Essere e non-essere

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C’è un problema di fondo nell’acuto e ricchissimo libro di Fabio Vander sulla dialettica hegeliana Essere e non-essere. La scienza della Logica e i suoi critici (Mimesis 2009): quello del concetto di rivoluzione. Nella Introduzione Vander chiarisce immediatamente che intende la dialettica “come ragione dell’essere dell’ente ovvero come possibilità della contraddizione come fondamento” (p.10). Ciò non sorprende il lettore del precedente Critica della filosofia italiana contemporanea. Per Vander, il problema della Modernità non è l’ oblio della differenza ontologica, ma l’ oblio della differenza dialettica (p.13). In sostanza, secondo Vander l’autentica natura della dialettica hegeliana è stata mistificata dalla filosofia degli ultimi due secoli, che l’ha recepita e criticata come astratta e separata dal reale, proprio mentre tutte le principali filosofie, compresa quella di Marx e dei suoi epigoni, si volgevano in ontologie.  Mentre Vander ritiene che in Hegel l’idealismo non sia affatto la costituzione della realtà da parte del pensiero (idea…

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Il potere del cane

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copj13Settecento pagine scritte impeccabilmente, una macchina narrativa perfetta. Il potere del cane che dà il titolo al poderoso romanzo di Don Winslow The Power of the Dog (2005, trad. it di G. Costigliola, Einaudi 2009) è quello della violenza scatenata, che massacra uomini, donne e bambini nel Messico dei narcotrafficanti. In realtà, qualcosa in questo libro evoca la Trilogia di Cormac McCarthy, benché non vi siano le sue profondità antropologiche e metafisiche: il Messico del sangue sparso e dell’immensa linea di confine continuamente varcata nei due sensi. Ma questo è il Messico dei narcotrafficanti in senso letterale: essi lo possiedono, in un’alleanza diabolica con politici, ecclesiastici, servizi segreti statunitensi e polizie locali e federali. L’insaziabile sete di droga di New York e Los Angeles produce un fiume di denaro che corrompe ogni cosa. Nella vicenda narrata da Winslow ci sono molti personaggi, tutti ben disegnati in chiaroscuro. Alcuni sono vicini ad…

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Nomi, cose, città.

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Ha come sottotitolo Viaggio nell’Italia che compra questo simpatico libro di Arnaldo Greco  Nomi, cose, città (Fandango 2009). Scritto con umorismo, è tuttavia molto serio nei suoi contenuti profondi. Dipinge un Paese che non sa dove va, dilaniato tra la ricerca della novità a tutti i costi e una difesa delle tradizioni volonterosa ma spesso ingenua e rozza.
Il quadro che Greco dipinge dell’Italia consumistica di oggi è molto variegato. Da un punto di vista antropologico è anche molto interessante, poiché vi si evidenza l’attuale fondersi di omologazione e frammentazione. Il modo in cui un popolo si nutre, la sua cucina, le sue abitudini alimentari sono sempre altamente significativi del suo ethos. L’Italia è un centone di cucine locali che dialogano tra loro e che mutano nella convinzione errata di rimanere fedeli a se stesse. Con fenomeni strani, come il dilagare del sushi a Milano, o le mutazioni del…

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Un ebreo marginale 3

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E con questo volume (l’originale è uscito nel 2001, la traduzione italiana di L. De Santis e L. Ferrari è del 2003, l’edizione che ho in mano è la terza) ho finora letto circa 2.400 pagine dell’immane ricerca di John P. Meier Un ebreo marginale (il terzo volume è dedicato a compagni e antagonisti di Gesù). Qui il discorso è sui discepoli, sui Dodici, e su gruppi come i Farisei, i Sadducei, i Qumraniti (la questione degli Esseni). Alla fine si conferma l’immagine di un Gesù sfuggente ad ogni inquadramento, sia per la scarsità del materiale sicuramente storico, sia perché quello solido ci dipinge un uomo davvero singolare all’interno del panorama giudaico a lui contemporaneo, di cui condivide molto, ma certo non tutto, sì che si può assimilare per qualche aspetto ai Farisei, per altri al mainstream religioso ebraico del tempo, per altri ai seguaci di Giovanni, ecc. Ma secondo Meier è caratterizzato dal concepirsi come il profeta escatologico dei tempi ultimi, venuto a segnare l’inizio del regno di Dio su Israele e il mondo, nuovo e definitivo Elia, che vieta il digiuno volontario e invita tutti al banchetto escatologico, del quale la commensalità con pubblicani e peccatori è il piccolo inizio.

