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“Hai finito per calpestarla” disse. “Avrei dovuto avvertirti, stava sul tappeto e forse era malata. Ma non volevo interromperti. Forse ero solo curioso di vedere se la scampava o no. Adesso, vedi, mi sto anche un po’ interessando – comprensibilmente – alla durata della vita altrui…”. Posò l’ape in un posacenere. ” E’ morta,” disse “sebbene l’estate sia appena incominciata. Sui fiori dei prati non potrà più andare, né sulle spalliere su cui batte il sole. Non tornerà più alle malve su cui era abituata a volare, né sul phlox quando è in fiore. Che anche i fiori fioriscano per niente! Che anche l’estate, all’apparenza eterna, finisca! Un giorno, quando si farà nuvolo, lo stagno si coprirà d’argento e le sue minuscole onde offuscheranno lo specchio di un mondo che non è più, e i suoi giunchi sussurreranno i nomi di tutti quelli che non saranno più. Che tristezza non ritornare più, mai più! E che anche gli amanti, ahimè, non possano ritornare, nemmeno loro! Loro che pure vivono l’uno per l’altra – prima per giorni, poi per settimane, infine per anni. E credono che sia per sempre. Eppure sopraggiunge poi l’ultimo istante. Si lasciano, e forse pensano ancora di lasciarsi come altre volte solo per poco tempo. Invece è per sempre. I cammini che erano abituati a percorrere li aspettano invano, e le stanze dove si incontravano restano vuote come spazi vuoti. Due mani si congiungono ancora, ma in quell’istante la mano dell’uno dista più delle stelle più remote, e le lagrime che vi gocciolano sopra, cadono nell’eternità”.

(Il tenente Siverstolpe a pag.145 del romanzo di Alexander Lernet – Holenia Due Sicilie, 1942, Adelphi 2017)

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CARABO DORATO

CARABO

Solo nella tua casa 
notte e giorno confondi.
E palpita la selva dei non – io,
cacciatore di miriadi di mondi.

Resti seduto al fascio della luce,
breve luce nella stanza in ombra.
Aspetti il vento esterno che trascorre
e rende ad ogni cosa il suo fantasma.

Dorme il tuo cuore sotto una foresta
di eterno vento senza inizio e fine,
dorme inquieto nascosto da una pietra,
come il carabo dalle elitre d’oro.

Tante presenze e lo spazio di un mattino
per trovarci per caso, e forse è sogno,
come quando pareva di vedere
nel tuo silenzio il più alto serafino.

Berlino Ultimo atto

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La prima stesura di Finale Berlin fu scritta da Heinz Rein (1906 -1991) nell’immediato dopoguerra. Il vasto romanzo-saggio fu poi ripreso nel 1980 e infine nel 2015, in quello che forse possiamo chiamare il ciclo dell’oblio. Con tutti i suoi difetti, tra i quali spicca una certa tendenza didascalica in molti dialoghi, questa è una rappresentazione accurata e ineludibile dei giorni terribili della battaglia di Berlino dell’aprile 1945. La follia nazista di voler difendere la capitale fino all’ultimo uomo comportò un’ecatombe. La prima guerra mondiale era stata un’esperienza terribile per gli europei, ma lo era stata soprattutto per i soldati sul campo di battaglia, le città venivano sostanzialmente risparmiate. Nel secondo conflitto mondiale la città diventa sovente campo di battaglia, oppure obiettivo da radere al suolo con l’uso massiccio dell’aviazione. A Berlino nel 1945 le due prospettive si fondono in un orrore totale. E qui si comprende come e perché oggi sia problematico per gli occidentali lo stesso concetto di guerra, con tutto quel che ne consegue, compresi ipocrisie e paralogismi.

MUSA

musa

Dei mille uccelli se si leva il canto 
dalle tue rive lungo il fiume, vita
d’ogni parola che nasce poesia,
ci smarrisce la luce della via.

E sospende una luce severa
sulle strade deserte di luna
chi ricerca una mano: nessuna
testimone incosciente della sera.

Torna dell’usignolo il canto atroce
che ci dilania l’anima, sonante
da una riva del fiume. O l’atra foce
delle delizie, la tua vita persa!

Sebbene si allunghino i giorni
tu musa lunare non siedi
a suonare il tuo flauto oscuro
mentre sogno lontani ritorni.

E così ti si muta anche il mio lutto,
fatto sorriso dalla tua distanza,
nella distolta immagine che forma
me prigioniero dell’assiduo flutto.

Disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

La mia religione 11

Brotture

paralitico

Καὶ ἔρχονται φέροντες πρὸς αὐτὸν παραλυτικὸν αἰρόμενον ὑπὸ τεσσάρων. καὶ μὴ δυνάμενοι προσενέγκαι αὐτῷ διὰ τὸν ὄχλον ἀπεστέγασαν τὴν στέγην ὅπου ἦν, καὶ ἐξορύξαντες χαλῶσιν τὸν κράβαττον ὅπου ὁ παραλυτικὸς κατέκειτο. καὶ ἰδὼν ὁ Ἰησοῦς τὴν πίστιν αὐτῶν λέγει τῷ παραλυτικῷ· τέκνον, ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι. Ἦσαν δέ τινες τῶν γραμματέων ἐκεῖ καθήμενοι καὶ διαλογιζόμενοι ἐν ταῖς καρδίαις αὐτῶν· τί οὗτος οὕτως λαλεῖ; βλασφημεῖ· τίς δύναται ἀφιέναι ἁμαρτίας εἰ μὴ εἷς ὁ θεός; καὶ εὐθὺς ἐπιγνοὺς ὁ Ἰησοῦς τῷ πνεύματι αὐτοῦ ὅτι οὕτως διαλογίζονται ἐν ἑαυτοῖς λέγει αὐτοῖς· τί ταῦτα διαλογίζεσθε ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν; τί ἐστιν εὐκοπώτερον, εἰπεῖν τῷ παραλυτικῷ· ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι, ἢ εἰπεῖν· ἔγειρε καὶ ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ περιπάτει; ἵνα δὲ εἰδῆτε ὅτι ἐξουσίαν ἔχει ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ἀφιέναι ἁμαρτίας ἐπὶ τῆς γῆς– λέγει τῷ παραλυτικῷ· σοὶ λέγω, ἔγειρε ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ ὕπαγε εἰς τὸν οἶκόν σου. καὶ ἠγέρθη καὶ εὐθὺς…

