tartaruga palustre

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Emys orbicularis, la tartaruga palustre, un tempo molto diffusa nelle zone umide, nelle paludi e nei fossi dell’Italia del Nord. Da non confondersi con quelle tartarughine esotiche, terrapin dalle orecchie rosse, che negli ultimi anni sono state abbondantemente acquistate da molti per essere tenute negli acquari, e spesso poi liberate negli stagni, nei laghetti, ecc.
Negli anni Cinquanta, a Venezia, a Rialto o presso il Ponte dell’Accademia, un vecchio con un grande mastello di ferro pieno di tartarughe palustri le vendeva per pochi soldi. La gente le comprava per i bambini. Ma pochi sapevano che si trattava di tartarughe palustri carnivore, e i più cercavano di alimentarle con pane e latte e frutta e insalata, e le tenevano all’asciutto, come tartarughe terrestri. Finivano per morire quasi tutte, disidratate e affamate. Andò così per la prima che ebbi. Ma poi, nel 1962, grazie all’enciclopedia sugli animali Natura viva, compresi…

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Echi di un’autobiografia

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«Il tempo e il luogo non hanno stabilità; il desiderio lascia solo melanconia: le ultime parole di uno dei brevi brani che costituiscono gli Echi di un’autobiografia di Naghib Mahfuz ( trad. A. Lamarra, con un’intensa prefazione di Nadine Gordimer, Tullio Pironti Editore, Napoli 1999) potrebbero rappresentare l’essenza di questo libro. Abbiamo qui il distillato di Mahfuz, giunto alla vecchiaia e ad una sapienza che presenta, nella diversità, molti punti di contatto con quella di un altro grande, prolifico vecchio della letteratura, Julien Green. Ad entrambi la vita è stata generosa di anni, di anni pieni, ed essi li hanno saputi usare per giungere alla saggezza: intensamente, drammaticamente cristiana in Green, come mostra il suo Journal, sufica o quasi-sufica in Mahfuz. Ciò che li unisce è la saggezza come accettazione delle contraddizioni dell’esistenza umana. Così, in Mahfuz come in Green la sensualità, ad esempio, non è negata ma compresa e…

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L’eco di uno sparo

eco«Di mio nonno, due sole cose possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di più, prima di questo libro». (p. 6). L’eco del titolo del libro di Massimo Zamboni (Einaudi 2015) è quella dei colpi che nel 1944 uccisero il gerarca fascista che era il nonno materno dell’autore. Altri spari nel 1961: il capo partigiano Rino Soragni, “Muso”, autore di quella esecuzione, viene ammazzato dal suo compagno di allora, il compagno Alfredo Casoli, “Robinson”, anche lui capo partigiano, dopo una vicenda di risentimento e di odio intrecciatasi per anni con quelle del partito comunista emiliano. Una indagine sofferta tra memorie pericolose, quella di Zamboni. Memorie della famiglia materna, soprattutto, una famiglia di possidenti di fede fascista. Questo libro è testimonianza di quanto sia ancora difficile, soprattutto in alcune zone del nostro Paese, costruire una memoria storica condivisibile, placata. L’odio non muore facilmente, in Italia, e trova sempre nuove vie per trasmettersi e rivivere. Zamboni restituisce la memoria anzitutto di una vecchia Reggio Emilia che non c’è più: odori, colori, usanze, modi di vivere e intendere la vita, famiglie contadine povere e ricche, contadini mezzadri ed ex contadini imborghesiti, famiglie dai molti figli, terra grassa e produttiva, fonte di un possibile benessere collettivo, su cui si innescano lotte di classe feroci. Poi, descrive con realismo gli anni della guerra, di privazioni e violenza. Come altrove nel nostro Paese, anche a Reggio la resistenza armata contro i nazi-fascisti fu anche un catalizzatore di antichi odii, una occasione di vendette private e collettive. Le ragioni degli uni non sono certo messe da Zamboni sullo stesso piano di quelle degli altri: lui è sempre stato uomo di sinistra e antifascista, ma entrambi i rami della sua famiglia, e in particolar modo quello materno, furono fascistissimi. Pure, Zamboni non può negare a quegli uomini e a quelle donne di essere stati umani, e questo è uno degli ingredienti che contribuiscono al tono dolente del libro. Dolente per la vecchia Reggio contadina scomparsa, dolente per la ferocia degli umani, i fratricidi, e per le atroci sofferenze e i lutti che colpiscono alcuni e non altri. Un singolare parallelo innerva il libro: quello tra i sette fratelli B* della famiglia materna e i sette fratelli Cervi. Due famiglie, due destini, due levature morali differenti, ma stesse facce, stessa terra, stessa lingua. Mi vengono in mente due cose: in primis, le esecuzioni di funzionari e gerarchi fascisti da parte dei GAP descritte nel libro mi ricordano terribilmente quelle che saranno operate dalle BR negli anni Settanta. I brigatisti, in effetti, si pensavano come combattenti. E qualcuno in quegli anni di piombo, ad alto livello politico, propose anche di considerarli tali per trattare con loro. In secondo luogo, ancora una volta si ha qui la prova del fatto che l’odio è proporzionale al grado di somiglianza dell’altro a noi: tanto più lo si odia quanto più ci assomiglia. In quella reggio i fascisti e i partigiani sono uguali: stesse espressioni, stesse facce, stesse corporature, stesse biciclette, stessi tabarri. E l’odio è mortale, e i suoi residui giungono per rivoli e rivoletti fino ai nostri giorni. Mi vengono poi in mente le parole di Ives Bizzi, un partigiano comunista e autore di una vastissima ricerca storica sulla Resistenza nel Trevigiano, che durante un colloquio che ebbi con lui nel 1999, mi raccontò di vendette private fatte passare per esecuzioni politiche, sulle quali stava indagando, e delle minacce di morte che per questo suo lavoro continuava a ricevere. Lui si professava tuttora comunista, ma la verità storica prima di tutto, diceva. Anche Zamboni mi pare sfiorare a volte qualcosa che giace sepolto ma inquieto.
«Distesa tra il fiume e i monti, questa da sempre è terra di sopraffazione e di conquiste. Terra generosa, fertile per antico mare e susseguenti inondazioni, profonda, livellata, grassa. La gente si ammazza per una terra così. Strappato alla palude o al bosco, difeso a oltranza, ogni nostro campo è sacro, e contiene un nome che non deve essere pronunciato». (p. 158)