C’era una volta una famiglia

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Shivà sono i sette giorni di lutto che gli israeliti osservano per il padre, la madre o un fratello. Durante questi sette giorni si sta in casa, ricevendo parenti, vicini e amici della persona scomparsa. Il romanzo di Lizzie Doron C’era una volta una famiglia (2002, trad. di S. Vogelmann, Giuntina 2009) è il racconto di una shivà, quella della narratrice per sua madre, a Tel Aviv. Durante questa shivà, raccontata giorno per giorno, compaiono numerose figure che evocano il passato della protagonista e della madre. Una madre che viene dal mondo di , quello in cui è avvenuta la Shoah, mentre la figlia è nata qua, in Israele, è una sabra.
Accogliere nuovi immigrati è sempre difficile. Lo è anche quando le differenze sono limitate, ad esempio quando la religione è la stessa, ma l’accento è differente, la lingua è un’altra lingua. È una legge…

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Si fa presto a dire cotto

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Si fa presto a dire cotto è il titolo di un gustosissimo e nutriente saggio di Marino Niola (sottotitolo Un antropologo in cucina, il Mulino 2009). In brevi ben pepati capitoletti Niola esplora la valenza antropologica del cibo, della sua preparazione, e dell’interpretazione che le culture umane forniscono di una attività, quella del nutrirsi, che solo la nostra specie, padrona del fuoco, ha introdotto nell’orizzonte della rappresentazione, senza la quale rimarrebbe cosa puramente animale. Dal libretto si apprende molto, anche, ad esempio che la tempura giapponese, ovvero quel fritto di verdure sminuzzatissime oggi di moda, ha un nome che deriva dal latino tempora, e ha a che fare coi missionari cattolici che nel Cinquecento tentarono l’evangelizzazione del Giappone. Durante i periodi dell’anno liturgico (tempora in latino) in cui ci si doveva limitare nel cibo, mangiando di magro, i Portoghesi preparavano verdure fritte impastellate. I Giapponesi copiarono la tecnica…

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Viaggi da Fermo

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Un sillabario piceno è il sottotitolo del piacevole Viaggi da Fermo di Angelo Ferracuti (Laterza 2009). Sono memorie, riflessioni e descrizioni brevi, incontri con una varia umanità sul suolo piceno, dal famoso artista alla prostituta(o) di strada. È insieme il ritratto di una regione e una narrazione di una vita, di un uomo Ferracuti che è stato militante di una sinistra anarcoide-libertaria e ora si trova in difficoltà col mondo presente, dominato da un capitalismo amorale e famelico, e ha una forte nostalgia di tempi antropologicamente differenti (incarnati dal volto del contadino comunista buono). Il fondo del libro è un forte senso di nostalgia per ciò che è tramontato. E mi viene in mente ciò che scrive Marco Santagata in Voglio una vita come la mia, parlando dei cinquanta-sessantenni italiani come l’ultima generazione che ha avuto un vero contatto con la natura.
Riporto una pagina che trovo molto bella, e…

