LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO

PICCOLA NOTA su LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO L’OSPITALIERE di Gustave Flaubert, traduzione e cura di Roberto Michilli.
Non inganni il titolo, questa pubblicata da DiFelice nel 2019 è un’opera di ampie proporzioni (483 pagine) che presenta all’inizio la traduzione del racconto flaubertiano (nuova, accuratissima, dello stesso Michilli) con testo a fronte, e poi un esame molto approfondito dello stesso, supportato da una grande mole di letture critiche e di citazioni degli interpreti che nel corso dei decenni si sono cimentati con la Légende, dei quali sono riportati molti passi rilevanti.michilli-cop-1
Mi sento di ripetere qui le parole che scrissi dopo la lettura de Il prigioniero, il libro di Michilli sul poeta russo Lermontov: l’analisi critica è evidentemente animata e sospinta da un lungo amore, da una fortissima passione. In questo caso traspaiono forse alcuni segni di vera e propria identificazione, tanta è la forza intellettuale riversata nello scavo delle radici da cui è scaturito il Julien. Il lettore ne è catturato.
Non riassumo la notissima vicenda, limitandomi a due aspetti, quelli che mi hanno fatto pensare. In primo luogo, Giuliano compie l’atto più tremendo che un essere umano possa compiere, uccide il padre e la madre. In secondo luogo, prima di compiere quell’atto, Giuliano appare come un cacciatore. Ma non è, a mio parere, assoggettabile ad una lettura freudiana, lacaniana, ecc. (ovvero lo è, lo è massicciamente stato, dati il prestigio e lo spazio che la cultura occidentale ha assegnato alla psicoanalisi, che è un complesso articolato e autorigenerantesi, come l’Idra, di mitologie ˗ e anche Michilli segue questa strada); e, d’altra parte, Giuliano non è affatto un cacciatore, ma un’altra cosa. Mi pare che il punto sia sfiorato a p. 301, dove Michilli chiama in causa Aimée Israel Pelletier, che ha visto come la caccia come la intende e pratica Julien sia una attività radicalmente antisociale. La caccia autentica invece è, fin dal suo sorgere agli albori dell’umanità, l’attività più radicalmente sociale. Da essa scaturiva il cibo per il gruppo umano, ma anche la cooperazione del sotto-gruppo dei cacciatori, con la seguente celebrazione narrativa delle imprese. La socialità della caccia è evidente anche quando il cacciatore agisce da solo: sia che miri al trofeo, sia che aspiri a procurare il necessario per una ricca cena, il cacciatore pensa sempre anche a quello che seguirà all’atto della caccia, e quello che seguirà è sempre sociale. La caccia, a differenza di quel che pensano gli animalisti, non è l’atto di uccidere un animale, altrimenti anche il macellaio sarebbe un cacciatore. Nella caccia, l’uccisione può anche mancare, perché la sua parte fondamentale è la ricerca e l’individuazione della preda. Il cacciatore si diverte anche se l’animale viene catturato vivo, o anche lasciato fuggire dopo averlo trovato. Vale anche nella pesca, con la pratica del catch and release. In ogni caso, la caccia è essenzialmente sociale. Giuliano invece caccia da solo. Ma caccia davvero? A parte il sostanziale irrealismo delle descrizioni flaubertiane dell’azione di caccia di Giuliano, da un lato è evidente che non di caccia si tratta, anche in un ambiente onirico, perché vi manca totalmente la parte fondamentale, ovvero la ricerca della selvaggina, perché essa qui si offre in abbondanza, cioè si offre a Giuliano; dall’altro vi è solo il massacro, e i corpi degli animali restano sul terreno, addirittura a mucchi. Inoltre c’è piena evidenza del fatto che non si tratta di veri animali, ma di umani travestiti da animali, come nelle fiabe: la con-fusione è totale. Ciò che accade è violenza indifferenziata scatenata, senza limite e misura, ovvero il caos. Altro che caccia! Qui, in forma di delirio paranoico, si mostra cosa comporta la violenza scatenata: il caos. Saltano le differenze: tutte, quelle tra padre e figlio, tra uomo e animale, tra vecchio e giovane, tra reale e irreale, tra vivo e cadavere.
Veniamo al parricidio. Mi pare evidente la profonda differenza tra il testo flaubertiano e tutte le opere che normalmente la critica richiama per evocare e indagare la problematica del rapporto al Padre di origine freudiana, a iniziare dalla celebre Lettera di Kafka. In tutti quei testi la figura del padre appare come quella di un uomo forte, che schiaccia il figlio e gli impedisce l’accesso alla virilità, generando quella catena di “castrazione”, senso di colpa, ecc., con cui la psicoanalisi da più di un secolo affligge l’Occidente (che questo sia di ogni padre reale è più che dubbio, ma si sa che, come tra gli altri ha sostenuto Hans Blumenberg, la psicoanalisi è nata per estensione del dato estratto dalla psicopatologia all’interezza dell’umano, e questa è la tabe che la mina). Ma il padre di Giuliano è un padre forte, è una pienezza che rende vuoto il figlio? No, secondo me questo padre pacifico (che fu guerriero un tempo, ma forse ciò è falso) non è un pieno, ma un vuoto. E un vuoto non può fornire al figlio nulla che faccia scattare l’imitazione. Infatti Giuliano non vuole essere come il padre, e meno che meno desidera la madre, quella specie di monaca. Il padre è vuoto e fallisce in questo: non ha nemici e non può consegnare al figlio un Nemico. Per questo, la carica di violenza latente in ogni umano nel protagonista del racconto flaubertiano non trova alcuno sfogo e cresce a dismisura, fino alle sue esplosioni oniriche. Qui il sesso non c’entra molto. Manca la figura del Nemico, o dei nemici, manca l’altro-nemico che consente quella che io chiamo l’autoidentificazione agonistica, fondamentale anche in una società feudale immaginaria. Ma, oltre al Nemico, manca a Giuliano l’altra figura che potrebbe innervare il racconto, e la definizione della sua personalità: il Rivale. La bellissima fanciulla che l’Imperatore gli dà in moglie non è oggetto della brama di un altro, non vi è alcuno che, desiderandola si opponga a Giuliano: essa quasi scende dal cielo, pur apparendo femmina concupiscibile. Dunque, il padre è un vuoto, e lo stesso omicidio avviene, per quanto sia descritto nella sua fisicità, nell’assenza di qualsiasi forza attribuibile al padre. Non è un potente come Laio che qui viene assassinato, ma un vecchio impotente e stremato, insieme alla stremata vecchia madre di Giuliano. Viene ucciso, essendo scambiato per il Rivale che non c’è, colui che è la causa di questa assenza.
Questo è un pensiero ancora grezzo. Ringrazio Roberto Michilli per avermelo fatto pensare.
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Viaggio di nozze

