Fringuello alpino

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Anche con la neve in ambiente alpino lo trovate, in bei gruppetti, il fringuello alpino (Montifringilla nivalis), che ha la neve anche nel nome scientifico latino. Il collega ancor più alpestre della affine peppola (Fringilla montifringilla).
(Illustrazione di Walter Linsenmaier per il primo volume de Les oiseaux nicheurs d’Europe, Zurigo 1966, dedicato all’ordine dei Passeriformi).

 

 

 

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L’anima

Cheng - L'anima cop.qxp

François Cheng, nato in Cina nel 1929, vive in Francia dal 1949. Scrive in francese. Quanto questo scrittore sia francesizzato lo dimostra il suo uso della parola spirito a indicare la mente-intelligenza. In questo libro del 2016 – L’anima. Sette lettere a un’amica, tradotto da C. Tartarini per Bollati Boringhieri, 2018) – la tripartizione che Cheng presenta (corpo-materia, spirito-intelligenza e anima) non corrisponde a quella della tradizione ebraico-cristiana, in cui lo spirito è il pneuma divino, non l’esprit laico-francese. Questo modo di intendere lo spirito comporta, a mio giudizio, un serio fraintendimento della tradizione religiosa occidentale, alla quale peraltro Cheng è molto interessato.
Il libro, costituito come sette lunghe lettere indirizzate ad un’amica, è ai miei occhi anche viziato da una esaltazione della natura come armonia, quasi vi fosse in Cheng – e forse vi è – una fusione tra taoismo e romanticismo tedesco. Ne è prova il passo più bello del libro, in cui Cheng ricorda, trasfigurandola, una sua esperienza di adolescente in Cina, prima della fuga in Occidente.
«Prestiamo orecchie agli echi che ci giungono dall’altro versante della collina. Il richiamo di un precipitare d’acqua si fa sempre più insistente. Scendiamo per la collina, di nuovo verso il fiume, là dove tra due precipizi forma un’ampia cascata sormontata da un ponte. Con la sua frescura e il rombo dell’acqua, il ponte è propizio all’esaltazione e alle confidenze. È il luogo dove si incontrano gli innamorati. Il mio cuore palpita, accarezzando il folle sogno che l’essere segretamente amato sia lì. Fra tutti i volti presenti e rapiti dall’istante, ce n’è uno, unico, senza il quale tutto è assenza. Ma, specchio rivolto verso la luce che viene dalla notte dei tempi, il viso amato è proprio lì, sì, e mi sorride. Su questa terra, il miracolo ha dunque luogo. E’ come se, al di là di tutte le stelle, ci fossimo dati appuntamento qui, e avessimo mantenuto la parola. Istantaneamente, l’istante si trasforma in eternità. Mi basta? Ne nascerà un amore duraturo? Una cosa è certa: tutto il resto della mia vita sarà nostalgia. Niente saprà superare in splendore questo dono accordato da un ponte che congiunge due precipizi.» (p. 86)

IL PROFETA

il profeta

di Fabio Brotto

Penetravano il cuore dell’estate
ma entrando dissipava il breve lume
la musica del tempo
e li scioglieva.

Ascendevate le scale sublimi
ma dentro il cuore l’abisso non scavava
vie di rifugio dalla pace morta.

Né altra luce intendo
se non della fragilità canto sottile,
voce trista, finale
della risacca, della schiuma incenso.

Dove la stasi non è data, al fiume
dei cantori, là scende
l’acqua dolce, che copre
putrefazioni, vecchie cose morte.

L’agilità del Verbo che sedusse
generazioni si franò le rive.

Come canna sbattuta dal vento
sul fango sta il profeta.
Nel fango scrive.

Disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

NON GAIA

non gaia

di Fabio Brotto

Solo un commento usciva dalla penna,
un commento ai tuoi versi. Se d’amore.
Quello sapeva un canto…
Soltanto. Ripeteva.
Contemplava licheni, pietre. Gli astri
che davano misteri. La sua scienza
contemplava gli eoni. Mille numeri.
Di cifre innumerevoli. Ragione!
Escludeva ogni dio dalle sue tracce.