Conversazione sul male

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her1.jpgL’ancora del mediterraneo ha pubblicato, nel 2000, un dialogo tra Gustaw Herling ed Édith de la Héronnière, dal titolo Variazioni sulle tenebre. Conversazione sul male. Ne riporto l’inizio.

Come intende cominciare?

Vorrei cominciare da un racconto. Durante l’estate dello scorso anno è venuto da me un giovane studente del seminario religioso superiore della città polacca di Pelplin, per una breve intervista. Avendo letto alcuni miei libri, era interessato al mio atteggiamento in rapporto al Male. Secondo lui, giovane seminarista, il Male può essere definito come l’assenza del Bene. Questo punto di vista è estremamente diffuso tra i cattolici, per i quali il Male è semplicemente mancanza del Bene, una specie di disordine causato da rapporti non corretti, non precisi tra gli elementi del Bene. Il Male, cioè, ha origine da una disposizione irregolare degli elementi del Bene.
Il mio punto di vista a tal proposito è profondamente diverso. Sono…

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The Genealogy of Violence

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bellinger_violence.jpgNella mia ricerca ho notato che grandi pensatori e i loro seguaci tendono ad operare in un ingiustificabile isolamento gli uni dagli altri. Barth fa dei commenti su Kierkegaard che rivelano, a volte, una carenza di lettura accurata e di interpretazione; egli probabilmente non ha mai letto nulla di Voegelin. Voegelin raramente fa qualche menzione di Kierkegaard o Barth e molto probabilmente non ha letto nulla di Girard. Girard raramente cita Kierkegaard o Barth e molto probabilmente non ha letto nulla di Voegelin. Trovo questa situazione frustrante e sconcertante, un fallimento dell’erudizione su certi punti capitali ove esiste la più grande potenzialità di dialogo e di reciproca fecondazione. Superare questo ingiustificabile isolamento, e portare questi pensatori a dialogare tra loro è per me un obiettivo primario.

