciatore pensa sempre anche a quello che seguirà all’atto della caccia, e quello che seguirà è sempre sociale. La caccia, a differenza di quel che pensano gli animalisti, non è l’atto di uccidere un animale, altrimenti anche il macellaio sarebbe un cacciatore. Nella caccia, l’uccisione può anche mancare, perché la sua parte fondamentale è la ricerca e l’individuazione della preda. Il cacciatore si diverte anche se l’animale viene catturato vivo, o anche lasciato fuggire dopo averlo trovato. Vale anche nella pesca, con la pratica del catch and release. In ogni caso, la caccia è essenzialmente sociale. Giuliano invece caccia da solo. Ma caccia davvero? A parte il sostanziale irrealismo delle descrizioni flaubertiane dell’azione di caccia di Giuliano, da un lato è evidente che non di caccia si tratta, anche in un ambiente onirico, perché vi manca totalmente la parte fondamentale, ovvero la ricerca della selvaggina, perché essa qui si offre in abbondanza, cioè si offre a Giuliano; dall’altro vi è solo il massacro, e i corpi degli animali restano sul terreno, addirittura a mucchi. Inoltre c’è piena evidenza del fatto che non si tratta di veri animali, ma di umani travestiti da animali, come nelle fiabe: la con-fusione è totale. Ciò che accade è violenza indifferenziata scatenata, senza limite e misura, ovvero il caos. Altro che caccia! Qui, in forma di delirio paranoico, si mostra cosa comporta la violenza scatenata: il caos. Saltano le differenze: tutte, quelle tra padre e figlio, tra uomo e animale, tra vecchio e giovane, tra reale e irreale, tra vivo e cadavere.
Veniamo al parricidio. Mi pare evidente la profonda differenza tra il testo flaubertiano e tutte le opere che normalmente la critica richiama per evocare e indagare la problematica del rapporto al Padre di origine freudiana, a iniziare dalla celebre Lettera di Kafka. In tutti quei testi la figura del padre appare come quella di un uomo forte, che schiaccia il figlio e gli impedisce l’accesso alla virilità, generando quella catena di “castrazione”, senso di colpa, ecc., con cui la psicoanalisi da più di un secolo affligge l’Occidente (che questo sia di ogni padre reale è più che dubbio, ma si sa che, come tra gli altri ha sostenuto Hans Blumenberg, la psicoanalisi è nata per estensione del dato estratto dalla psicopatologia all’interezza dell’umano, e questa è la tabe che la mina). Ma il padre di Giuliano è un padre forte, è una pienezza che rende vuoto il figlio? No, secondo me questo padre pacifico (che fu guerriero un tempo, ma forse ciò è falso) non è un pieno, ma un vuoto. E un vuoto non può fornire al figlio nulla che faccia scattare l’imitazione. Infatti Giuliano non vuole essere come il padre, e meno che meno desidera la madre, quella specie di monaca. Il padre è vuoto e fallisce in questo: non ha nemici e non può consegnare al figlio un Nemico. Per questo, la carica di violenza latente in ogni umano nel protagonista del racconto flaubertiano non trova alcuno sfogo e cresce a dismisura, fino alle sue esplosioni oniriche. Qui il sesso non c’entra molto. Manca la figura del Nemico, o dei nemici, manca l’altro-nemico che consente quella che io chiamo l’autoidentificazione agonistica, fondamentale anche in una società feudale immaginaria. Ma, oltre al Nemico, manca a Giuliano l’altra figura che potrebbe innervare il racconto, e la definizione della sua personalità: il Rivale. La bellissima fanciulla che l’Imperatore gli dà in moglie non è oggetto della brama di un altro, non vi è alcuno che, desiderandola si opponga a Giuliano: essa quasi scende dal cielo, pur apparendo femmina concupiscibile. Dunque, il padre è un vuoto, e lo stesso omicidio avviene, per quanto sia descritto nella sua fisicità, nell’assenza di qualsiasi forza attribuibile al padre. Non è un potente come Laio che qui viene assassinato, ma un vecchio impotente e stremato, insieme alla stremata vecchia madre di Giuliano. Viene ucciso, essendo scambiato per il Rivale che non c’è, colui che è la causa di questa assenza.
Questo è un pensiero ancora grezzo. Ringrazio Roberto Michilli per avermelo fatto pensare.