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mod1Per la prima volta in vita mia leggo il mio primo libro di un autore poco dopo che gli è stato assegnato il Nobel. È Patrick Modiano. Ne leggerò altri, perché questo romanzo (Voyage de noces, 1990, riedito da Frassinelli nel 2014 nella traduzione di L. P. Caruso) mi è molto piaciuto. Narrazione frammentata, con intreccio di piani temporali, Viaggio di nozze ha un tono malinconico e crepuscolare, quello delle cose che finiscono.  La vita del personaggio che narra è sospesa, tra un passato ormai senza valore e un futuro vacuo, e le altre vite narrate appaiono anch’esse sospese, frammenti di un tutto che stenta a ricomporsi. Con l’eccezione della vita compiuta della protagonista femminile, suicida a 45 anni, di cui il narratore cerca di recuperare qualcosa, di esplorare il poco che si può riattingere. Non si tratta tuttavia di un testo nichilista, si avverte una profonda, sebbene controllatissima…

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Dirò solo che al godimento che sempre mi procura la lettura della prosa di Blumenberg qui si unisce quello che provo ogni volta in cui mi imbatto in un autore che metta in luce le debolezze del freudismo e la precarietà delle radici (ormai marce, anche se nessuno se ne vuole accorgere) della psicoanalisi. Che a questa manchi poi il “pendant” della psicosintesi è una deliziosa affermazione che si legge a pag. 363.

