Un re senza distrazioni

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copj132.jpgUn re senza distrazioni (1947 – edito in Italia da Guanda nel 1997, trad. F.Bruno) è il romanzo più inquietante di Jean Giono, l’autore de L’ussaro sul tetto. La vicenda, ambientata in un villaggio montano negli anni ’40 dell’Ottocento, è cupa e intricata, e narrata da più voci. Langlois, un poliziotto di provata esperienza, s’incarica di scoprire cosa sta dietro alcune misteriose sparizioni, e la caccia all’assassino innesca un processo che vede tre tappe fondamentali: uccisione del colpevole da parte di Langlois; caccia ad un grosso lupo, anch’esso ucciso da Langlois; attrazione del protagonista nel gorgo della crudeltà, nel senso più letterale: il fascino del cruor, il sangue che spiccia dalle ferite, e macchia il candido manto di neve, onnipresente nel libro.
Giono si è ispirato alla sezione dei Pensieri di Pascal intitolata “Miseria e grandezza dell’uomo”, in cui vi è un mirabile capitolo dedicato al divertissement

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Adrienne Mesurat

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La vita, la propria, come valore zero è l’esperienza di un personaggio che non ha vissuto e non ha visto il mondo. È una vita allo stato iniziale, larvale, quella asfissiata di Adrienne Mesurat, la protagonista dell’omonimo romanzo di Julien Green (1927 – ho letto la traduzione di A. Tofanelli, Corbaccio 1998), che non riesce a vivere una vita pienamente umana, cioè fondata su relazioni significative, su una reale comunicazione con altri esseri umani.
Ennesimo romanzo di formazione fallita, in cui la frequentemente denunciata oppressione genitoriale non è quella solita di un padre sul figlio maschio, ma di un padre sulle due figlie. La maggiore è tisica, la minore, l’adolescente Adrienne, ha un pessimo non-rapporto anche con lei. La solitudine domina i tre personaggi che compongono la famiglia, in cui il vedovo abitudinario e compiaciuto della propria vita, Mesurat, impone un regime claustrale. Nessun altrove però, per Adrienne, nessun mondo di…

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Il segreto di Luca

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segretodiluca.jpgLa trama del romanzo Il segreto di Luca (1956) di Ignazio Silone si intesse attorno ad alcuni temi che sono istanze profonde della narrazione: il tema della verità, della sua frequente inverosimiglianza; il tema del segreto, del suo ingrandire a dismisura tutto quello che nasconde nel cuore di chi lo porta, e del suo distorcerlo agli occhi di chi non sa; il tema della comunicazione, che richiede un’apertura reciproca, che di solito manca.
Il piccolo Andrea Cipriani, aiutando segretamente la madre analfabeta di un ergastolano nella corrispondenza col carcere, vive un’esperienza fondamentale che segnerà l’intero corso della sua esistenza. Nella certezza materna dell’innocenza del figlio, che tutti giudicano colpevole, il ragazzo si fa a sua volta certo di quell’innocenza di cui pure non gli è data alcuna prova. È la prima esperienza della comunicabilità delle anime, tramite la quale si rivelano a lui–con forza tale da farne per sempre un diverso–la…

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L’ascetismo metropolitano

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L’ascetismo metropolitano di cui scrive Duccio Demetrio nell’omonimo libro (Ponte alle Grazie 2009) è l’ascetismo di chi, non potendo né volendo credere in Dio, e rifuggendo anche da una prospettiva buddista, è tuttavia profondamente insoddisfatto della ideologia immanentista del capitalismo consumistico. È un soggetto che non crede nemmeno in utopie e ideali socialistici, e coincide con un cuore inquieto che sa anzitutto una cosa: di dover per sempre rimanere tale. Il quadro è quello di una paradossale metafisica mondana. Quello che fa dubitare il lettore critico è, prima ancora delle argomentazioni sviluppate da Demetrio, l’evidente compiacimento stilistico di molte pagine, che stride con la pretesa di indicare una via per l’ascesi. L’asceta, infatti, deve essere tale anzitutto nel rigore e nella repressione del compiacimento di sé anche nell’espressione linguistica e nella scrittura. Qui, invece, emerge quasi un lussureggiante proliferare delle proposizioni. Eccone un saggio preso dal capitoletto intitolato molto significativamente…

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La paura degli uomini

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Maschi e femmine nella crisi della politica è il poco significativo sottotitolo del libro di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss La paura degli uomini (il Saggiatore 2009). Ben diversamente dal testo della Puccini Nude e crudi, di cui ho scritto in un precedente post, qui ci troviamo di fronte ad un preteso pamphlet che si riduce ad un repertorio dei luoghi comuni della pubblicistica e del pensiero femminista contemporanei. Per questo motivo ne consiglio caldamente la lettura.

