Ipazia, scena XVII

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La grande strada finisce sul molo. Allo sguardo incantato di Filemone si presenta un ampio semicerchio di mare blu. Tutto intorno, palazzi e torri. Involontariamente si ferma, e anche il suo accompagnatore si ferma e rivolge al giovane monaco uno sguardo obliquo, a cogliere gli effetti che lo spettacolo dovrebbe provocare in lui.
Guarda! Guarda cosa abbiamo fatto noi Greci! Noi, pagani, che viviamo nella tenebra! Guarda questa bellezza, e vediti per quello che sei: un giovane piccolo uomo presuntuoso e ignorante. Uno che pensa che la sua nuova religione gli dia il diritto di disprezzare tutte le altre. Lo hanno fatto i cristiani tutto questo? Lo hanno edificato i cristiani il Faro che vedi là a sinistra, una delle meraviglie del mondo? L’hanno costruita i cristiani questa diga lunga un miglio, coi suoi due ponti mobili, che connette i due porti? Sono stati i cristiani a costruire questo lungomare? O questa Porta del Sole, sotto cui ci troviamo ora? O il Cesareo, là a destra? Guarda! Guarda! E sentiti piccolo! Davvero molto piccolo. Lo hanno edificato i cristiani tutto questo? Hanno scolpito e inciso loro, con la sapienza degli antichi? Lo hanno costruito i cristiani il Museo, ne hanno concepito loro le statue e gli affreschi? Sotto i quali, ahinoi, aleggia ormai solo un soffio dell’antica sapienza… Hanno fatto sorgere loro dal mare quel palazzo là? Hanno riempito loro il tempio di Nettuno di statue che sembrano vive? Parla! Tu, figlio di pipistrelli e di talpe. Tu, sei piedi di sabbia! Tu, mummia fuoruscita da una caverna delle colline! Sono capaci i monaci di fare cose come queste?
Filemone è abbagliato dallo splendore intorno a lui, dalla grandiosità dello scenario. Troppo meravigliato per arrabbiarsi con qualcuno. Esita a rispondere al facchino, e dice: Altri uomini prima di noi hanno faticato, e noi come successori abbiamo preso il loro posto…
Ma il contrasto tra il riposo senza fine delle grandi masse di pietra delle costruzioni e il movimento della superficie scintillante del porto, con le innumerevoli imbarcazioni e vele in movimento sciamanti verso l’aperto mare, questo contrasto lo tocca profondamente, lo schiaccia, e lo riempie di tristezza. Dunque questo è il mondo… Non è meraviglioso? E gli uomini che hanno fatto tutto questo… se non sono stati grandi… allora cosa sono stati? Sicuramente avevano in loro grandi anime e nobili pensieri! Per creare cose simili bisogna avere in sé qualcosa di divino! Qualcosa che ha illuminato nazioni, generazioni… E là c’è il mare. E al di là del mare nazioni innumerevoli. La sua fantasia si accende, si smarrisce. Tutti questi popoli sono destinati alla dannazione? Dio non ha alcun amore per loro?
Infine Filemone riesce a rimettere in ordine i suoi pensieri, e chiede di nuovo alla sua guida qual è la strada per la casa dell’arcivescovo.
Da questa parte, seguimi, giovane nullità, risponde l’omino. E procedono lungo la grande facciata del Cesareo, ai piedi degli obelischi.
Lo sguardo di Filemone cade sul frontone, che ha ornamenti che paiono aggiunti da poco: simboli cristiani.
Ma come? Una basilica?
No, è il Cesareo. Solo temporaneamente è un luogo di adunanza dei cristiani. Gli Dei immortali sono stati condiscendenti, ma rimane il Cesareo. Da questa parte, in fondo alla strada, a destra. Guarda, dice l’omino indicando un portone sul lato del Museo, là c’è l’ultimo ritrovo delle Muse, la sala dove Ipazia tiene le sue lezioni, dove io sono un allievo clandestino, indegno… E si ferma presso la porta di una splendida casa, sull’altro lato della strada: Qui è la residenza della favorita di Atena… ora puoi deporre a terra il cesto. E bussa alla porta, e consegna il cesto a un portinaio nero, e con un cortese inchino a Filemone sembra volersi congedare.
Ma la casa dell’arcivescovo dov’è? chiede il giovane.
Vicino al Serapeo. Non puoi sbagliarti: quattrocento colonne di marmo, anche se rovinate dai cristiani persecutori. Sono ben visibili.
Ma quanto lontana è?
Circa tre miglia, vicino alla Porta della Luna, risponde l’omino.
