Céline e il caso delle “Bagatelle”

Céline e il caso delle «Bagatelle»

Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa 2011) è il caso della scomparsa di un libro dall’orizzonte della lettura ma non da quello della discussione. Un caso paradossale, e nell’insieme piuttosto misero e negativo, che non depone a favore del nostro sistema culturale. Riccardo De Benedetti, col consueto acume, svolge una ricerca accurata e ben documentata su di un testo che è stato fatto scomparire, ed un esame rigoroso della sua storia. Con la consapevolezza che i testi maledetti e vietati, sottratti alla possibilità di lettura critica, come lo stesso Mein Kampf, finiscono per sprigionare attorno a sé un’aura fascinosa. “L’interdizione sottrae alla nostra consapevolezza culturale una delle possibilità che abbiamo non solo di ricordare ciò che è accaduto ma, soprattutto, di comprendere i meccanismi culturali e ideologici del suo accadere” (p. 23). Quel testo è un lungo pamphlet in cui per centinaia di pagine si sfoga, in un’interminabile tirata, la bile antiebraica di Céline. Alcuni passi, che De Benedetti riporta, ne evidenziano la natura violentemente e grossolanamente razzista: «L’Ebreo non si integra mai, scimmiotta, abborraccia e detesta. Non può abbandonarsi che ad un mimetismo grossolano, senza prolungamenti possibili. L’Ebreo, i cui nervi africani sono sempre più o meno di “zinco”, possiede solo un volgarissimo reticolo di sensibilità, per nulla elevato nella scala umana, come tutto ciò che proviene dai paesi caldi, precoce, appena sbozzato. Non è fatto per elevarsi molto spiritualmente, per andare molto lontano… L’estrema rarità dei poeti ebrei, d’altronde tutti rifriggitori di lirismo ariano… L’Ebreo, nato scaltro, non è sensibile. Non salva le apparenze che a forza di continue pagliacciate, simulacri, smorfie, imitazioni, parodie, pose, “cinegeismo”, fotografie, impapocchiamenti, arroganza. Nella sua stessa carne, per scuoterlo, non possiede che un sistema nervoso di negro dei più rudimentali, cioè un equilibrio da tanghero. L’Ebreo negro, incrociato, degenerato, sforzandosi nell’arte europea, mutila, massacra, e non aggiunge nulla. Sarà costretto un giorno o l’altro a far ritono all’arte negra, non scordiamolo mai. L’inferiorità biologica del negro o del semi-negro sotto i nostri climi è evidente. Sistema nervoso “spacciato”, espiazione della precocità, egli non può andare molto lontano…» (p. 35). Che dire di passi del genere, oltre che danno il vomito? Che bisogna inquadrare il testo nel suo tempo, nel genere letterario, nel suo stile? In ogni caso, la ragione non può arrendersi.

De Benedetti ci dà conto della problematicità del rapporto causale tra la scrittura e i fatti, tra le opinioni espresse nei libri e gli eventi che possono essere collegati a quei testi oppure no. Si tratta di una questione capitale quanto insolubile.  

Convinto che gli Ebrei aspirino, per i loro interessi, alla guerra tra le nazioni, Céline sembra derivare dal proprio pacifismo nichilista (non saprei come definirlo altrimenti) un antisemitismo virulento e scatologico. La cultura contemporanea, obliosa del Céline dei pamphlet, ne proclama la grandezza di scrittore, della quale anche De Benedetti, per quanto contrario a questa cesura, sembra non dubitare. Io quella grandezza non la vedo. Confesso di aver letto, qualche anno fa, solo Viaggio al termine della notte, di cui non mi è rimasto nella memoria assolutamente nulla, se non il ricordo di una lettura sgradevole. Mi pare che tutti quelli che esaltano Céline lo facciano per il suo stile. A me quello stile non piace, e, poiché per me la grandezza letteraria non può mai riposare solo sullo stile, che non è separabile da ciò che veicola, e per essere una volta celiniano contro ogni mio costume: “il suo stile Céline se lo può mettere in culo”.

De Benedetti ci offre anche alcuni spunti molto interessanti, che eccedono il caso particolare delle Bagatelle. Per esempio sul fatto che il rapporto tra gli orrori del comunismo e la letteratura non abbia dato luogo da noi a riflessioni e reazioni anche solo paragonabili a quelle che si sono avute verso la letteratura nazi-fascista. “…non è stata fatta alcuna operazione altrettanto diffusa e minuziosa intorno ai nessi di causa che esisterebbero tra testi e letteratura comunisti e i crimini che sono stati commessi da quei regimi, generalmente sottovalutati e rimandati a un giudizio storico sempre di là da venire, così come sono ancora da realizzare i magnifici corsi della storia promessi da quell’utopico incubo” (p. 44).

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4 thoughts on “Céline e il caso delle “Bagatelle”

  1. Mi è molto difficile rapportare il frammento di Céline qui sopra riportato – che mi colpisce più per stupidità che per infamia (ci fosse almeno un briciolo di elaborazione “originale”, soltanto spazzatura disgustosamente nota) – con la strana ma per me indubitabile “intelligenza” che ho invece trovato in “Viaggio al termine della notte”, che sto proprio in questi giorni finendo di leggere. Immagino che tali espressioni siano successive a quel romanzo autobiografico e sintomi di un sistema nervoso infine “spacciato” da un’esistenza piuttosto dura.

  2. Anche a me è risultato difficile mettere insieme nella stessa persona i contenuti delle due scritture. È una storia sconcertante. Dopo Bagatelle e negli successivi alla fuga dalla Francia occupata in via di liberazione la vita di C. Si fa dura. Prima, all’epoca delle Bagatelle è ben salda tra la professione medica e il successo letterario. È un rancore strano, difficile venirne a capo, sia dal lato della biografia sia da quello della storia delle idee che nel suo caso ha poco da dire…

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