Non c’è stata nessuna battaglia

DSC02910
“Mi dispiace che tu e Nick vi siate separati. Non doveva succedere e comunque non in questo modo. Chissà se esiste al mondo qualcuno che riesce a stare con la persona destinata a lui, o a lei, non dico per tutta la vita ma almeno per un tratto abbastanza lungo della vita, anziché perderla quasi subito o comunque molto prima del tempo. Di solito arriva qualche tipo di errore o disastro, che spazza via la persona giusta e fa entrare in scena un sostituto. Alcuni di questi sostituti capitano lì per caso, senza aver progettato niente, altri aspettavano sulla porta da mesi o da anni, e il più delle volte sanno benissimo che sostituiscono qualcuno, però non gli interessa, perché loro vogliono stare lì, con te, e sono disposti a tutto nel nome di questo.”
Sono considerazioni di un personaggio del romanzo di Romolo Bugaro Non c’è stata nessuna battaglia (p. 206), appena uscito da Marsilio. Un romanzo per piccolo coro, potremmo chiamarlo, perché la narrazione oscilla continuamente tra l’io e il noi di un gruppetto di amici che furono adolescenti nella Padova degli anni Settanta, da quell’epoca giungendo fino ai giorni nostri. E questo piccolo coro canta, al di là delle contingenze storiche, l’accidentalità che governa il destino degli esseri umani: ovvero il caso che continuamente si traveste da destino, e viceversa. Accadono fatti che determinano il corso della vita, ma mentre accadono non vengono percepiti come decisivi e fatali, mentre lo sono. Come si vede in questo passo, che vede un protagonista plurale:
“Un pomeriggio di febbraio, mentre stanno sfogliando il giornale a un tavolino del Caffè Margherita, una donna in piedi sul lato opposto della terrazza cerca il loro sguardo, mentre il marito o compagno sta pagando la consumazione al cameriere in gilet color vinaccia. Impiegano qualche secondo per collegare quel viso sorridente alla ragazza che aveva preferito l’Hyppopotamus al compleanno di Sergio alla Grotta azzurra, tanti anni prima, e che non s’era mai lasciata dimenticare del tutto, nemmeno durante gli anni nerissimi della latitanza nel sud della Francia. Capelli biondi e non più castani. Fisico morbido e non più asciutto. Sempre gli stessi occhi vivi come quelli di un piccolo animale e soprattutto quelle magnifiche tette.
Ehi, Alessandra! Dio mio, quanto tempo!
Ferma in fondo alla terrazza del bar, lei solleva un poco la mano aperta, non esattamente un gesto di saluto, piuttosto una traccia di antica intimità, un modo per dire: Ecco, vedi, ci siamo incontrati un’altra volta, siamo ancora noi, ti ho pensato spesso in questi anni, chissà se l’hai fatto anche tu.
Tutto dura pochi secondi. Lei si allontana accanto al suo compagno, un uomo massiccio dai capelli corti e brizzolati, senza più voltarsi indietro, e sparisce in mezzo alla gente come un ricordo in carne ed ossa, una scheggia di passato tornata per miracolo fino a loro nella luce radente di quel giorno invernale. (p. 70)

Renzi e PD

1526799130-renzi-boschi

RENZI & PD, un’analisi sintetica e fredda
di Fabio Brotto

Mi pare chiaro che Renzi non può né intende sparire dalla scena politica italiana, e mi pare altrettanto chiaro che, per varie e concorrenti ragioni, non può rimanere nel PD. Il PD è condannato all’estinzione, o ad una riduzione ai minimi termini, salvo imprevisti, che nella storia sono assai frequenti. Renzi certamente punta a far sua quella parte degli elettori di Forza Italia che, nell’eclissi di Berlusconi, sfuggono, per la loro natura di borghesi moderati, alla presa dell’estremismo antieuropeo e russofilo di Salvini. Bisognerà vedere quanti sono. Temo che non siano molti. In ogni caso, Renzi abbandona la Sinistra e si presenta come un Macron italiano. Ma proprio qui emerge un piccolo problema: per vincere oggi nelle democrazie occidentali, massmediocentriche e percorse dall’onda continua dei social, occorre che gli elettori, ammesso che esista davvero quella platea a cui Renzi pensa di riferirsi – in questo caso la borghesia, i ceti medi produttivi, ecc. – ti percepiscano come “novus”. E Renzi ha questo difetto: sarebbe percepito come un ritorno di quello che c’è già stato, e che molti italiani hanno odiato. Non funzionerà. Per sconfiggere il salvinismo e il grillismo occorre una novità vera, che all’orizzonte non si vede, per quanto potente sia il cannocchiale che usiamo.

Bruciali, ragazza, bruciali!

72490908-ce0c-11e8-8704-8f64d77e8bfc_CKH0WPL08648-60434-k3IE-U02457204090X7F0p7-1024x576@LaStampa.it

Fabio Brotto

CROCIFISSI E INCENDIATI, durante la manifestazione degli studenti. L’atto di bruciare l’immagine di qualcuno lo costituisce come nemico radicale, ed esprime nel modo più violento possibile il desiderio del suo annientamento. Forse l’intenzione degli studenti non era quella di inscenare una simbolica crocifissione, ma la disposizione delle braccia dei due manichini è eloquente. Ed è notevole il fatto che a dare fuoco ai due sostituti simbolici delle persone reali di Salvini e Di Maio siano delle ragazze: dai tempi delle BR sappiamo però che il genere femminile non è affatto estraneo per natura alla violenza politica. Questa immagine non mi piace per nulla, proprio per il fatto che addita nel modo più efficace la pericolosissima china sulla quale sta avviandosi l’Italia. I linciaggi simbolici tendono a scatenare effetti mimetici che possono essere fulminei. E’ un brutto momento.