Fabio Brotto

L’AMANTE

Brotture

AMANTE

L’AMANTE

di Fabio Brotto​

Nell’alto cielo ai limiti di sera
l’inerzia che ogni giorno lo consuma
si fa corposa.
L’alta mancanza, spaziale frutto
già consumato ai limiti del giorno,
non lo riposa.
Brevi in silenzio sono andati gli anni.

Incomprensibile frutto di vita
prigioniero dei molti anni,
ora la carne è pronta a coglierti
ma lo spirito è vecchio, vecchio, vecchio.

Illuminazioni rapsodiche offendono
il limite corposo delle cose
che gli son care.
Offesa resta l’incapacità di dire
il tremendo profumo delle rose.

Tremano i vetri delle grandi case
carezzati dal sole del tramonto
pallido e strano
e sui prati si destano miriadi
e aprono le orecchie della sera.
Per questo stesso istante ti lasciavo
molti anni fa, né più ti ho vista, amica,
e ancora resta il tremore del futuro
che incarnava i fantasmi che amavo.

Come dell’usignolo il canto atroce
si spande dagli alberi del fiume,
così trapassa…

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Un ragazzo d’oro.

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Mio figlio Guido, un ventenne autistico averbale, non ha mai raccontato una storia. Nemmeno nella sua forma germinale, come “oggi sono andato a scuola”. E non ha mai potuto ascoltare una storia. La sua mente è esclusa dal regno della narrazione, esclusa da una delle realtà fondamentali dell’umano. Invece Todd Aaron, il protagonista del romanzo di Eli Gottlieb Un ragazzo d’oro (Best Boy, 2015, trad. it. di A. Martinese, minimum fax 2018),  non solo non è estraneo a quel regno, ma è la voce narrante della vicenda della quale è anche il protagonista.
Sono passati 41 anni dal momento in cui Todd è stato collocato dalla madre nel Payton LivingCenter, un villaggio che accoglie una popolazione mista di Cerebrolesi e Congeniti (questa la classificazione colà vigente), tra i quali molti autistici, come lo stesso Todd. Lui ora è un uomo maturo, che si è ben adattato alla vita ordinata del Centro, tanto da costituire un esempio per tutti i residenti, ed essere per questo chiamato un ragazzo d’oro. Ma l’arrivo di un nuovo operatore innescherà una serie di azioni-reazioni che porteranno alla vicenda narrata dalla voce di Todd. Il quale è autistico, e questo un lettore avvertito lo può afferrare sin dalle prime pagine. Dopo 41 anni Todd ricorda tutti i particolari del suo arrivo nel Centro, a cominciare dalla pioggia e dal vetro dell’automobile. Quando, all’ottava riga dall’inizio del romanzo, Todd dice “Eravamo seduti in macchina e io toccai il vetro del finestrino che era trasparente come l’aria. Dall’altra parte la pioggia esplodeva senza rumore e io mi spaventai” io, se anche non avessi saputo nulla del romanzo e dell’autore, avrei capito che il protagonista-narratore è autistico. La capacità mimetica di Gottlieb è molto forte, riesce a calarsi in una visione del mondo autistica molto più a fondo di Mark Haddon, l’autore del famoso Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Il fatto di avere un fratello autistico è decisivo, qui c’è una vera empatia letteraria.
Il romanzo è ben costruito, ed è anche toccante e commovente, perché preme tasti universali. La sua grandezza sta nel riuscire a costruire un personaggio che, pur nella sua dimensione autistica, nella sua disabilità, anzi direi proprio grazie a quelle, è pienamente umano. E questa pienezza di umanità sta anzitutto nel suo legame con i ricordi dell’infanzia, e nella sua insopprimibile nostalgia della casa in cui ha vissuto e della madre che lo ha amato. Nostalgia che ad un certo punto diventa vero e reale nostos, un ritorno pericoloso ma necessario. Todd non ha alcuna super-abilità come il protagonista del romanzo di Haddon, il suo intelletto è un po’ limitato, e spesso rivela la sua ingenuità, che ne fa una persona indifesa. Il suo candore è anche una luce che rivela al lettore un mondo circostante complesso e moralmente ambiguo.
Nota finale: si conferma che nessun autistico averbale può essere il protagonista di un romanzo. In qualche modo, perché la sua storia sia interessante, l’autistico deve abitare il linguaggio. Tu mi dirai: “E Zanna Bianca? E Il richiamo della foresta? E Kazan? Animali senza parola protagonisti di storie”. Ma quella è un’altra storia.