Da quei lontani anni le donne esistono, sono coscienti delle loro capacità, ambizioni. Conquista irreversibile, che rinasce continuamente nelle dinamiche sociali e comunicative. Tuttavia, politici, intellettuali, militanti, non se ne accorgono. Stentano a vedere quello che già c’è (p. 112) I lontani anni sono gli anni Settanta.

Una cosa interessante che emerge dal libro è questa: ad una reale inconsistenza dell’idea del maschile (si giunge a prospettare la opportunità della costituzione di gruppi…

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La casa della moschea

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Un libro scritto in stato di grazia, La casa della moschea di Kader Abdolah (Het huis van de moskee, 2005, trad. it. di E. Svaluto Moreolo, Iperborea 2008). Questo testo dovrebbe anzitutto stimolare una riflessione sulla magia della traduzione, quel processo per cui le lingue comunicano tra loro dentro le singole menti e nel rapporto che unisce gli umani, al di là di ogni confine. Iraniano esule in Olanda, Abdolah scrive in olandese, mantenendo però vivo il contatto con la lingua d’origine e con lo spirito della sua terra. Questo libro lo incorona grande maestro di arte della narrazione.
La storia si dipana lungo molti anni, avendo come suo centro un complesso architettonico antico, di cui fa parte la moschea principale della città di Senjan. C’è una folla di personaggi, alcuni dei quali davvero indimenticabili, tra cui spicca il mercante di tappeti e responsabile per tradizione familiare della…

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Come si cura il Nervosismo (II)

