Pena di morte

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Fabio Brotto

Per molte ragioni, che qui non espongo, sono personalmente contrario alla pena di morte. Di conseguenza, non mi dispiace che l’attuale papa abbia corretto la dottrina cattolica tradizionale su questo punto. Tuttavia, sono interessanti le modalità con cui la Chiesa svolge la sua argomentazione del “non cambiamento dottrinale”, cioè della fedeltà alla tradizione. Vale in molti campi. Basta andarsi a leggere il Sillabo e confrontarlo con l’attuale dottrina corrente per vedere i mutamenti clamorosi: vedi la libertà di stampa e di religione, là condannate ora affermate come valori. Perché il punto è: se la Chiesa di volta in volta si adegua, interpretandolo, allo spirito dei tempi e ai suoi valori, perché il singolo credente non dovrebbe sentirsi del tutto libero di fronte al Magistero? Forse oggi non sarei un buon cattolico se fossi a favore della pena di morte, e nell’Ottocento, quando ancora il santo papa Pio IX firmava condanne, sarei stato pessimo cattolico se fossi stato contro la pena di morte? Finiamo nel relativismo storico, è evidente. Negli anni intorno al 1960, non millenni fa, il frate domenicano L. Bender, scriveva: “La dottrina tradizionale della Chiesa è che la pena di morte non è contraria alla legge divina, ma neanche è richiesta come necessaria da questa legge: la sua necessità dipende dalle circostanze. Un buon cattolico può sostenere in base a diverse circostanze e valutazioni delle medesime la pena di morte o la sua abolizione, ma non può arrivare a dire che l’infliggere questa pena sia una violazione del diritto naturale” (Dizionario di Teologia morale, ed. Studium, voce “pena di morte”). Ora la pena capitale è esclusa in ogni caso. Direi che con Bergoglio siamo in una prospettiva vicina al Modernismo, della qual cosa mi rallegro, anche se vedo emergere contraddizioni insanabili. Ma da anni ormai io sono al di fuori della Chiesa Cattolica…

 

RAZZISMO

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Fabio Brotto

Se ne parlerà sempre di più. Perché esistono costanti storiche e modelli che, con mutamenti superficiali e innumerevoli varianti, si ripetono. Parlo sine ira et studio, come uno che non si entusiasma all’idea del melting pot e di fantastici paradisi di meticciamento, come uno che da tempo sottolinea criticamente l’estasi della non-identità, la voluttà dello sradicamento, in cui si culla tanta intellettualità progressista e di sinistra, affetta da un insanabile ideologismo vittimario. Io vedo un’Italia auto-indulgente, lamentosa, e pronta a scaricare la responsabilità dei suoi fallimenti su capri espiatori: da Bruxelles ai migranti. Questa Italia non è affatto vaccinata contro il razzismo: del resto, le leggi razziali del 1938 mostrano chiaramente come nessuna educazione cattolica di per sé contrasti il virus, e oggi l’Italia è un Paese cattolico solo parzialmente, e sostanzialmente pagano (qui c’è continuità, pagano lo era anche nel 1938). Penso che i fenomeni di natura razzista aumenteranno di numero e forse di intensità col crescere numerico della popolazione di origine africana. Nessuna predica moraleggiante potrà modificare gli orientamenti profondi della popolazione: questi potranno mutare sulla distanza di anni, e non è detto che avverrà in meglio. Anche perché al momento i giornali e i media in generale non sembrano comprendere (in alcuni casi lo comprendono benissimo) quanto conti il linguaggio che si usa, e quanto potenti siano le influenze che si riversano sui cervelli di una popolazione che legge sempre meno libri e in cui cresce a dismisura la percentuale degli analfabeti funzionali.
Guardate infine quel manifesto elettorale democratico del 1869. Dice che la piattaforma elettorale del Partito Democratico è a favore dell’uomo bianco, mentre quella del Partito Repubblicano è a favore dei negri. Semplificazioni deprecabili? Non che gli slogan delle ultime elezioni italiane fossero molto meglio… #razzismo