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Passione di Passione

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Ho finito di rileggere Passione secondo Matteo di Hans Blumenberg, letto nell’agosto del 1993. Un corpo a corpo con la prosa di Blumenberg, che mantiene nella traduzione di Carlo Gentili il suo carattere denso e avvolgente. Questo difficile libro parla della celebre cantata di Bach in rapporto alla storia della ricezione dei testi evangelici. Basta una citazione per darne un’idea. La prendo da pag. 204.

La musica della Passione dà forma a quella che è forse la più grande occasione mancata, nella tradizione cristiana, per superare il docetismo della cristologia nel suo nocciolo più duro: quella di lasciare nel suo «realismo» la parola circa la tentazione di Gesù.
Che qui sia rimasto qualcosa della genuina insuperabilità della gnosi possiamo apprenderlo dall’opera di Bach, in quanto Passione della Passione.

Uno di quei libri che mette in movimento il pensiero.

La nebbia blu di Nicoletti

nicoletti_1216Io figlio di mio figlio si intitola l’ultimo libro di Gianluca Nicoletti (Mondadori 2018). Parla di autismo, dell’autismo di suo figlio, del rapporto di lui padre col figlio. Un libro va promosso, perché oggi prima di tutto è una merce. Per promuoverlo, e distinguerlo nella messe crescente di libri che narrano, più o meno bene, storie di autismo, bisogna sparare qualche fuoco di artificio, bisogna smuovere un poco le acque. Questo è pane per il vulcanico Nicoletti, giornalista e conduttore di fortunate trasmissioni radiofoniche. Trovata: fare coming out e comunicare all’universo mondo che lui stesso si è fatto esaminare, ora ha una diagnosi, e risulta essere affetto da sindrome di Asperger: una tipologia di autismo, questa, che si accoppia benissimo ad un carattere bizzarro e ad una intelligenza spiccata, a rapporti personali sofferti come ad una carriera brillante e ricca di soddisfazioni e denaro. Cervelli ribelli, definisce così se stesso e il figlio, il cui autismo appare esso sì grave e bisognoso di assistenza in varie forme. A questo punto, l’invito a farsi a loro volta esaminare alla ricerca di tratti autistici, che lui rivolge ai genitori, in quei modi irritanti tipicamente nicolettiani, fa parte di una strategia di marketing ben studiata. Quanto più un libro del genere suscita scontri e passioni, tanto più venderà. Ma gli effetti di simili uscite sono disastrosi: già la persona comune, quella che non ha familiari con autismo in casa e non ne conosce nella vita reale, ha un’idea molto confusa di ciò che sta oggi sotto l’etichetta autismo : quello che Nicoletti dice aumenta la confusione. Cervelli ribelli è un’espressione che sfrutta l’aura positiva che da tempo in Occidente circonda la figura del ribelle, un’aura quasi sacra che il cinema e la letteratura hanno diffuso in tutti i modi. Ma quale ribellione d’Egitto! Il cervello di mio figlio, come quello di infiniti altri autistici a basso funzionamento intellettivo, non avrà mai alcuna idea né la più lontana percezione di ciò che significano conformismo e ribellione. È davvero singolare e inquietante, ma per nulla sorprendente per chi come me autistico non è (ed ha una buonissima teoria della mente e riesce a mettersi nei panni altrui, anche in quelli dei furbacchioni), che anche molti genitori di autistici contribuiscano a diffondere nel mondo quella nebbia che confonde tutte le forme e i livelli di autismo in un gran calderone. Anche se tinta di blu, una nebbia rimane una nebbia, ed ostacola la visuale. Se è fitta, la impedisce del tutto. Discernimento ci vuole, che anche nel mondo dell’autismo è merce rara.