NervosismoNon è possibile dire quando scoppiò fra il genere umano la malattia cui volgarmente si dà il nome di «nervosismo», e che gli scienziati dell’ultima metà del secolo, specialmente Charcot e Beard, più profondamente studiarono, fissando due tipi morbosi abbastanza delineati: l’isterismo e la neurastenia. Senonchè, mutano i nomi, muta la concezione scientifica del male, ma i fatti restano nella loro imperturbabile verità: e si può affermare che il genere umano da secoli e secoli è soggetto alle medesime sofferenze, più o meno intense, più o meno dai medici studiate. Disturbi, cui oggi daremmo l’epiteto di neurastenici, furono descritti da Ippocrate, il così detto padre della medicina, che visse, come ognun sa, nel V° secolo av. Cristo; e fenomeni, che indubbiamente sono a riguardarsi quali isterici, grandeggiano nella storia, nei periodi di maggior entusiasmo religioso e patriottico. Non è dunque un triste privilegio dei nostri tempi il «nervosismo»; probabilmente esso fu compagno fedele dell’uomo in ogni epoca e in ogni luogo, pur dando manifestazioni diverse di sè. E se oggi esso va, per consentimento generale, estendendosi con rapidità inquietante, ciò dipende, non solo dalla vita poco igienica pel sistema nervoso che ci impone il progresso della civiltà, ma anche dall’opera stessa della scienza e dei suoi cultori. Da un lato lo studio più profondo e più esteso che si fa intorno a tale infermità, per cui sono oggi giustamente giudicati nevrotici individui, che un tempo sarebbero passati per affetti da malattia d’altra natura; dall’altro la osservazione troppo incerta fatta da noi medici sui poveri pazienti.
Per tutte queste ragioni oggi ad ogni piè sospinto s’incontra chi si dichiara «nevrotico», o chi è tale e non sa di esserlo o non vuole esserlo; epperò di massimo interesse parmi lo spiegare anche a coloro, che non si siano dedicati alla scienza medica, il modo migliore per evitare il nervosismo e per guarirne, quando sventuratamente siano caduti in balìa di esso.
E’ buona regola, e anzi regola necessaria, fare la diagnosi del male avanti di accingersi a curarlo: parrebbe pertanto che io, avanti di parlare della cura del nervosismo, dovessi chiaramente spiegare come si giunga alla diagnosi di esso e magàri anche alla distinzione dell’ «isterismo» e della «neurastenia», che sono indubbiamente le due sindromi più spiccate del nervosismo.
Non avrò mai detto abbastanza che codesta diagnosi non può essere fatta in alcun modo da un profano: se alcune volte essa è facile, non di rado presenta le più gravi difficoltà anche per il clinico. Ma quando un medico sapiente e coscienzioso ci abbia dichiarato che noi siamo nevrotici, isterici o neurastenici o l’uno e l’altro insieme, allora è utile a noi sapere a quale cura dobbiamo assoggettarci. Orbene: vuoi per la neurastenia che per l’isterismo, un’arma sola terapeutica possediamo per ora, e si è la cura psichica, la cura diretta cioè senza intermediari al cervello, sul quale, per fortuna nostra, possiamo portare modificazioni importantissime, non solo con i farmaci, ma anche e assai più colla parola, la quale suscita nel nostro cervello una somma di idee, di sentimenti, di riflessioni aventi la facoltà di trasformare la sensibilità e la potenzialità cerebrale.
La cura psichica, la psicoterapia, è antica anche essa certamente quanto il genere umano, perché fin dai primordi della sua vita l’uomo si è accorto di questa arma poderosissima di cui disponeva: dell’influenza cioè che poteva esercitare sul suo simile, suscitando in esso coll’espressione del proprio viso, coi gesti del corpo, col suono della voce e colla parola calda e persuasiva un contenuto di idee rispondenti al proprio desiderio. E i grandi condottieri di popoli, i profeti, i guerrieri più noti, gli oratori più acclamati, i maggiori statisti furono, in ogni tempo e in ogni luogo, bene spesso inconsci, ma sempre fortissimi trasmettitori di pensiero. I medici di tutti i tempi massimamente profittarono di questa facoltà, che nell’uomo eccelle ad altezze prodigiose; ma i metodi per agire sul cervello umano e mutarne le idee non ebbero e non hanno numero, e vi furono, come vi sono tuttora, medici che, per guarire i nevrotici, ricorrono semplicemente a adattati raziocini, altri che usano l’ipnotismo, altri infine, e sono i più, che sfruttano le più disparate medicine e i più disparati mezzi fisici, specie elettrici, nei quali essi stessi non hanno alcuna fiducia come cura diretta, ma di cui si servono solo a scopo suggestivo.
La scienza moderna psicoterapica mira ad abolire tutti questi mezzucci, che sanno più di ciarlataneria che di scienza, e tende a raccogliere una medesima bandiera tutti coloro che si danno alla cura dei nevrotici, sotto la bandiera della verità e della sincerità. Il malato, o meglio il sofferente, in cui noi possiamo fissare con sicurezza la esistenza dei fenomeni isterici o nevrastenici, deve essere in modo chiaro e scientifico messo a giorno delle vere condizioni sue, perchè solo in questo modo è possibile, con opportuni raziocini, ricondurlo stabilmente al completo benessere, perchè solo in questo modo gli si dà in mano lo strumento della propria salute. Ond’è che per curare e guarire i nevrotici bisogna prima di tutto fare una specie di lezione prettamente scientifica, la quale ha lo scopo di spiegare come si possa soffrire nei singoli organi senza che in essi esista malattia.
Ecco in breve ciò che occorre dire:
I fisiologi da un lato, i clinici dall’altro, con esperienze e con osservazioni, hanno dimostrato ciò che i profani già avevano da gran tempo intuito, hanno dimostrato cioè la influenza della funzione cerebrale su quella di tutti i nostri organi. Il cervello è il nostro padrone e dominatore; egli è paragonabile al guidatore di un cocchio:le briglie sono i nervi i cavalli sono i nostri organi. Orbene i cavalli possono male correre, o anche impennarsi o fermarsi, non solo quando sieno essi stessi malati, ma anche quando, pur essendo sanissimi, ricevano dal guidatore, che personifica il nostro cervello, ordini mal dati, stimoli errati. Il fenomeno cerebrale che più specialmente si scarica su i nostri organi e ne determina il cattivo funzionamento è la «emozione». Immaginiamo di trovarci ad un banchetto ove regnino la più assoluta concordia e la più completa allegria. Giunge a un tratto una notizia dolorosa per tutti. Non v’ha dubbio che il fenomeno che si svolge nei convitati è solamente psichico, l’impressione ricevuta è solamente cerebrale: è un’idea nuova per tutti e che in tutti ha determinato una emozione dolorosa. Tuttavia posso assicurare che pochi continueranno a sentirsi bene fisicamente come avanti la notizia: i più in breve accuseranno svariati disturbi: chi si asterrà dal mangiare, avendo notato repentinamente un senso di inappetenza, chi sentirà una sete intensa per subitanea aridità delle fauci, chi verrà colto da mal di capo, chi da batticuore, chi da affanno, chi da un senso di generale debolezza, chi (meno pulitamente) dovrà ritirarsi perché colto da dolori al ventre, o da necessità impellenti. Tutti malati costoro? No davvero. Tali scariche (mi si permetta la parola) psicofisiche, possono essere più facili e più veementi in alcune persone che in altre, più specialmente facili su un organo che su un altro; ma tale attitudine, che potrebbe rappresentare una delle predisposizioni al «nervosismo», e il suo orientarsi verso la funzione dell’uno o dell’altro organo, tale attitudine può essere modificata e sopra tutto può essere mantenuta nei limiti conciliabili colla salute, quando il nostro cervello sia opportunamente educato. Siamo dunque giunti a questo punto: la emozione, fenomeno essenzialmente cerebrale, è atta a determinare modificazioni nella funzione degli organi del nostro corpo, è atta a modificare repentinamente la sensibilità, la motilità, la secrezione ghiandolare, la circolazione sanguigna degli organi stessi; forse anzi i giuochi circolatori sono i principali fattori di tali rapide metamorfosi, per azione precipua dei nervi vasomotori, atti a mutare l’ampiezza dei piccoli vasi. In poche parole, come per un fatto essenzialmente psichico o cerebrale che dir si voglia, l’uomo impallidisce o arrossisce nel volto, così, per tutti i fenomeni psichici racchiudenti in sé la emozione, l’uomo può arrossire o impallidire, non già o non solo nel viso, ma nell’uno organo o nell’altro. Tali fenomeni peraltro si conciliano, sino a un certo grado, colla perfetta salute, e niuno per certo ardisce di riguardare malato chi abbia facilità a divenire rosso o pallido, anche per futili motivi.