Dell’inizio sapeva le teorie.
Di ogni fine rideva: qual potenza
miserabile fingi? Quali spie
di eterno avesti nelle mille facce
violente? È finita la stagione
dello spirito, se frughi nelle ceneri
del grande morto trovi solo i rostri
delle aquile al cadavere adunate.
Infine generò soltanto mostri.
Soltanto. Esitava.
Quello sapeva un canto…
Solo un nulla gli usciva dalla penna,
un nulla sui tuoi versi. Se d’amore.

Disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

Addio, Theo Peeters

theo-peeters

Tristissima notizia, quella della morte di Theo Peeters. Si è spenta ieri una delle luci che hanno illuminato l’autismo, facendolo vedere in tutta la sua varietà e complessità, con un approccio scientifico e insieme umanistico. Peeters si era laureato in lettere e filosofia, e aveva conseguito un master in neurolinguistica e un altro in comunicazione umana. La sua formazione gli ha consentito di vedere quello che molti altri nel campo dell’autismo non vedevano e non vedono. I suoi libri sono pietre miliari. Ho avuto modo di incontrarlo un paio di volte, e di ascoltarlo. Un caposcuola e un maestro. Una perdita gravissima.

L’attesa della felicità

mich18Elio ha 59 anni, e da due è vedovo. È un uomo colto, un professore universitario, che da anni sta scrivendo un saggio su Stendhal. Lo vediamo all’inizio arrivare in una località termale, che ha frequentato per anni con la moglie. Là ritrova un suo amico, che ha tre anni più di lui, la di lui bella moglie cinquantenne e la loro bella figlia trentenne (sposata). Là conosce anche una bella giovane ex modella venticinquenne (sposata), e avrà a che fare giornalmente con una bella massaggiatrice quarantenne. Insisto sull’aggettivo bella, perché quello della bellezza delle donne nei romanzi è da sempre una questione che mi pongo (vedi punto 2).  Gli eventi che si dipanano nelle due settimane di soggiorno termale di Elio ruotano tutte sui problemi delle coppie: sono tutte in sofferenza, e sull’orlo del disfacimento. E nel corso degli eventi, Elio è portato a dare una sterzata alla sua vita, a operare un cambiamento (quanto radicale non saprei dire, forse abbastanza radicale).
Prima di scrivere questa nota sull’ultimo romanzo di Roberto Michilli, L’attesa della felicità (Di Felice 2018, la prima stesura è del 2004-2005), mi sono riletto quello che ho scritto sui suoi libri precedenti. E ne ho estratto alcune considerazioni, che secondo me confermano la mia idea di una sostanziale unità tematica e stilistica di tutta l’opera di questo scrittore.

1) I romanzi di Michilli sono totalmente postmillenniali, anche se il suo linguaggio appare abbastanza tradizionale e medio (nel senso di un’aurea, elaborata mediocritas): i suoi personaggi vivono in un quadro di pensiero debole socialmente incarnato (Desideri).
2) L’uso di un linguaggio corrente per esprimere verità lontane rispetto ai luoghi comuni è inteso da Michilli come il compito principale della narrativa contemporanea. (La chiarezza enigmatica)
3) La maturità disincantata del suo sguardo sul mondo si riflette nel suo stile, e il controllo della scrittura rivela una profonda assimilazione della lettura dei classici. (Fate il vostro gioco)
4) Ben difficilmente nei romanzi compaiono come protagoniste donne che non siano belle e desiderabili, e questo fin dall’inizio della storia del genere letterario fondamentale dell’Occidente. Questo, che per me rappresenta una delle questioni più spinose del romanzo come genere letterario, vale anche per quelli di Michilli, che tuttavia vede nella bellezza una sorta di condanna all’infelicità. (La più bella del reame)
5) Miseria della sessualità ridotta a pura immediatezza (Il sogno di ogni uomo), che si innesta organicamente e si fonde con quello che per Michilli è un tema di fondo, un tema decisivo, la questione suprema di quel che rende una vita felice.