 

Se il cielo adesso è vuoto

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Mi è sembrato di respirare per qualche ora l’atmosfera delle comunità di base degli anni Settanta leggendo il libro di Gilberto Squizzato Se il cielo adesso è vuoto. È possibile credere in Gesù nell’età post-religiosa? (Il Segno dei Gabrielli editori, 2017). Un’atmosfera di radicalità cristiana (o meglio gesuana), di anti-capitalismo, di aspirazione ad una possibile Liberazione. Si tratta di una visione molto radicale, che condivido totalmente, come spesso mi accade per molti dei libri che leggo, nella sua pars destruens, molto meno in quella construens. Squizzato è in parte assimilabile, nella sua visione del cristianesimo come religione, a John Shelby Spong: «Per noi che abbiamo archiviato definitivamente una descrizione astronomica dei cieli sovrannaturali Gesù può essere vero solo di una verità esistenziale che ci aiuti a leggere la nostra stessa vita in una luce rivelatrice di nuove impensabili possibilità di significato senza bisogno di popolare il cielo di angeli e l’inferno di diavoli […] Per me personalmente Gesù può essere vero oggi, qui, come lo è l’amore di mia moglie e dei miei figli, come l’amicizia delle persone che mi sono più care, perché non sto parlando di una verità astratta, concettuale, dogmatica, ma di verità concrete, quotidiane, esistenziali». (p. 78) Come per Spong, anche per Squizzato il linguaggio e la concettualità metafisici, con cui la casta sacerdotale ha mediato la fede in questi duemila anni, vanno abbandonati. Lo stesso Simbolo di Nicea, il Credo, ordinato da Costantino per fini politici di governo dell’impero, non ha più senso nel mondo di oggi. Può rimanere solo un gesuanesimo orizzontale, intra-mondano: ovvero la memoria operante dell’uomo di Nazaret come colui che ha realizzato nel modo più pieno l’umanità. L’uomo perfetto, Gesù di Nazaret, che porta la sua totale dedizione agli altri, storicamente da lui incarnata nell’Israele di duemila anni fa, dominato dai Romani, fino alla morte sulla croce. Tutto il resto non può che essere rigorosamente demitizzato. «Ogni uomo di fede diventa come Gesù di Nazaret sacerdote nel momento in cui riconosce e onora il sacro che si manifesta nell’altro». (p. 85) Una totalmente laica e immanente pienezza di vita si attua nel donare sé stessi agli altri. (E per Squizzato l’altro per eccellenza oggi è il migrante). Questo, e solo questo, è il nucleo del cristianesimo (ammesso che sia ancora lecito chiamarlo così) perché anche chiamare Cristo il Gesù puro e perfetto uomo non è forse più possibile. L’eredità metafisico-platonica del cristianesimo, imperante per due millenni, con la sua svalutazione di questo mondo di fronte all’altro mondo, è annientata: «Ciò che conta per l’uomo di  fede che vuol credere a Gesù di Nazaret, il laico, il non sacerdote, il sovversivo, il politico della tenerezza, non è dunque la devozione religiosa, ma la metànoia (il cambiamento di prospettiva esistenziale) che porta a trasformare radicalmente il proprio modo di vivere, mettendosi al servizio dell’amore fraterno» (p.119) Poiché la trascendenza «è, semplicemente, la possibilità che ci è data di andare oltre noi stessi» (p. 168). Dio, come è nei catechismi e nella predicazione ecclesiastica, semplicemente non esiste e «Il “dio” di Gesù è un dio per atei, non quel Dio teista che appartenne all’antichità e che fu usato da ogni forma di potere per imporre la propria Verità e il proprio dominio» (p. 173). E la misericordia, che ricorre sulla bocca e negli scritti dell’attuale pontefice, ha oggi due nomi: assistenza e politica (p. 187).