 

Come si cura il Nervosismo (1)

Nervosismo

Mi è capitata in mano una copia di questo esilissimo volumetto (47 paginette a caratteri grandissimi). Del 1928, la terza edizione: deve avere avuto un grande successo. Questa collana della Cappelli di Bologna, Come si cura…, annoverava tra i suoi titoli, ed è già un piacere della mente leggere la sequenza: Come si cura la SifilideCome si cura la StitichezzaCome si cura la VistaCome si cura la NeurasteniaCome si cura il BambinoCome si cura l’InsonniaCome si cura la TubercolosiCome si cura l’Impotenza, Come si cura la BlenorragiaCome si cura la VolontàCome si cura la Pelle, Come si cura il CancroCome si cura il Raffreddore, Come si cura l’Estetica del Corpo. Quasi un poema. Cosa darei per avere in mano Come si cura la Volontà, scritto al tempo della Coscienza di Zeno… Mi devo accontentare di questo Come si cura il Nervosismo (sottotitolo: Consigli ai Nevrotici, di Gino Ravà, medico comprimario dell’Ospedale Maggiore di Bologna) che riporterò integralmente, a cominciare dalla presentazione e dalla lettera di A. Murri. Ecco qua:

Il grande clinico Augusto Murri ha voluto consacrare questa collana medica, legata al Suo nome glorioso, con una lettera – diretta agli ideatori e agli iniziatori — che costituisce il premio più ambito e l’incoraggiamento migliore alla nostra fatica. Siamo lieti di riportare lo scritto del Sommo vegliardo, onore della clinica medica mondiale.

