Nel caffè della gioventù perduta

cop (1)Dopo Viaggio di nozze e Via delle Botteghe Oscure, ho letto Nel caffè della gioventù perduta (2007, trad. it. di I. Babboni, Einaudi 2010). E oggi, mentre il mondo della cultura contempla stupefatto e inorridito l’ISIS in Palmira, nella mia mente è nato un collegamento tra le gesta dei barbuti pronti alla distruzione e all’auto-immolazione e gli evanescenti personaggi di Patrick Modiano. Una radicale opposizione di essere e non-essere: da un lato una credenza assoluta e un’adesione totale a un senso dell’essere univoco, che significa affermazione di sé nella dedizione illimitata alla causa di Dio, per cui annullarsi significa realizzare il perfetto compimento; dall’altro persone dall’identità sfuggente agli altri e a se stesse, che inseguono di continuo labili ombre del passato e per le quali l’unico senso della vita sembra essere una fuga senza fine. Occidentali perfetti, gente del tramonto. Nei personaggi di Modiano vi è un perfetto interscambio ed un’equivalenza tra la ricerca-inseguimento e la fuga. Ma non vi è un altrove, mancano gli approdi. Nel caffè del romanzo, che non esiste più, si ritrovavano delle persone, alcune delle quali sono voci narranti, che rifrangono i punti di vista. Tutto ruota ancora una volta intorno ad una sfuggente figura di donna, qui la giovane che chiamano Louki, la quale anche, per qualche pagina, si narra. «Ma [come dice un personaggio] oggi, ormai, è troppo tardi. E poi, se tutto quel periodo è a tratti così vivo nel mio ricordo, è proprio grazie alle domande rimaste senza risposta» (p. 16)
Qui veramente gli individui appaiono atomi, la famiglia è un fantasma, un’ombra, un niente. Non ci sono radici che non siano ricordi sfuggenti. Ma se questa è la nostra realtà, ogni legame con gli antenati, a cominciare dai genitori, ogni responsabilità verso le origini, si scioglie e si dilegua. «Siamo veramente responsabili di coloro che incrociamo nei primi anni della nostra vita, semplici comparse che non abbiamo scelto noi? Sono io responsabile di mio padre e di tutte le ombre che parlavano con lui a bassa voce nelle hall degli alberghi o nelle salette private dei caffè e che trasportavano valigie di cui ignoravo sempre il contenuto?» (p.91)

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