Ma…non era la porta attraverso la quale siamo entrati in città dall’altro lato?
Proprio così. Siccome hai già percorso la strada per arrivare qui, sarà facile per te ripercorrerla nella direzione opposta.
Filemone lo strozzerebbe, sbatterebbe il suo cranio contro il muro, ma si controlla: Allora tu, maledetto pagano, intendi dire che mi hai volutamente allontanato dalla mia meta?
Calma, giovanotto. Se mi tocchi, io chiamo aiuto. Siamo vicini al quartiere ebraico, e là ci sono migliaia di uomini che piomberanno qui come uno sciame di vespe e non gli parrà vero di poter massacrare un monaco. E poi, quello che ho fatto l’ho fatto a fin di bene. Per il mio bene anzitutto, un bene inteso secondo saggezza pratica, al fine che tu, e non io, avessi a portare il peso del cesto. E poi secondo saggezza filosofica, secondo ciò che vedo della pura ragione: al fine che tu, messo di fronte allo splendore di questa grande civiltà, che voialtri vorreste distruggere totalmente, tu imparassi che sei un somaro, una tartaruga, una nullità, e così, rendendoti conto di non essere nulla, potessi essere spinto a diventare qualcosa. E fa per andarsene.
Filemone lo afferra per la tunica, e lo blocca. L’omino tenta di svincolarsi, vanamente.
Pacificamente, se vuoi, altrimenti a forza, in ogni caso tu ora mi riporti indietro, alla mia meta!
Il filosofo, risponde l’omino, vince le circostanze sottomettendosi ad esse. Verrò pacificamente. In verità, sono proprio le basse necessità della mia esistenza che mi riportano verso la Porta della Luna, per un’altra faccenda di frutta.
E così i due tornano indietro insieme.
Mezzo miglio camminano in silenzio, i pensieri di Filemone non si staccano dalla strana donna che ha sentito esaltare, di cui non sa nulla. All’improvviso sbotta: Ma chi è questa Ipazia, di cui parli sempre?
Chi è Ipazia, bifolco? La regina di Alessandria! Per sapienza è Atena! Per maestà è Era! Per bellezza è Afrodite!
E chi sono queste? chiede Filemone.
Il facchino si ferma, lo squadra dalla testa ai piedi con un’espressione mista di pietà e disprezzo, e nell’estasi del suo sdegno fa per allontanarsi. Ma il forte braccio di Filemone lo blocca.
Ah, già, abbiamo un accordo… Chi è Atena? La dea che dona la saggezza. Era è la sposa di Zeus e regina dei Celesti. Afrodite è la madre dell’amore…Non mi aspetto che tu capisca.
Filemone tuttavia capisce almeno questo: che nella mente dell’omino che lo guida Ipazia è una persona unica e meravigliosa. Perciò gli fa l’unica domanda con cui al momento può valutare qualsiasi fenomeno di Alessandria: E lei è amica del patriarca?
Il facchino sbarra gli occhi, fa con la mano un complicato gesto di scongiuro verso Filemone, su cui non ha alcun effetto. Poi si ferma, contempla ancora la possente figura del monaco e risponde: Mio giovane amico, lei è amica della stirpe degli umani in generale. Il filosofo deve innalzarsi al di sopra dell’individuo, alla contemplazione dell’universale… Aha! Ecco qualcosa che merita di essere visto, e le porte sono aperte. E si ferma all’entrata di un vasto edificio.
È questa la casa del patriarca?
I gusti del patriarca sono più plebei. Dicono che viva in due stanze sporche… consapevole di quello che gli si addice. La casa del patriarca? È l’opposto di questa, non vi è arte né spirito. Questa, questa è il tempio dell’arte e della bellezza, il tripode delfico dell’ispirazione poetica, il conforto dell’uomo affaticato: in una parola, il teatro. Se il tuo patriarca potesse, domani stesso lo ridurrebbe a un cumulo di rovine. Invece il filosofo non deve disprezzarlo. Ah, vedo all’entrata i messi del prefetto. Sta preparando la lista dei piatti del giorno, per così dire, assecondando il palato del popolo. Questo è il giorno in cui ogni settimana qui si esibisce una mima molto spiritosa, molto ammirata, soprattutto dai Giudei. Per il gusto più classico, molte delle sue movenze, certi ancheggiamenti, sono privi dell’antico decoro… nell’insieme potrebbe essere definita indecente. Tuttavia, il pellegrino stanco potrebbe anche trovarla piacevole. Entriamo a vedere lo spettacolo.

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