Cari Colleghi,

Io vi sono grato del piacere e dell’onore, che vorreste concedermi di farmi partecipare all’opera, che già avete così bene iniziata e che proseguirete con ardore. Io convengo che lo scoprire un vero prima ignoto a tutti debba costituire uno dei più alti diletti della mente umana: ma non convengo punto con quegli scienziati, che guardano un pò dall’alto al basso coloro, che diffondono il vero da loro scoperto. Non si potrebbe fare maggiore ingiuria alla scienza, se le si desse, come unico benefizio suo, il procacciare diletto a pochissimi privilegiati: l’umanità non saprebbe che farsene. Bisogna democratizzare anche il sapere. L’opera vostra sarà molto benefica, se giungerete a far comune l’opinione, che le malattie non si guariscono solo colle ricette, ma anche e sopratutto coll’ossequio più razionale e più continuo agli ordini spesso molesti, ma sempre preziosi della igiene. Per la felicità degli uomini il diffondere questa verità molto disprezzata sarà più efficace, che l’inventare ogni giorno a dozzine farmaci nuovi per dare a bere agli innumerevoli credenti nei miracoli della medicina, che con una iniezione o con una pillola si guarisce ogni male. Così la vostra modesta aspirazione frutterà più che tante bizzarrie gabellate per scienza e per opere umanitarie.

Bologna, 8 maggio 28

Vostro aff.mo collega

A. MURRI

 

 

Nel caffè della gioventù perduta

cop (1)Dopo Viaggio di nozze e Via delle Botteghe Oscure, ho letto Nel caffè della gioventù perduta (2007, trad. it. di I. Babboni, Einaudi 2010). E oggi, mentre il mondo della cultura contempla stupefatto e inorridito l’ISIS in Palmira, nella mia mente è nato un collegamento tra le gesta dei barbuti pronti alla distruzione e all’auto-immolazione e gli evanescenti personaggi di Patrick Modiano. Una radicale opposizione di essere e non-essere: da un lato una credenza assoluta e un’adesione totale a un senso dell’essere univoco, che significa affermazione di sé nella dedizione illimitata alla causa di Dio, per cui annullarsi significa realizzare il perfetto compimento; dall’altro persone dall’identità sfuggente agli altri e a se stesse, che inseguono di continuo labili ombre del passato e per le quali l’unico senso della vita sembra essere una fuga senza fine. Occidentali perfetti, gente del tramonto. Nei personaggi di Modiano vi è un perfetto interscambio ed un’equivalenza tra la ricerca-inseguimento e la fuga. Ma non vi è un altrove, mancano gli approdi. Nel caffè del romanzo, che non esiste più, si ritrovavano delle persone, alcune delle quali sono voci narranti, che rifrangono i punti di vista. Tutto ruota ancora una volta intorno ad una sfuggente figura di donna, qui la giovane che chiamano Louki, la quale anche, per qualche pagina, si narra. «Ma [come dice un personaggio] oggi, ormai, è troppo tardi. E poi, se tutto quel periodo è a tratti così vivo nel mio ricordo, è proprio grazie alle domande rimaste senza risposta» (p. 16)
Qui veramente gli individui appaiono atomi, la famiglia è un fantasma, un’ombra, un niente. Non ci sono radici che non siano ricordi sfuggenti. Ma se questa è la nostra realtà, ogni legame con gli antenati, a cominciare dai genitori, ogni responsabilità verso le origini, si scioglie e si dilegua. «Siamo veramente responsabili di coloro che incrociamo nei primi anni della nostra vita, semplici comparse che non abbiamo scelto noi? Sono io responsabile di mio padre e di tutte le ombre che parlavano con lui a bassa voce nelle hall degli alberghi o nelle salette private dei caffè e che trasportavano valigie di cui ignoravo sempre il contenuto?» (p.91)

Nude e crudi

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Sandra Puccini è un’antropologa, e qualcuno potrebbe pensare di trovare qui una teoria del rapporto tra il femminile e il maschile nella società italiana contemporanea. Invece Nude e crudi. Femminile e maschile nell’Italia di oggi (Donzelli 2009) è una fenomenologia, abbastanza articolata e molto personalizzata e impressionistica, nonostante la gran mole di libri, articoli e trasmissioni televisive che sono citati, e nonostante l’ampia bibliografia ragionata. Si tratta, tuttavia, di una fenomenologia molto interessante, e sulla quale occorrerebbe ragionare a fondo. La Puccini (a proposito, mi accorgo che chiunque sia o voglia apparire politicamente corretto ormai dovrebbe eliminare il la davanti ai cognomi di donna, cosa che del resto fa la Puccini stessa, espellendo un altro segno della differenza: non lo farò mai) espone tutta una serie di fenomeni di costume che manifestano l’autocomprensione che i due sessi hanno oggi di sé, e che risultano innescati e governati dal sistema dei…

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