Ora, ne L’attesa della felicità mi sembra che si renda del tutto trasparente ciò che è presente in tutta l’opera narrativa di Michilli: la felicità è un predicato del corpo, e si attua nel contatto e nella relazione tra umani che è anzitutto e soprattutto corporea. E il corpo è immediatezza, e nello stesso tempo è il medium della relazione tra gli esseri  umani. Lo testimonia qui l’attenzione ai particolari, che sono puntualmente registrati, anche fare la pipì e tagliarsi le unghie, come visti da e sperimentati dallo stesso Elio (è in terza persona, questo romanzo, ma sarebbe facile trasformare la terza persona di Elio in io narrante). Anche l’inaspettata chiusa del romanzo, che potrebbe sembrare arbitraria e incoerente, è perfettamente in linea con la logica, e direi anche con la metafisica minimalista, di questo romanzo.

Micronote 68

gufin

  1. DEMONI. Mefistofele non è più disponibile, si offrono solo demoni flaccidi e ignoranti.
  2. CULTURA, LIBERTÀ. L’equazione cultura = libertà mi piace, così come mi piacciono gli slogan del tipo più libri più liberi, e tuttavia bisogna ammettere che si tratta di un’equazione altamente problematica, perché in innumerevoli occasioni nel corso della storia uomini colti sono stati servi del potere, e hanno amato più i vantaggi della servitù che i rischi della libertà. Vale anche per le nazioni: la Germania nel 1933 era la nazione più colta d’Europa. Ma, come spesso accade, quando si osserva una idea da vicino, questa si annebbia gradualmente, si sfilaccia e perde significato, diventando sfuggente e inafferrabile. Vale anche per quella di cultura e per quella di libertà, e per la loro relazione.
  3. EQUILIBRIO NATURALE. Errano assai dal vero coloro che pensano la natura come uno stato di equilibrio meraviglioso, che solo l’azione umana turba e sconvolge. Se fosse così, ci sarebbero ancora i dinosauri. Anzi, non vi sarebbe nulla.
  4. IN SITUAZIONE. Tra il giusto e l’ingiusto la linea è sottile. A destra e a sinistra cani latranti. La tolleranza si muta in sopruso. Ogni concetto diventa confuso. Fino a che punto l’Italia è civile?
  5. GRAMMATICA. La nostra crisi è anche una crisi grammaticale. Si sta perdendo la distinzione tra participio presente e participio passato: si confondono migranti e immigrati. L’indifferenziazione, matrice di violenza, dilaga ovunque. Una democrazia confusa inevitabilmente degenera in tirannide. L’Italia è confusa.
  6. TRIADE. Oltre alla violenza, due altre cose mi disgustano: pornografia e calcio.
  7. FRUTTI. I giornali sembrano aver dichiarato guerra alla ragione. La quale, in verità, da tempo non va più di moda nemmeno tra gli intellettuali, e nella mentalità comune viene vista come cosa spregevole: ovunque da decenni si esaltano sentimenti e passioni. Ora si raccolgono i frutti, alè.
  8. DISCRIMINE. Mi chiedo dove sia il punto passato il quale un giornalista si muta in pennivendolo.
  9. ANTI-CAPITALISTI. Le persone che più mi fanno ridere oggi sono quelli che si dichiarano anti-capitalisti. Non per la loro frequente incoerenza rispetto ai nobili principi professati, e nemmeno per la debolezza delle loro argomentazioni, in cui prevale lo slogan. No, mi fanno ridere perché non sanno vedere una realtà evidente: che senza capitalismo, privato o di stato, non c’è industria né civiltà industriale, non c’è modernità. Studiate almeno la parabola della Cina comunista, non rimanete fissati solo sull’Occidente, ingenue creature!
  10. CORAGGIO INTELLETTUALE. Perché il coraggio intellettuale è così raro? E perché così infrequente è il coraggio degli intellettuali? In questo ceto prevalgono di gran lunga il conformismo, lo spirito di gregge e la codardia. Se ne avessi il tempo e la forza, mi diletterei a scrivere un trattatello Del coraggio fisico e di quello intellettuale. Poiché in tutta la mia vita ho constatato il primo essere molto più abbondante e diffuso del secondo. Troverai molti più uomini pronti a battersi contro la polizia in assetto di guerra che membri del ceto intellettuale pronti ad affrontare apertamente uno scontro col proprio superiore, o con chiunque essi avvertano come in grado di nuocer loro. Perché tanti tra insegnanti, e cattedratici vari siano affetti da codardia congenita, non lo so. So però che Platone sosteneva giustamente che la vigliaccheria è generatrice di ogni altro vizio. E certo il mondo è pieno di persone che hanno paura delle ombre, e nella loro mente danno sostanza alle cose che non sono, e le temono. E non temono invece ciò che è reale, realissimo, che è dentro di loro e corrode il loro spirito e la loro mente.
  11. PATHOS DELLA DISTANZA. Quella di essere un adulto in mezzo a una torma di bambini analfabeti e capricciosi, una strana sensazione. L’ho sempre avuta.
  12. SOLO. La politica è sempre stata anche propaganda. Ora è solo propaganda. Amen.
  13. INVERSIONE. Le colpe dei figli ricadono sui padri.
  14. DESIDERARE. La natura del desiderio è rivelata da questa impossibilità: non si può desiderare quel che già si possiede.
  15. LINGUAGGIO. Un giorno i discepoli dissero al Maestro: – Insegnaci qualcosa sul linguaggio che dobbiamo parlare!
    Il Maestro chiese loro : – Secondo voi è meglio essere schiavi di un uomo nobile e virtuoso o di un uomo miserabile, gretto e violento?
    Rispose uno dei discepoli: – Di un uomo nobile! Infatti i nobili virtuosi non si curano di rimarcare ad ogni passo la loro superiorità sui servi, come invece fanno gli ignobili, con angherie e soprusi di ogni genere, e li trattano affabilmente, come gente della propria casa.
    E dunque, – disse il Maestro, – finché potete scegliere il linguaggio che parlerete, adottatene uno nobile e puro, perché il linguaggio che parlerete sarà il vostro padrone e signore per sempre.
  16. POEMA. Voglia di maledire in me si è spenta. (poema monostico)
  17. PULVIS. Ogni granello di polvere si sente il centro dell’Universo.
  18. UNA LEGGE. Ogni secessione genera sempre nuove minoranze.
  19. ILLUSIONE. Attraverso la demo-illusione stiamo passando dalla democrazia alla demonocrazia.
  20. PATET. Tra una mente aperta e una mente confusa c’è una bella differenza, oscura alle menti confuse, appunto.