Scrive così Charles Bellinger nell’introduzione (p.11) al suo The Genealogy of Violence, che ha come sottotitolo Reflections on Creation, Freedom and Evil (Oxford…

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Cacce sottili 1

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Cacce sottili (Subtile Jagden, 1980, trad. it di A. Iadicicco, Guanda 1997) è un libro fatto per piacermi sin dal titolo. Si tratta di uno di quei (pochi) libri in cui uno vede rispecchiato se stesso nelle proprie attitudini più profonde. E la mia attitudine essenziale è quella del cacciatore. Il cacciatore e il collezionista hanno molto in comune, e non è un caso che entrambi siano espressione dello spirito maschile (la donna raccoglie, non caccia – si tratta di due espressioni differenti). Quando la caccia è rivolta al mondo degli insetti, come nella caccia sottile di Ernst Jünger, essa tende a coincidere con il collezionismo quasi totalmente – quasi, non del tutto.
Fin da giovane, Jünger sviluppò un appassionato interesse per il mondo degli insetti, e soprattutto dei coleotteri. Ma le sue cacce si concentrarono, come sempre accade, su un limitato numero di specie. Tra tutti i…

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Mille esempi di cani smarriti

danIl passaggio dal lineare capolavoro di Mario Benedetti La tregua al vasto romanzo di Daniela Ranieri Mille esempi di cani smarriti (Ponte alle Grazie 2015), che ho letto in successione, è stato brusco. La differenza di impostazione emerge fin dal titolo. La tregua – un articolo e un sostantivo – rimanda ad una sola idea, allude ad una profondità in cui il testo farà scendere il lettore. Mille esempi di cani smarriti, di contro, è ridondante (idea di numerosità, mille; idea di esempio; idea di cane; idea di smarrimento: ciascuna parola, da sola potrebbe essere titolo di un romanzo). Le più di cinquecento pagine fitte del libro di Daniela Ranieri ridondano, infatti: di capacità tecnica di scrittura, di abilità nel disporre le scene, di intuizione dei caratteri fondamentali della nostra epoca, di conoscenza della società italiana e di Roma in particolare, di esperienza dei modelli di vita e di pensiero della borghesia romana progressista (già esplorata dalla Ranieri in AristoDem.). La scrittrice è intelligente e colta, e sembra ansiosa di dimostrarlo, anzitutto con una marea di citazioni. Mille esempi di cani smarriti può essere visto come un affresco della società medio-alto borghese romana di sinistra dei nostri giorni: i personaggi sono uno più vacuo e insopportabile dell’altro: dalla psicoanalista da strapazzo all’artista di successo pieno di sé, al fisico medico dongiovanni e affarista, dal giovane rampollo pieno di soldi e di coca all’ex prete operaio convertito al successo mondano e al denaro, la galleria di filistei progressisti è varia e popolata. Il tempo della narrazione è quello di una serata sulla terrazza della protagonista principale, con una lunga serie di flash-back: la costruzione è pensata bene, quello che manca, a mio modo di vedere, è la sostanza dei personaggi. In fondo, questo è il pericolo maggiore di un testo che voglia essere anzitutto satira sociale: si resta alla superficie, tutto tende ad appiattirsi, e qui tutti i personaggi, o quasi, fanno schifo. Dovrebbe, in teoria, salvarsi Antimo (che nel nome reca un anti- che deve avere un senso), ma la sua inadeguatezza, la sua miseria umana, la sua debolezza e incapacità di contrapposizione aperta appaiono quasi altrettanto gratuite della rozza insensibilità e banalità delle persone che lo circondano. Per sopportare una vita coniugale in cui tua moglie ti usa come sputacchiera, e come tale ti offre ai suoi amici, per trent’anni o giù di lì, devi essere una nullità assoluta. Ma una nullità assoluta non troverà mai la forza di liberarsi, come invece alla fine la Ranieri porta Antimo a fare. Non convince. Ultima annotazione: tra le figure femminili, quella della giovane Franca è quella meno spiacevole. E tuttavia, con una famiglia disastrata dal lungo coma vegetativo del padre, bellissima ma profondamente sola, finisce per amare solo figure paterne, uomini che per età potrebbero essere il padre: prima il losco Erasmo, infine lo stesso Antimo, padre della sua migliore amica, quasi un incesto. Anche questa figura convince poco. E poco convince la sua fine sacrificale, che sembra un ingrediente artificioso immesso per determinare un’apertura attraverso la quale qualcuno si salvi.

