L’AMANTE

L'amante

Nell’alto cielo ai limiti di sera
l’inerzia che ogni giorno lo consuma
si fa corposa.
L’alta mancanza, spaziale frutto
già consumato ai limiti del giorno,
non lo riposa.
Brevi e silenti sono andati gli anni.

Incomprensibile frutto di vita
prigioniero dei molti anni,
ora la carne è pronta a coglierti
ma lo spirito è vecchio, vecchio, vecchio.

Illuminazioni rapsodiche offendono
il limite corposo delle cose
che gli son care.
Offesa resta l’incapacità di dire
il tremendo profumo delle rose.

Tremano i vetri delle grandi case
carezzati dal sole del tramonto
pallido e strano
e sui prati si destano miriadi
e aprono le orecchie della sera.
Per questo stesso istante ti lasciavo
molti anni fa, né più ti ho vista amica,
e ancora resta il tremore del futuro
che incarnava i fantasmi che amavo.

Come dell’usignolo il canto atroce
si spande dagli alberi del fiume
così trapassa l’anima fugace
velata dai residui della luce.
E passa accanto il tuo ricordo, donna
del tempo oscuro, della lontananza.

Tace la stanza e tutto mi ricorda
questa tua assenza, disparita amante.
Sole riflesso su pareti bianche,
voci di fuori, le mie membra stanche,
l’anima vuota, vi filtrano bagliori
di speranze e d’attese incenerite.
E tanti libri, posati alle pareti,
non hanno dato la felicità:
l’angoscia nera qui stende le reti
e vuol regnare e si pretende eterna.

Tace la stanza e la piccola sapienza
accattata negli anni è fatta esangue.
L’idea finale ancora si presenta,
solitario veleno, ghiaccia il sangue.
A riscaldarlo manca il tuo calore.

Ecco il vuoto fa corpo intorno a me
e mi devasta l’attimo del sonno
che più non viene: ti ho veduta e dunque
s’incarna nel mio cuore il tuo fantasma.

Turbinare d’immagini rifrante
plasma il terrore della solitudine
in una sempre più feroce danza.
E tiene ancora l’anima sospesa
il vano amore della tua sembianza.

Canto di solitudine e di oblio
nella notte affannata ci rimbalza
il misterioso uccello che lontano
lamenta la distanza della luna.
E ancora in alto la lucente sfera
illumina il tuo volto di fantasma
nato da questo grembo della sera.

Ma luce occidente non dilegua,
anche se dolce la speranza muore
desiderata, l’immagine del fiore
che coltivavi una volta per me.
E non so ancora se il frutto dell’assenza
la piaga, la piaga inespiabile,
sia uno sterile seme del nulla
o la speranza di una vita nuova.

Tutta l’angoscia che la terra chiude
mi hai rivelato in questo alef di pianto
nascosto nel sorriso della donna.
Ti ho qui davanti, il dio che tutti illude,
e vorrei che l’uccello di Minerva
rispiccasse il suo volo nell’aurora.

Raffaello e le sue vicine

Arnim

Denso pastiche romantico, questo racconto di Achim von Arnim del 1923 è una lettura indispensabile per tutti coloro che sono ancora affascinati dal romanticismo tedesco (come me). Tra le altre cose, il marito deforme e scimmiesco della “Fornarina”, che di notte dipinge cose raffaellesche ma senz’anima, appare una variazione sul tema del doppio e del mostro. Sehr schön!

(SE 2002, a cura di Gabriella Catalano, che scrive una eccellente postfazione)

Il sessantottino

sessantottino

Ritmo più ampio batteva, più calda vibrava la mente
al tempo dei giovani cuori, dei sogni addestrati a mentire.
Il sessantotto era l’anno, il secolo a te si inchinava.
Si inorbitava la Storia al sole del tuo desiderio.
A tutti si offriva la chiave di comprensione del mondo
che costava poco, e alleviava la dura fatica di intendere.
Abbattere un grande nemico, e generare un felice
immenso ed eterno avvenire per tutti, uomini e donne.
E ora che è chiusa la porta e trepida il curvo Occidente,
tu sei nella nebbia dei vecchi a cercare quell’ultima luna.

Serpente del nulla

serpente del nulla

Come letture soavi
nel cuore ti prendono molto,
dimentichi il tempo che corre,
parole che grave ti fanno.

Ecco parole di Dio,
il suono che nulla conosce,
riprende a volare quel canto,
invano si spande sul volto.

Parole che vengono e vanno,
miriadi intessono tele.
E tu resti chiuso nel sonno,
il corpo richiede piacere.

Oltre il nulla che dice parola
sta la soglia del nulla profondo.
La parola serpente del nulla
cade in trappole, spegne il silenzio.

Sunset Park

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Un romanzo di Paul Auster del 2010, subito tradotto da Einaudi nello stesso anno (dice qualcosa?). L’ho trovato pretenzioso, perfettino, troppo sapientemente costruito. Tecnicamente al top, ma non è sufficiente questo squarcio di vita dell’intellettualità ebraico-newyorchese per contenere il mondo, la condizione umana, come l’autore sembra volere.

Serpente

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Si rinnova del caldo dell’estate
la nostalgia nei tempi senza nome
dolce fuggita, e poi sepolta in cuore
dalla polvere delle ere desolate.

Potrei amare il vano infrangimento
d’ogni costante attesa in cui rivela
la tua potenza il solitario incanto.
In cui miriamo l’immagine riflessa
del desiderio folle e senza fine
che sia vero il tuo occhio di serpente.

Delle nubi di latte che la luna
filtrano in cielo canta
il feroce usignolo che del cielo
ci fa tremare.
Ma sul ramo più basso che alla terra
sulla riva del fiume porge i fiori
si avvolge un dolcissimo serpente
e la sua pelle splende
più che la luna.
Momento che l’obliquo Dio trascorre
della brezza lieve
e si placa per poco il turbamento
del finire del tempo così breve.

Come risplende il tuo lucido fato
che io ti invidio, che ti fa sereno
come la luna, argento in faccia a Dio!
Quando l’angoscia è diventata piena
in questa oscena, dura e vuota notte
te costruisco, mio fantasma amato.
E quando splende la tua lucida spoglia
della luce lunare, mio serpente
e quando cresce la tremante voglia
io ben conosco che il veleno scende.

Quando cade degli occhi il tenue velo
che ti nasconde, che mi fa dolere
chiara risplende e dolce margherita
dove le nubi e il sole e il grande cielo
tu mi rifletti, mio serpente, vita
di ogni momento sognato di piacere.

Frammentata la luce in scaglie
brulicanti essenze confondono
di vita, di luna le cose.
Come adeguare nell’anima
proteiforme misura del tempo
i mille disegni dei fiori
tu potevi allora insegnarmi.
Ma le ansie e i terrori di fuori
hanno ucciso la vecchia sapienza.
E di te, mio serpente, rimane
qualche brano di pelle arida.