EROSTRATO

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I libri ricordano ancora, dopo migliaia di anni, il nome di Erostrato, un uomo che non valeva nulla, ma acquistò la fama dell’eterna infamia, che è pur sempre fama, per un unico atto criminoso: l’incendio del sacro tempio di Artemide ad Efeso nel 356 A.C. La fama nei secoli significa il massimo di centralità, di distinzione dalla massa oscura di coloro di cui il tempo annienta ogni ricordo. Un’aspirazione condivisa da larga parte degli umani: divenire immortali, essere ricordati per sempre. I gesti “folli” hanno dietro di sé un incentivo che non è affatto folle. E stimolano la tendenza mimetica insita in tutti gli umani. Tendenza al Centro, luogo dell’annientamento sacrificale e insieme del Sacro e del Potere, e pulsione mimetica irresistibile: la radice dell’umano è qui.

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NOTTE DI GIUGNO

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Non potevamo dire sì, partiamo,
e neanche no, restiamo. Dove?
Siamo piccoli, e adesso siamo morti.
Uomini forti ci tengono in braccio.
Il mare di notte ci ha fatto paura,
tutti intorno dicevano a Dio aiutaci,
ma lui non ha ascoltato,
le mani di mamme e papà si sono aperte,
noi siamo stati un po’ nel freddo mare,
e poi a riva, non quella della vita.

(ai bambini morti nel mare di Libia, 2018)

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Relazione

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RELAZIONE. Il mondo è complesso, anzi, la sua cifra è la complessità. Ma questo pensiero può formularlo solo un intelletto che rifugga dalla tendenza alla semplificazione, che è vitale per la maggior parte degli umani. Onde si vede che anche persone che in certi settori della loro esistenza, e in particolari discipline, non rifuggono dalla visione della complessità, in altri importatissimi campi usano semplificare al massimo, maneggiando, per così dire, la scure e il maglio, e dividono sempre in due, tra buono e cattivo, tra amico e nemico, senza chiaroscuri, riducendo ogni argomento ai suoi termini minimi, distruggendo il linguaggio, e ricalcando ad ogni piè sospinto slogan e pensieri bambineschi. Costoro, come la maggioranza, fatta di individui in tutto semplici e proprio per questo sicuri di conoscere il bene e il male, incessantemente perciò ricercano capri espiatori da linciare, in metafora o nella realtà, con un imbarbarimento diffuso.
E noi possiamo concludere che vi è una relazione essenziale tra l’incapacità di sollevarsi dal particolare e stendere lo sguardo sulla molteplicità dei fenomeni che intrecciandosi formano il nostro mondo, e il forsennato bisogno di scaricare la propria violenza su capri espiatori, e che questa relazione è particolarmente evidente nella congiuntura politica dell’Italia di oggi, in cui trionfa l’arte della semplificazione e della volgarità portata ai suoi estremi.

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ZINGARI

Racial Hygiene Centre

Nella foto si vede Eva Justin, braccio destro del dott. Robert Ritter, scienziato della razza e responsabile del Centro di Igiene Razziale del Terzo Reich, mentre fa un calco della testa di un rom, nell’ambito di quelle ricerche che oggi ci appaiono pseudoscientifiche e deliranti. I nazisti sugli zingari espressero una dottrina non sempre coerente e unitaria, ma infine tendente alla soluzione finale del problema che essi secondo loro rappresentavano. Certuni, come il Reichsführer-SS Heinrich Himmler, ad un certo punto giunsero a distinguere gli zingari di razza pura, popolazione ariana rovinata dal vizio del nomadismo, ormai rari, ma che si sarebbero potuti anche tollerare in riserve come quelle degli Indiani d’America, da quelli di sangue misto, la stragrande maggioranza. Costoro, secondo il dott. Ritter, erano “il prodotto di accoppiamenti col sottoproletariato asociale criminale”, quindi geneticamente portatori di criminalità: da estirpare senza pietà.

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Un ragazzo d’oro.

