Storia naturale della distruzione

seb.jpgI Tedeschi sono stati “…finora incapaci di far emergere gli orrori della guerra aerea nella coscienza collettiva attraverso raffigurazioni storiche o letterarie”. Questa, sintetizzata a p. 95, è la tesi centrale del libro di W.G. Sebald Storia naturale della distruzione (Luftkrieg und Literatur, 2001, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2004). Un libro bellissimo, scritto da una persona che non distoglie lo sguardo, così che esso possa cogliere le altezze e le profondità, e la tragicità del quotidiano, e la significazione contenuta nei piccoli oggetti. Come alle pp. 76-77.

Del resto in Corsica, e precisamente nella chiesa di Morosaglia sovraccarica di polverosi ornamenti pseudobarocchi, ho visto ancora qualco­s’altro, ovvero — mi sia consentita la digressione — il quadro appeso nella camera da letto dei miei geni­tori: un’oleografia raffigurante, sullo sfondo dell’or­to del Getsemani illuminato dal fievole chiarore del­la luna, un Cristo di nazarena bellezza immerso nei suoi pensieri la notte che precede la Passione. Per molti anni questo quadro era rimasto là, sopra il let­to matrimoniale dei miei genitori, finché un bel giorno scomparve — probabilmente quando fu deciso di cambiare la mobilia della stanza. E adesso quel dipinto, o per lo meno una sua copia, stava in un ango­lo buio nella chiesa di Morosaglia, il villaggio natio del generale Paoli, appoggiato allo zoccolo di un alta­re laterale. I miei genitori mi avevano raccontato di averne fatto acquisto nel 1936, poco prima del loro matrimonio, a Bamberga, dove mio padre era sot­tufficiale addetto ai veicoli nello stesso reggimento di cavalleria in cui, dieci anni prima, aveva iniziato la sua carriera militare il giovane Stauffenberg. Tali sono gli abissi della storia: tutto vi giace alla rinfusa e, se si cala lo sguardo per arrivare al fondo, si è colti da un senso di orrore e di vertigine. 

Ma il nucleo più profondo della vertigine della storia è l’antisemitismo. Inestirpabile, implacabile, risorge sempre nuovamente, ovunque, non è mai spento. Ricordo che nel mio liceo, durante le discussioni sull’intervento della NATO nei Balcani, un insegnante di greco, che era anche un pope ortodosso, sosteneva che l’intervento a favore dei Kossovari musulmani contro i Serbi cristiani fosse stato architettato dagli Ebrei. Perciò io, a differenza di Sebald, avrei subito creduto ai miei occhi leggendo quel che lui ha letto.

Per finire, mi resta ancora da commentare una lettera che, attraverso la redazione della «Neue Zür­cher Zeitung», mi è arrivata a metà giugno dello scorso anno da Darmstadt e che rappresenta, al mo­mento, l’ultimo scritto da me ricevuto sul tema del­la guerra aerea. Uno scritto che dovetti leggere e rileggere più volte perché, sulle prime, non credevo ai miei occhi. La tesi ivi sostenuta era che, con la guerra aerea e la conseguente distruzione delle città, gli Alleati avrebbero perseguito l’obiettivo di troncare le radici e il retaggio dei tedeschi, al fine di preparare quell’invasione culturale — compresa l’in­distinta americanizzazione del paese — che in effetti si produsse poi nel dopoguerra. Questa strategia, deliberatamente perseguita — continua la lettera da Darmstadt —, sarebbe stata escogitata dagli ebrei che vivevano all’estero, e ciò grazie alle particolari cono­scenze in fatto di psiche umana, di culture e menta­lità straniere da essi notoriamente acquisite durante i loro continui spostamenti (p. 99).

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