La tregua

tregInizia un lunedì 11 febbraio e termina il 28 febbraio dell’anno successivo, con un’interruzione di quattro mesi, il diario che alle soglie della pensione inizia a scrivere Martín Santomé, voce narrante e personaggio principale del romanzo di Mario Benedetti La tregua (1959, trad. it. di F. S. Sardi, Nottetempo 2014, quinta edizione). Questo diario, nella sua semplicità e linearità, è un grande libro, attinge profondità abbaglianti, è insieme un’auto-analisi di un soggetto umano e un’analisi del mondo, ed è una dimostrazione perfetta di come non sia la complessità della trama, né la ricchezza e ricercatezza stilistica del linguaggio, a fare di un testo un capolavoro. Qui l’arte è piuttosto quella del toglimento, la ricerca è quella dell’essenziale. La storia di Martín è quella di un uomo qualunque, di un impiegato che fa bene il suo lavoro, che si è sposato molto giovane, ha avuto con la moglie un rapporto amoroso forte, e con lei ha avuto tre figli. Ma la moglie è morta di parto, dando alla luce l’ultimo, e ai figli ha provveduto in tutto lui, il padre, che ora ha quasi cinquant’anni. E in ufficio, proprio negli ultimi mesi della sua vita di efficiente impiegato, nasce un amore tra Martín e la giovane impiegata che lui per tutto il diario chiamerà per cognome, Avellaneda. I turbamenti, le esitazioni di entrambi, sono descritte con profonda e acuta semplicità. Tutto sembra infine andare verso la felicità, anche i figli non si oppongono, anzi la figlia addirittura diventa amica di Avellaneda, tutto sembra rasserenarsi. Ma per una banale malattia in pochi giorni Avellaneda muore. La tregua è finita. Cos’è dunque questa tregua? Come l’autore, Santomé non è né credente né ateo in senso proprio, è un uomo in bilico, e gli uomini che si avvertono pencolanti sul vuoto formulano domande, esprimono interrogazioni sul senso della loro vita e della vita in generale. Una tregua appare normalmente come uno spazio vuoto tra due pieni, di guerra. Qui, invece, è la tregua che appare come una pienezza, che si costruisce lentamente per poi franare all’improvviso, riaprendo un vuoto metafisico che si concentra nella domanda finale che, nel suo ultimo giorno di lavoro, Martín si pone: «Da domani, e fino al giorno della mia morte, il tempo sarà ai miei ordini. Dopo tanta attesa, questo è l’ozio. E che ne farò?» (p. 241)

Betsabea

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Betsabea, di Torgny Lindgren (1984, edito in Italia da Iperborea nel 1988 e riedito nel 1994) testimonia del sempre vivo interesse che la letteratura dei paesi del Nord, che furono molto luterani, e ora sono molto secolarizzati, nutre per l’ambiente biblico. Misurarsi coi personaggi della Bibbia e dei Vangeli costituisce un’impresa audace per un narratore novecentesco o post-novecentesco, come si è visto anche in Italia dalla poco convincente prova offerta da La notte del lupo di Sebastiano Vassalli e da altri romanzi precedenti di altri autori.
In effetti, i grandi scrittori religiosi, da Manzoni a Dostoevskij a Bernanos, ecc., non affrontano mai direttamente i personaggi biblici: la loro sapienza lo impedisce. Negli ultimi due secoli scrivere un romanzo ambientato nell’antichità è in verità un’impresa sconsiderata, e i risultati sono spesso deprimenti o ridicoli. Perfino la Salambô di Flaubert ci lascia delusi e scontenti. E questo perché gli studi antropologico-storici…

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La notte di Gerusalemme

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Ho trovato interessante il romanzo La notte di Gerusalemme di Sven Delblanc (1983, edito in Italia nel 1988 e nel 1990 da Iperborea). La sua storia è ambientata presso le mura di Gerusalemme, mentre la città è assediata da Tito, nel 70 d.C. Il Vangelo non è qui chiamato in causa direttamente, ma se ne denuncia il fallimento. C’è un’eclisse di sole, che il narratore (la storia si presenta come una lettera scritta da un filosofo greco al servizio di Tito, Filemone di Megara) aveva previsto e che getta le superstiziose truppe romane nell’angoscia. La situazione è molto girardiana: la minaccia del caos esige una vittima, un capro espiatorio, il cui linciaggio unanime restaurerà l’ordine umano. Lo si troverà nel vecchio Eleasar, che fu seguace di Gesù, ma che ora ha perso la fede. Sarà crocifisso come il maestro, e come lui pronuncerà parole che nessuno comprende, ma che…

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