Non c’è stata nessuna battaglia

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“Mi dispiace che tu e Nick vi siate separati. Non doveva succedere e comunque non in questo modo. Chissà se esiste al mondo qualcuno che riesce a stare con la persona destinata a lui, o a lei, non dico per tutta la vita ma almeno per un tratto abbastanza lungo della vita, anziché perderla quasi subito o comunque molto prima del tempo. Di solito arriva qualche tipo di errore o disastro, che spazza via la persona giusta e fa entrare in scena un sostituto. Alcuni di questi sostituti capitano lì per caso, senza aver progettato niente, altri aspettavano sulla porta da mesi o da anni, e il più delle volte sanno benissimo che sostituiscono qualcuno, però non gli interessa, perché loro vogliono stare lì, con te, e sono disposti a tutto nel nome di questo.”
Sono considerazioni di un personaggio del romanzo di Romolo Bugaro Non c’è stata nessuna battaglia (p. 206), appena uscito da Marsilio. Un romanzo per piccolo coro, potremmo chiamarlo, perché la narrazione oscilla continuamente tra l’io e il noi di un gruppetto di amici che furono adolescenti nella Padova degli anni Settanta, da quell’epoca giungendo fino ai giorni nostri. E questo piccolo coro canta, al di là delle contingenze storiche, l’accidentalità che governa il destino degli esseri umani: ovvero il caso che continuamente si traveste da destino, e viceversa. Accadono fatti che determinano il corso della vita, ma mentre accadono non vengono percepiti come decisivi e fatali, mentre lo sono. Come si vede in questo passo, che vede un protagonista plurale:
“Un pomeriggio di febbraio, mentre stanno sfogliando il giornale a un tavolino del Caffè Margherita, una donna in piedi sul lato opposto della terrazza cerca il loro sguardo, mentre il marito o compagno sta pagando la consumazione al cameriere in gilet color vinaccia. Impiegano qualche secondo per collegare quel viso sorridente alla ragazza che aveva preferito l’Hyppopotamus al compleanno di Sergio alla Grotta azzurra, tanti anni prima, e che non s’era mai lasciata dimenticare del tutto, nemmeno durante gli anni nerissimi della latitanza nel sud della Francia. Capelli biondi e non più castani. Fisico morbido e non più asciutto. Sempre gli stessi occhi vivi come quelli di un piccolo animale e soprattutto quelle magnifiche tette.
Ehi, Alessandra! Dio mio, quanto tempo!
Ferma in fondo alla terrazza del bar, lei solleva un poco la mano aperta, non esattamente un gesto di saluto, piuttosto una traccia di antica intimità, un modo per dire: Ecco, vedi, ci siamo incontrati un’altra volta, siamo ancora noi, ti ho pensato spesso in questi anni, chissà se l’hai fatto anche tu.
Tutto dura pochi secondi. Lei si allontana accanto al suo compagno, un uomo massiccio dai capelli corti e brizzolati, senza più voltarsi indietro, e sparisce in mezzo alla gente come un ricordo in carne ed ossa, una scheggia di passato tornata per miracolo fino a loro nella luce radente di quel giorno invernale. (p. 70)
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