La macchina degli abbracci

La macchina degli abbracci. Parlare con gli animali ( trad. it. di I.C. Blum, Adelphi 2007) è un libro in cui Temple Grandin, forse la persona autistica più famosa del mondo, e sicuramente la più ricca grazie al suo lavoro, spiega la mente animale utilizzando la conoscenza della propria, quella di una persona con autismo. La prima cosa che mi viene da dire riguarda il titolo. Quello inglese è Animals in Translation. Using The Mysteries of Autism to Decode Animal Behavior. Si può facilmente notare come la traduzione italiana del titolo ne alteri profondamente il significato, privandolo della sua aura scientifica e ingannando il lettore. Infatti il libro non tratta affatto del parlare con gli animali, come recita il sottotitolo in italiano, ma si serve degli apparenti misteri della mente autistica, ovvero delle sue caratteristiche fondamentali, per decodificare il comportamento animale: operando appunto una traduzione, che si serve come medium dell’autismo. Per di più, la macchina del titolo, un congegno realmente ideato dalla Grandin, nel libro occupa uno spazio minimo. Dunque, il titolo italiano, che suona così dolciastro e animalista, è assolutamente mistificante.

Il libro è in prima persona, ma è stato scritto insieme a Catherine Johnson, una professionista della scrittura che ha due figli autistici. È dunque un libro a (almeno – perché come al solito ci sono di mezzo editor ecc.) due mani. In ogni caso, si tratta di un’opera davvero molto interessante, come tutte quelle scritte o co-scritte da persone con autismo altamente consapevoli di sé.

L’idea fondamentale del testo è coglibile in questi due passi.

 Questa è la grande differenza tra animali ed esseri umani e anche tra persone autistiche e non autistiche. Gli animali e gli autistici non vedono una loro personale idea delle cose: vedono le cose reali. Noi cogliamo i dettagli di cui è fatto il mondo, mentre le persone normali confondono quegli stessi dettagli nel loro concetto generale di mondo. ( p. 45)

I nostri lobi frontali non funzionano quasi mai bene come quelli degli individui normali, e quindi la nostra funzione cerebrale finisce per trovarsi collocata fra quella degli esseri umani normali e quella degli animali. Noi autistici usiamo il nostro cervello paleomammaliano più delle persone normali: siamo costretti a farlo, non abbiamo altra scelta. Le persone autistiche sono più vicine agli animali di quanto non lo siano gli esseri umani normali.
Il prezzo che gli esseri umani normali pagano, in cambio dei loro lobi frontali così sviluppati, è un livello di disattenzione che non si riscontra negli animali e nelle persone autistiche. Gli individui normali non vedono più i dettagli che costituiscono il quadro generale per concentrarsi, appunto, solo sulla visione d’insieme. Questo è infatti il donno dei lobi frontali: offrire una visione d’insieme. Gli animali, invece, vedono tutti i minuscoli dettagli che compongono il quadro. (pp. 75 – 76)

Ormai, il fatto che le persone autistiche vivano in un mondo di dettagli, difficilmente organizzabili dalla loro mente, è accertato da infinite osservazioni e da sperimentazioni scientifiche. Nel discorso svolto da Temple Grandin io vedo, tuttavia, anzitutto due punti problematici. In primo luogo, lei attribuisce un primato assoluto alla visione anche negli animali, essi dunque come gli autistici penserebbero “per immagini”. Ma basta chiamare in causa talpe e altri animali ciechi per avere qualche dubbio. L’olfatto, non solo nei nei cani, è almeno altrettanto importante.  In secondo luogo, la mente animale è sociale, nel senso che gli animali interagiscono tra loro in base a codici che rendono possibile la comunicazione, mentre proprio questa caratteristica e capacità della mente negli autistici manca. Uno scimpanzé vedrà anche la realtà in modo molto  più dettagliato di quanto lo veda un essere umano, ma questo non gli impedisce la socializzazione con i suoi simili, lo scambio e l’empatia. Dunque, la somiglianza della mente autistica umana con quella animale è in ogni caso solo parziale.

Il libro della Grandin non è un libro sull’autismo, ma sugli animali, e sul funzionamento della loro mente. E tuttavia è scritto nella prospettiva di una persona con autismo, ed è proprio questo che lo rende interessante. Anche i suoi limiti ci dicono molto sulle caratteristiche dell’autismo.

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Una risposta a "La macchina degli abbracci"

  1. molto interessante, hai detto bene…questa – limitazione della visione – riscontrabile sia neglia animali, sia in chi affetto da autismo…
    anche se negli animali prevale l’istinto sotto ogni forma, quindi è una limitazione minore la loro…
    teniamo presente che per l’uomo è indice di non solo di maturazione intelletuale e completa della personalità, ma anche della sfera del piacere, avere la consapevolezza di poter elaborare un pensiero, una visione, una scrittura…renderla propria carpendone l’essenza.
    questo è un gran dono per l’uomo!

    ciao Fabio, buona domenica

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