Cairo Automobile Club

Asw

“Ho passato la vita a occuparmi di servitori, mister Wright, e li conosco come le mie tasche. La servitù lavora adeguatamente solo se ha paura, e non ha paura se non sa che, in qualsiasi momento, potrebbe essere punita per un motivo qualsiasi, o magari anche per niente. Se un servo ha troppa fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, se confida nella giustizia, se sente di avere dei diritti, allora è giocoforza che si ribelli. I diritti rovinano la servitù. Chi è abituato a ubbidire non può capire cosa sono. Se rispetti un servo, ti danneggerà. Per lui, il rispetto è un concetto difficile, lo considera una forma di debolezza. E per quanto si lamenti della severità del padrone, ne capisce le ragioni e le rispetta.” (pp. 210-211) Questo è il credo del Kao, il camerlengo del re d’Egitto e feroce capo del personale dell’Automobile Club del Cairo, uno dei personaggi del romanzone di ‘Ala al-Aswani Cairo Automobile Club (Nadi al-sayarat, 2013, trad. it. di E. Bartuli e C. Dozio, Feltrinelli 2014). Ricco, sfaccettato, costruito su più registri, dal comico quasi-scurrile al tragico, con diverse voci narranti, il romanzo di ‘Ala al-Aswani narra una storia, o meglio una serie intrecciata di storie ambientate alla fine degli anni Quaranta, quando l’Egitto è ancora sotto il controllo inglese. Il tema di fondo è quello della dignità, questa realtà umana fondamentale, questo valore di cui non si può fare a meno, ma che sfugge ad ogni tentativo di definizione permanente e onnicomprensiva, e che meglio si presta all’incarnazione narrativa. Per la dignità si può morire, sia nel tentativo di affermarla contro le forze che la vogliono annientare, sia nel caso di una insopportabile offesa. Abdelaziz Hamam, un tempo ricco possidente dell’Alto Egitto, riesce a sopportare la caduta nella povertà, riesce a reggere un lavoro subordinato all’Automobile Club, ma l’offesa morale alla sua dignità umana che gli reca una punizione corporale inflittagli dal Kao lo fa morire. Non di solo pane vive l’essere umano, ma anche di dignità, questo è il tema del libro, che tesse numerose vite alla luce della loro ricerca di un dignitoso posto nel mondo. La morte del padre priva i figli, di un punto di riferimento solido, ed essi cercano in forme diverse e ciascuno secondo la propria indole una realizzazione che deve fare i conti con le condizioni politico-sociali dell’Egitto.

C’è sempre bisogno di tempo per assorbire le disgrazie che ti colpiscono con la forza e la rapidità di un fulmine, ma possono volerci anche anni per realizzare appieno cosa significa la morte del proprio padre. Per capire cosa vuol dire ritrovarti nudo, allo scoperto, da solo, debole, senza sostegno, facile bersaglio di qualsiasi attacco, assediato da un destino che ti avvolge nella sua ombra come farebbe Roc, l’uccello mitologico, e ti fa capire che quel che è successo a tuo padre può capitare a chiunque. Al mattino, lo vedi, ci parli e ci ridi; a sera, torni a casa, ed è già cadavere; il giorno dopo, lo accompagni al cimitero: cosa può esserci di più sconcertante? Com’è possibile che tuo padre, la solida creatura che da sempre è il pilastro portante della tua vita, sia diventato, così di colpo, un ricordo di cui parlare, adesso, aggiungendo al suo nome la formula: “Pace all’anima sua”? (p. 158)

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