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Il gigante sepolto

Per il Nobel a Ishiguro.

Brotture

26225748Un romanzo difficile da etichettare, un sottile gioco letterario e una splendida narrazione è Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro (The Buried Giant, 2015, trad.it. di S. Basso, Einaudi 2015). Ambientato tra Sassoni e Britanni in un’epoca immediatamente post-arturiana, ha qualcosa del romanzo storico, e la presenza di orchi, folletti e di un drago ne potrebbero fare un fantasy. Ma gli elementi fantastici non hanno in fondo qui un ruolo davvero importante. Folletti, orchi e lo stesso drago da un lato sono molto carnali – c’è, tanto per dire, un orco che muore per aver mangiato (cruda) una capra avvelenata, e una spada affilata e un po’ di coraggio sono sufficienti a tenere a bada le creature non umane, e lo stesso drago, il drago-femmina Querig, quando alla fine appare è assai malandato e prossimo a morire, come un qualsiasi animale, di vecchiaia. Vecchio è il drago…

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Catalogna

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Fioca appare sui media la voce dei Catalani che non vogliono l’indipendenza e che non condividono l’avventurismo del loro governo regionale. In queste situazioni pre-caotiche la voce più forte è sempre quella degli estremisti e dei semplificatori a oltranza. Chi è deciso trionfa, anche se è in minoranza, hanno sempre pensato fascisti e comunisti. Anche perché – eredità romantica ancora attiva nelle menti europee – chi è deciso per dono divino interpreta ed esprime la volontà del popolo. E il popolo catalano vorrebbe l’indipendenza, anche se al referendum ha partecipato solo il 38% degli elettori… Qui la democrazia formale è andata a farsi benedire, insieme alla sostanza. Perché la sostanza della democrazia sta nella forma in cui viene esercitata, e non nella mistica del popolo. Quando si irride alle forme e alle garanzie dello stato liberale, si apre la strada alle baionette.

Sorgo rosso

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Se uno dei caratteri fondamentali dell’epica è la smisuratezza dei personaggi, la presenza di eroi che sono tali non per l’elemento morale ma per il loro oltrepassare le dimensioni consuete dell’umano, Sorgo rosso di Mo Yan (scritto nel 1988) è un grande testo epico. Questa sua natura epica emerge anche nei particolari minimi, non solo nelle battaglie tra cinesi e “diavoli” giapponesi invasori, ma anche in quelle tra ragazzi armati di bombe a mano e legioni di cani mangiatori di cadaveri, e in molto altro. Tutto qui è smisurato, a cominciare dall’oceano di sorgo, pianta semi-divina che offre cibo, vino, materiale da costruzione, e il cui colore richiama quello del sangue, che nel racconto scorre copioso. L’epos emerge negli aspetti minimi, ed un esempio formidabile è quello della cena dell’eroe centrale, Yu Zhan’ao, in una bettola in cui lui, affamatissimo, vorrebbe mangiarsi una bella porzione di quell’animale che sta bollendo in una pentola, spargendo intorno un invitante profumo: un cane. Ma l’oste gli vuol dare solo la testa, perché il resto è già prenotato dal grande bandito Collo Macchiato. Quindi:

“Yu Zhan’ao, seppure a malincuore, dovette piegarsi. Afferrò con una mano la tazza e con l’altra la testa del cane, bevve un sorso di vino e diede un’occhiata agli occhi della bestia che, sebbene cotti, apparivano ancora furbi e feroci, poi con l’animo di chi è stato trattato ingiustamente diede un morso mirando al naso: l’aroma era delizioso. Affamato com’era, non poteva certo fare il difficile, inghiottì gli occhi del cane, ne succhiò il cervello, masticò la lingua, e mangiò la carne del muso vuotando la tazza del vino. Fissò poi l’ossuto cranio della bestia, si alzò e ruttò”. (p.131)

È un libro per spiriti forti, non per mammole, diciamo.

 

La mia religione 10

Brotture

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Ὀψίας δὲ γενομένης, ὅτε ἔδυ ὁ ἥλιος, ἔφερον πρὸς αὐτὸν πάντας τοὺς κακῶς ἔχοντας καὶ τοὺς δαιμονιζομένους· καὶ ἦν ὅλη ἡ πόλις ἐπισυνηγμένη πρὸς τὴν θύραν. καὶ ἐθεράπευσεν πολλοὺς κακῶς ἔχοντας ποικίλαις νόσοις καὶ δαιμόνια πολλὰ ἐξέβαλεν καὶ οὐκ ἤφιεν λαλεῖν τὰ δαιμόνια, ὅτι ᾔδεισαν αὐτόν.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

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