I paesi lontani

I paesi lontani di Julien Green (tradotto da F.Bruno per Longanesi, Milano 1988) sono il primo romanzo di una trilogia. Nella Trilogia del Sud (I paesi lontani, Le stelle del Sud, Il canto del Sud, tutti editi in Italia da Longanesi) c’è un gran numero di personaggi. In verità, i tre libri costituiscono un romanzo solo, di più di milleseicento pagine. In esso Green, i cui genitori vennero in Francia nell’anno suo di nascita 1900 provenendo da Savannah, narra una sua saga familiare, che si svolge tra il 1850 e il 1963. I personaggi sono moltissimi, quelli umani dico, ma ce n’è uno che umano non è, e però è pur un personaggio, e fondamentale: il laudano.
Questa bevanda ottocentesca, questa medicina psicagogica-ipnotica-antidolorifica, è ampiamente consumata dalle donne. Sono le donne dell’aristocrazia inglese trapiantata in Virginia e Georgia che ne fanno grande uso. Bevono il laudano per calmarsi, per dormire, per superare le crisi di nervi. La loro condizione perennemente stressata ha, secondo Julien Green, una sola origine: la sessualità compressa e negata, il divieto all’espressione libera del desiderio femminile, la negazione sociale del corpo femminile. Pure, le donne di questo Sud, che Green ama moltissimo, poiché è la sua terra di origine, sono volitive – come la protagonista, la bella inglese Elizabeth, che nella trilogia seguiamo dai sedici anni ai ventotto, sposa giovanissima, vedova per il duello che le toglie il marito e l’amante in un colpo, sposa di nuovo e madre, nuovamente vedova per la prima battaglia della Guerra di Secessione, infine sposa di un uomo che le piace da matti fisicamente -, spesso dominatrici, e complesse figure – come la governante gallese Maisie Llewelyn, a suo tempo amante astuta di un ricco signore, quindi tessitrice di trame ambigue, ma convertita al cattolicesimo e infine autocritica e pacificata in una visione conciliata della realtà umana. La grandezza di Green in questa trilogia risplende nella sua capacità di vedere con gli occhi desideranti delle donne, in particolare di Elizabeth, gli uomini e la loro bellezza fisica, in un modo che non è affatto esteriore e sforzato, e che causa in me eterosessuale una sorta di straniamento. C’è moltissima sensualità in queste milleseicento pagine, senza alcuna descrizione esplicita, magia della grande letteratura. C’è più sapienza dei due desideri, quello maschile e quello femminile, nel quasi novantenne Green che scrive Dixie (titolo rovinato con la traduzione Il canto del Sud) che in moltissima letteratura degli ultimi decenni, bisognosa di fotografare i dettagli. Ed è infine consolante cogliere tanta saggezza in un vecchio scrittore che giunge ai novant’anni con tanta capacità di creazione, e di conoscenza de li vizi umani e del valore.

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