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Cairo Automobile Club

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“Ho passato la vita a occuparmi di servitori, mister Wright, e li conosco come le mie tasche. La servitù lavora adeguatamente solo se ha paura, e non ha paura se non sa che, in qualsiasi momento, potrebbe essere punita per un motivo qualsiasi, o magari anche per niente. Se un servo ha troppa fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, se confida nella giustizia, se sente di avere dei diritti, allora è giocoforza che si ribelli. I diritti rovinano la servitù. Chi è abituato a ubbidire non può capire cosa sono. Se rispetti un servo, ti danneggerà. Per lui, il rispetto è un concetto difficile, lo considera una forma di debolezza. E per quanto si lamenti della severità del padrone, ne capisce le ragioni e le rispetta.” (pp. 210-211) Questo è il credo del Kao, il camerlengo del re d’Egitto e feroce capo del personale dell’Automobile Club del Cairo, uno dei personaggi del romanzone di ‘Ala al-Aswani Cairo Automobile Club (Nadi al-sayarat, 2013, trad. it. di E. Bartuli e C. Dozio, Feltrinelli 2014). Ricco, sfaccettato, costruito su più registri, dal comico quasi-scurrile al tragico, con diverse voci narranti, il romanzo di ‘Ala al-Aswani narra una storia, o meglio una serie intrecciata di storie ambientate alla fine degli anni Quaranta, quando l’Egitto è ancora sotto il controllo inglese. Il tema di fondo è quello della dignità, questa realtà umana fondamentale, questo valore di cui non si può fare a meno, ma che sfugge ad ogni tentativo di definizione permanente e onnicomprensiva, e che meglio si presta all’incarnazione narrativa. Per la dignità si può morire, sia nel tentativo di affermarla contro le forze che la vogliono annientare, sia nel caso di una insopportabile offesa. Abdelaziz Hamam, un tempo ricco possidente dell’Alto Egitto, riesce a sopportare la caduta nella povertà, riesce a reggere un lavoro subordinato all’Automobile Club, ma l’offesa morale alla sua dignità umana che gli reca una punizione corporale inflittagli dal Kao lo fa morire. Non di solo pane vive l’essere umano, ma anche di dignità, questo è il tema del libro, che tesse numerose vite alla luce della loro ricerca di un dignitoso posto nel mondo. La morte del padre priva i figli, di un punto di riferimento solido, ed essi cercano in forme diverse e ciascuno secondo la propria indole una realizzazione che deve fare i conti con le condizioni politico-sociali dell’Egitto.

C’è sempre bisogno di tempo per assorbire le disgrazie che ti colpiscono con la forza e la rapidità di un fulmine, ma possono volerci anche anni per realizzare appieno cosa significa la morte del proprio padre. Per capire cosa vuol dire ritrovarti nudo, allo scoperto, da solo, debole, senza sostegno, facile bersaglio di qualsiasi attacco, assediato da un destino che ti avvolge nella sua ombra come farebbe Roc, l’uccello mitologico, e ti fa capire che quel che è successo a tuo padre può capitare a chiunque. Al mattino, lo vedi, ci parli e ci ridi; a sera, torni a casa, ed è già cadavere; il giorno dopo, lo accompagni al cimitero: cosa può esserci di più sconcertante? Com’è possibile che tuo padre, la solida creatura che da sempre è il pilastro portante della tua vita, sia diventato, così di colpo, un ricordo di cui parlare, adesso, aggiungendo al suo nome la formula: “Pace all’anima sua”? (p. 158)

Il treno e il tempo

Avatar di Fabio BrottoGuido e l'autismo

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Eccolo al finestrino, che contempla beato il movimento del paesaggio che scorre. Guido ha sempre avuto un forte interesse per i mezzi di trasporto. Ha sempre amato auto, pullman, autobus e treni. Gli piacerebbe anche il tram, ma non ha mai potuto provarlo. Il fatto che gli piaccia moltissimo viaggiare non significa però un interesse per la rappresentazione simbolica dei mezzi, nel senso che lui non ha mai giocato con un’automobilina o un trenino. Guido è estraneo al mondo della rappresentazione, se non nella forma limitatissima della corrispondenza tra un’immagine e una realtà, a scopo pratico-immediato, che gli consente di richiedere, che so, di andare a casa indicando l’immagine che rappresenta la casa stessa. Ma tutto si ferma lì. Il passo ulteriore, quello del gioco simbolico, lui non l’ha mai fatto. Se è per quello, nemmeno il passetto di utilizzare contemporaneamente più immagini per comunicare un’intenzione complessa (ad esempio andare…

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La misura delle cose

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Può capitare che leggendo un libro ti si illumini la ragione del tuo amore per un altro libro, per la scrittura di un altro autore. Mi è capitato così, leggendo La misura delle cose di Eduardo Rebulla (Sellerio 2008), di capire perché io ami tanto l’opera di Cormac McCarthy. Uno dei motivi è senz’altro nel fatto che nei romanzi del grande scrittore americano l’interiorità dei personaggi è assente, non vi compaiono i loro pensieri, ma il senso sta e si manifesta in quel che i personaggi fanno e in quel che dicono. L’accesso diretto al pensiero del personaggio pone il narratore come onnisciente, posizione oggi rifiutata dalla maggioranza degli scrittori. Ma poiché quasi tutti gli scrittori con ambizioni artistiche pensano di dover mettere in scena l’interiorità, ecco il prevalere degli io narranti nella narrativa contemporanea. Perché se l’interior homo è quello di chi narra, la questione dell’onniscienza non si…

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