Aborto e papa

113238533-d93c5fa4-a52d-416a-845e-6bd0a1dc00f8

Fabio Brotto

Il papa condanna quello che chiama “aborto terapeutico” mettendolo sullo stesso piano di un omicidio commissionato per “risolvere un problema”. Mi soffermo su un aspetto della sua argomentazione.
Se un figlio con gravissime malformazioni, e malattie incurabili, e destinato ad una vita di gravi sofferenze, e ad una morte precoce, fosse da considerare un dono di Dio ai genitori, dono fatto allo scopo di farli uscire dal loro egoismo e approdare ad una totale donazione di sé, come sostiene il papa, allora Dio farebbe ciò che nessun uomo dovrebbe mai fare, cioè considererebbe una persona (il figlio) non un fine, ma un semplice mezzo. Il male del figlio finalizzato al bene dei genitori: il che è mostruoso. Ma, alla radice, è l’attribuzione di tutto quello che accade alla “volontà di Dio”, ciò che necessariamente porta a queste mostruosità.

41344168_1820490974653161_704535882501193728_n

Dirò solo che al godimento che sempre mi procura la lettura della prosa di Blumenberg qui si unisce quello che provo ogni volta in cui mi imbatto in un autore che metta in luce le debolezze del freudismo e la precarietà delle radici (ormai marce, anche se nessuno se ne vuole accorgere) della psicoanalisi. Che a questa manchi poi il “pendant” della psicosintesi è una deliziosa affermazione che si legge a pag. 363.

Fabio Brotto

Assunta

assunta

Fabio Brotto

L’umile Maria gradualmente nei secoli assunse il carattere di Iside, la grande Dea Madre celeste, col manto azzurro e la corona di stelle. Certamente il monoteismo ebraico-cristiano non ammette in Dio il genere, poiché Dio non è né maschio né femmina. Però l’incarnazione del Cristo avviene mediante una donna, ma si realizza nel maschio Gesù. Sicché la natura umana assunta in Dio con Cristo è la natura umana rappresentata dal maschile. E il recente dogma cattolico dell’ assunzione in cielo di Maria in qualche modo sembra correggere lo sbilanciamento. Lo squilibrio però rimane: per Maria non ci può essere adorazione ma solo venerazione, e l’Assunta non impedisce alla Chiesa cattolica di rimanere una istituzione governata dal maschile. Le donne restano escluse dal sacerdozio con l’argomentazione che Gesù scelse come apostoli solo uomini e non donne. Quanto al cielo, domandate a un prete cosa sia: avrete in risposta frasi fatte e parole quasi senza senso. Chiedetelo ad un fedele qualsiasi, e in risposta avrete balbettamenti. In realtà, al fedele medio del cielo non importa nulla, altrimenti dedicherebbe alla sua conquista un impegno almeno pari a quello che dedica a difendere il proprio conto in banca, se ce l’ha. Se non ce l’ha, dal cielo si aspetta solo aiuto e grazie per gli affanni della vita presente.

Pena di morte

papa-francesco-bd_1385782

Fabio Brotto

Per molte ragioni, che qui non espongo, sono personalmente contrario alla pena di morte. Di conseguenza, non mi dispiace che l’attuale papa abbia corretto la dottrina cattolica tradizionale su questo punto. Tuttavia, sono interessanti le modalità con cui la Chiesa svolge la sua argomentazione del “non cambiamento dottrinale”, cioè della fedeltà alla tradizione. Vale in molti campi. Basta andarsi a leggere il Sillabo e confrontarlo con l’attuale dottrina corrente per vedere i mutamenti clamorosi: vedi la libertà di stampa e di religione, là condannate ora affermate come valori. Perché il punto è: se la Chiesa di volta in volta si adegua, interpretandolo, allo spirito dei tempi e ai suoi valori, perché il singolo credente non dovrebbe sentirsi del tutto libero di fronte al Magistero? Forse oggi non sarei un buon cattolico se fossi a favore della pena di morte, e nell’Ottocento, quando ancora il santo papa Pio IX firmava condanne, sarei stato pessimo cattolico se fossi stato contro la pena di morte? Finiamo nel relativismo storico, è evidente. Negli anni intorno al 1960, non millenni fa, il frate domenicano L. Bender, scriveva: “La dottrina tradizionale della Chiesa è che la pena di morte non è contraria alla legge divina, ma neanche è richiesta come necessaria da questa legge: la sua necessità dipende dalle circostanze. Un buon cattolico può sostenere in base a diverse circostanze e valutazioni delle medesime la pena di morte o la sua abolizione, ma non può arrivare a dire che l’infliggere questa pena sia una violazione del diritto naturale” (Dizionario di Teologia morale, ed. Studium, voce “pena di morte”). Ora la pena capitale è esclusa in ogni caso. Direi che con Bergoglio siamo in una prospettiva vicina al Modernismo, della qual cosa mi rallegro, anche se vedo emergere contraddizioni insanabili. Ma da anni ormai io sono al di fuori della Chiesa Cattolica…