ROSA ULTIMA

rosa ultima

di Fabio Brotto

Di arcangeli e di fate anche dicevi
alla sera del piccolo che ero
tu vestale del tempo, antica nonna.
E sembrava una fiaba. Ed era il vero.
Altro il vero non era se non fiaba.

L’angelo che ferma il tempo era il più bello.
Ma non venne.
Né per me, né per te.
Venne quello del tempo veloce.
Dieci anni fece un giorno.
Lui che martella il flusso – rovine dentro il cuore.

E la bella fanciulla ho conosciuto.
Ma fu ieri, e oggi sono vecchio.
E la fata non venne,
perché serva del tempo è, non regina.
E la bella fanciulla oggi è una statua
fredda e grigia, e guarda l’occidente.

Io chiedevo, chiedevo, chiedevo
perché sapevo che tu lo sapevi.
Tu – che fissasti il volto meduseo
ora sei pietra, e non mi puoi parlare.

Non ricercavo il nettare segreto
di voluttà delle parole. Alieno
d’ogni potere, al moto sola scala
la mente. Disciplina i veloci brevi anni
lo sai – Shantì – la spina conficcata.
Nel verde sai la rosa dell’assente.

Dentro, un bambino agitato nella culla.
Quarant’anni passati nel cammino
del deserto dei libri, di un destino.
La fame. Intorno il nulla.