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Mio figlio Guido, un ventenne autistico averbale, non ha mai raccontato una storia. Nemmeno nella sua forma germinale, come “oggi sono andato a scuola”. E non ha mai potuto ascoltare una storia. La sua mente è esclusa dal regno della narrazione, esclusa da una delle realtà fondamentali dell’umano. Invece Todd Aaron, il protagonista del romanzo di Eli Gottlieb Un ragazzo d’oro (Best Boy, 2015, trad. it. di A. Martinese, minimum fax 2018),  non solo non è estraneo a quel regno, ma è la voce narrante della vicenda della quale è anche il protagonista.
Sono passati 41 anni dal momento in cui Todd è stato collocato dalla madre nel Payton LivingCenter, un villaggio che accoglie una popolazione mista di Cerebrolesi e Congeniti (questa la classificazione colà vigente), tra i quali molti autistici, come lo stesso Todd. Lui ora è un uomo maturo, che si è ben adattato alla vita ordinata del Centro, tanto da costituire un esempio per tutti i residenti, ed essere per questo chiamato un ragazzo d’oro. Ma l’arrivo di un nuovo operatore innescherà una serie di azioni-reazioni che porteranno alla vicenda narrata dalla voce di Todd. Il quale è autistico, e questo un lettore avvertito lo può afferrare sin dalle prime pagine. Dopo 41 anni Todd ricorda tutti i particolari del suo arrivo nel Centro, a cominciare dalla pioggia e dal vetro dell’automobile. Quando, all’ottava riga dall’inizio del romanzo, Todd dice “Eravamo seduti in macchina e io toccai il vetro del finestrino che era trasparente come l’aria. Dall’altra parte la pioggia esplodeva senza rumore e io mi spaventai” io, se anche non avessi saputo nulla del romanzo e dell’autore, avrei capito che il protagonista-narratore è autistico. La capacità mimetica di Gottlieb è molto forte, riesce a calarsi in una visione del mondo autistica molto più a fondo di Mark Haddon, l’autore del famoso Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Il fatto di avere un fratello autistico è decisivo, qui c’è una vera empatia letteraria.
Il romanzo è ben costruito, ed è anche toccante e commovente, perché preme tasti universali. La sua grandezza sta nel riuscire a costruire un personaggio che, pur nella sua dimensione autistica, nella sua disabilità, anzi direi proprio grazie a quelle, è pienamente umano. E questa pienezza di umanità sta anzitutto nel suo legame con i ricordi dell’infanzia, e nella sua insopprimibile nostalgia della casa in cui ha vissuto e della madre che lo ha amato. Nostalgia che ad un certo punto diventa vero e reale nostos, un ritorno pericoloso ma necessario. Todd non ha alcuna super-abilità come il protagonista del romanzo di Haddon, il suo intelletto è un po’ limitato, e spesso rivela la sua ingenuità, che ne fa una persona indifesa. Il suo candore è anche una luce che rivela al lettore un mondo circostante complesso e moralmente ambiguo.
Nota finale: si conferma che nessun autistico averbale può essere il protagonista di un romanzo. In qualche modo, perché la sua storia sia interessante, l’autistico deve abitare il linguaggio. Tu mi dirai: “E Zanna Bianca? E Il richiamo della foresta? E Kazan? Animali senza parola protagonisti di storie”. Ma quella è un’altra storia.

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GIANO

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Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è nella foglia,
nella foglia che oscilla ad oriente
per il vento dal curvo occidente,
e cade la foglia matura,
la figlia di Giano, la foglia.

Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è nella lacrima
che scese sul volto bambino,
la lacrima della mia soglia
di un debole, un forte destino.

Passo il tempo a parlare con Giano.
E Giano è in questa pietra,
una figlia di Giano, la pietra.
Rivoltata in anni lontani,
che ritrovo. Un’altra? La stessa?

Passo il tempo a parlare con Giano.
Passo gli ultimi, poveri giorni,
a parlare con Giano, che tace.
Giano è due. Non parla in due bocche,
guarda cose, a oriente, a occidente.