L’Italia a piedi

Seume

È uscita da Longanesi nel 1973 col titolo di L’Italia a piedi, questa traduzione accuratissima di Spaziergang nach Syrakus, il libro in cui nel 1805 Johann Gottfried Seume narrò il suo viaggio di tre anni prima. Chiuso il libro, mi è venuto in mente un pensiero: che questo mondo del 1802, in cui si svolge la lunga passeggiata di Seume, è esattamente il mondo in cui, appena due anni dopo, nacque a Cortina d’Ampezzo Gaetano Ghedina, il padre del mio trisavolo materno. Cinque generazioni soltanto, dunque, mi separano da quell’Italia, e un abisso di differenza. Il libro l’ho trovato sulla bancarella di un mercatino. O meglio, lui mi ha chiamato e io l’ho comprato: e ho fatto benissimo, perché la narrazione di Seume è piacevolissima, e viaggiare con lui è un’avventura in tutti i sensi. Seume è uno spirito libero e indipendente, che nella vita ha fatto molte esperienze, tra le quali giovanissimo quella del reclutamento forzato da parte degli Inglesi e conseguente trasferimento in America per combattere contro i rivoluzionari, e poi quella di servire lo Zar al seguito dell’alto comando russo in Polonia. Uno che ne ha viste di cotte e di crude, possiamo dire. Uomo forte e coraggioso, ma anche buon letterato, e conoscitore dei classici, a 38 anni decide di andare a piedi da Lipsia a Siracusa, e tornare poi a casa passando per Parigi (avrà ancora ai piedi i suoi stivali, solo risuolati un paio di volte: ma quanto bene li facevano una volta!!!). Ha la bislacca ma affascinante idea di andare a leggere l’amato Teocrito nella patria di lui, e nello zaino di pelle di foca e di tasso tra le altre cose mette anche qualche volumetto da compagnia. Impugnando un nodoso bastone percorre Germania, Austria e tutta l’Italia fino a Napoli, da cui s’imbarca sul postale per Palermo (nave dotata di venti cannoni, perché il Mediterraneo di allora era infestato dai pirati barbareschi, un dettaglio oggi ampiamente dimenticato). Percorre infine tutta la Sicilia, la cui parte occidentale è del tutto priva di strade carrozzabili, percorribile solo a piedi o a dorso di mulo. Una delle impressioni più forti che rimangono al lettore è la quantità di pratiche, sempre abbastanza incerte, che si dovevano affrontare per passare le frontiere, tra visti, passaporti, lettere di accompagnamento e presentazione, arbitrii delle guardie, richiesta di denari per una vidimazione, ecc.. È anche un mondo, questo, in cui molte città hanno ancora le loro mura, con porte che vengono chiuse per la notte. Ed è anche un mondo in cui la sicurezza non è mai piena, soprattutto per un viaggiatore. Il testo è articolato come una serie di lunghe lettere indirizzate ad un amico, secondo il gusto del tempo, ma non dà l’impressione di essere un vero romanzo epistolare. La narrazione è vivace, contiene scene anche molto mosse, avventure e incontri di ogni sorta, analisi politiche, considerazioni sulla religione. L’Italia appare bella e infelicissima, impoverita dal malgoverno e soprattutto dalla Chiesa, che alimenta la superstizione e ostacola ogni progresso culturale e civile. Un’Italia in cui è già avvertibile la differenza tra il Nord e il Sud, che non appare agli occhi di Seume affatto come quel paradiso di cui sognano certi nostalgici dell’Italia pre-1861. Il Sud si mostra invece come un territorio dove l’economia è stagnante, l’ignoranza di massa è soffocante, e il brigantaggio pervasivo. Con l’eccezione della Lombardia, ovunque il Bel Paese è pieno di persone che in una forma più o meno educata, chiedono l’elemosina. Nonostante ciò, sono evidenti l’amore di Seume per la gente italiana, la sua totale apertura al dialogo con chiunque, a prescindere da status sociale e nazionalità (sale sull’Etna con un gruppo di ufficiali inglesi), e il suo spirito sostanzialmente democratico, che lo spinge a detestare ogni sorta di oppressione, da quella papale a quella napoleonica. Molte e diverse sono le avventure, come i giacigli sui quali l’autore passa le sue notti, da un comodo letto alla paglia al nudo pavimento. Ma il vero protagonista è la natura: varia, potente, serena e tremenda.

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