La tregua

tregInizia un lunedì 11 febbraio e termina il 28 febbraio dell’anno successivo, con un’interruzione di quattro mesi, il diario che alle soglie della pensione inizia a scrivere Martín Santomé, voce narrante e personaggio principale del romanzo di Mario Benedetti La tregua (1959, trad. it. di F. S. Sardi, Nottetempo 2014, quinta edizione). Questo diario, nella sua semplicità e linearità, è un grande libro, attinge profondità abbaglianti, è insieme un’auto-analisi di un soggetto umano e un’analisi del mondo, ed è una dimostrazione perfetta di come non sia la complessità della trama, né la ricchezza e ricercatezza stilistica del linguaggio, a fare di un testo un capolavoro. Qui l’arte è piuttosto quella del toglimento, la ricerca è quella dell’essenziale. La storia di Martín è quella di un uomo qualunque, di un impiegato che fa bene il suo lavoro, che si è sposato molto giovane, ha avuto con la moglie un rapporto amoroso forte, e con lei ha avuto tre figli. Ma la moglie è morta di parto, dando alla luce l’ultimo, e ai figli ha provveduto in tutto lui, il padre, che ora ha quasi cinquant’anni. E in ufficio, proprio negli ultimi mesi della sua vita di efficiente impiegato, nasce un amore tra Martín e la giovane impiegata che lui per tutto il diario chiamerà per cognome, Avellaneda. I turbamenti, le esitazioni di entrambi, sono descritte con profonda e acuta semplicità. Tutto sembra infine andare verso la felicità, anche i figli non si oppongono, anzi la figlia addirittura diventa amica di Avellaneda, tutto sembra rasserenarsi. Ma per una banale malattia in pochi giorni Avellaneda muore. La tregua è finita. Cos’è dunque questa tregua? Come l’autore, Santomé non è né credente né ateo in senso proprio, è un uomo in bilico, e gli uomini che si avvertono pencolanti sul vuoto formulano domande, esprimono interrogazioni sul senso della loro vita e della vita in generale. Una tregua appare normalmente come uno spazio vuoto tra due pieni, di guerra. Qui, invece, è la tregua che appare come una pienezza, che si costruisce lentamente per poi franare all’improvviso, riaprendo un vuoto metafisico che si concentra nella domanda finale che, nel suo ultimo giorno di lavoro, Martín si pone: «Da domani, e fino al giorno della mia morte, il tempo sarà ai miei ordini. Dopo tanta attesa, questo è l’ozio. E che ne farò?» (p. 241)

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