Trovo ammirevole la passione che anima il testo di Squizzato, oltre a condividerne, come ho già accennato, la demolizione del cristianesimo religioso-metafisico. E tuttavia, lasciando da parte la questione economico-politica, che necessariamente la sua prospettiva apre, mi chiedo se la sua immagine di Gesù sia davvero solidamente fondata, anzitutto dal punto di vista storico. Perché quando affermiamo che la vita di Gesù si è orientata in questo modo o in quest’altro, su che fondamenti si basano le affermazioni che facciamo? Se gli unici documenti sulla vita e sulle idee di Gesù sono gli Evangeli, scritti decine di anni dopo la sua morte, differenti tra loro, e con una evidentissima costruzione teologica del personaggio, sicché quelle che sicuramente possono essere definite parole effettivamente pronunciate da lui sono pochissime, e le azioni effettivamente compiute nelle modalità narrate pochissime anch’esse, è evidente che anche la figura di Gesù uomo perfetto è una elaborazione a posteriori, la cui garanzia di verità sta solo in un atto di fede. In sostanza, occorre tanta fede e tanta fuoruscita dalla ragione per affermare l’umana perfezione di Gesù quanta ne occorre per proclamare la sua nascita da una vergine. Poiché una perfezione umana non è meno religiosa di una discesa dal cielo né meno metafisica di un essere perfettissimo.

 

L’anima

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François Cheng, nato in Cina nel 1929, vive in Francia dal 1949. Scrive in francese. Quanto questo scrittore sia francesizzato lo dimostra il suo uso della parola spirito a indicare la mente-intelligenza. In questo libro del 2016 – L’anima. Sette lettere a un’amica, tradotto da C. Tartarini per Bollati Boringhieri, 2018) – la tripartizione che Cheng presenta (corpo-materia, spirito-intelligenza e anima) non corrisponde a quella della tradizione ebraico-cristiana, in cui lo spirito è il pneuma divino, non l’esprit laico-francese. Questo modo di intendere lo spirito comporta, a mio giudizio, un serio fraintendimento della tradizione religiosa occidentale, alla quale peraltro Cheng è molto interessato.
Il libro, costituito come sette lunghe lettere indirizzate ad un’amica, è ai miei occhi anche viziato da una esaltazione della natura come armonia, quasi vi fosse in Cheng – e forse vi è – una fusione tra taoismo e romanticismo tedesco. Ne è prova il passo più bello del libro, in cui Cheng ricorda, trasfigurandola, una sua esperienza di adolescente in Cina, prima della fuga in Occidente.
«Prestiamo orecchie agli echi che ci giungono dall’altro versante della collina. Il richiamo di un precipitare d’acqua si fa sempre più insistente. Scendiamo per la collina, di nuovo verso il fiume, là dove tra due precipizi forma un’ampia cascata sormontata da un ponte. Con la sua frescura e il rombo dell’acqua, il ponte è propizio all’esaltazione e alle confidenze. È il luogo dove si incontrano gli innamorati. Il mio cuore palpita, accarezzando il folle sogno che l’essere segretamente amato sia lì. Fra tutti i volti presenti e rapiti dall’istante, ce n’è uno, unico, senza il quale tutto è assenza. Ma, specchio rivolto verso la luce che viene dalla notte dei tempi, il viso amato è proprio lì, sì, e mi sorride. Su questa terra, il miracolo ha dunque luogo. E’ come se, al di là di tutte le stelle, ci fossimo dati appuntamento qui, e avessimo mantenuto la parola. Istantaneamente, l’istante si trasforma in eternità. Mi basta? Ne nascerà un amore duraturo? Una cosa è certa: tutto il resto della mia vita sarà nostalgia. Niente saprà superare in splendore questo dono accordato da un ponte che congiunge due precipizi.» (p. 86)