Tutti i problemi si riducono al tempo. (II, 136) Continua a leggere
LIBRI
I Monti Pallidi 6
Fuggendo da Miljera, la pittrice aveva lasciato a mezzo l’affresco che stava allora dipingendo. Ora, dopo sette anni di lontananza, tornò al villaggio nativo il povero cacciatore Ghedín,che, vedendo il lavoro incompiuto, volle tentar di finirlo; e poiché nella solitudine di Travenànzes aveva sempre continuato a esercitarsi nella pittura, vi riuscí benissimo, con gran gioia del proprietario della casa e di tutti gli abitanti di Miljera. Intanto Ghedín veniva messo al corrente di quanto era avvenuto durante la sua lunga assenza: udí parlare anche della Filadressa e della sua probabile dimora sui Macài. Ghedín., che conosceva quei muraglioni immensi e aveva udito dire che lassú gli Spiriti delle montagne custodivano i segreti delle loro magie, volle tentare la ricerca del rifugio dell’avvoltoio nero. Si recò quindi ai piedi delle rocce e, rimanendo nascosto per ore e ore, riuscí a veder sortire e rientrare il grande uccello di rapina; ma come scoprire la tana in quel sistema dirupato e complicatissimo di scaglioni e di balze pietrose, di spaccature, di canaloni, di cenge? Malgrado la difficoltà dell’impresa, Ghedín non si perse d’animo, e, dopo molti giorni di pazienti ricerche, di faticose e difficili esplorazioni, riuscí a trovare la tana dell’avvoltoio: era posta vicino a una grande macchia rossa della parete di pietra, che anche oggi si può distinguere dalla valle, nelle ore del pomeriggio, stando presso alla cosí detta Gravòna. Ghedín udí venire da quel punto della roccia il cinguettio allegro di molti uccellini e ne fu un po’ spaventato, perché sapeva che in quei dirupi nudi e freddi non potevano vivere piccoli uccelli: temette quindi che gli Spiriti maligni si fossero accorti della sua presenza lassú e tramassero qualche magia per perderlo. Per precauzione rimase nascosto alcune ore in un crepaccio, prima di riprendere la sua difficile ascensione verso la macchia rossa. La riprese alfine e, arrivato all’orlo della macchia, rimase immobile per lo stupore: sul muro di pietra erano appese molte gabbie d’argento, mirabilmente ornate di filigrana, piene di uccellini. Ghedín poté prenderne una, vuota, che era a portata della sua mano, e la portò a Miljera.
Gli abitanti del villaggio, che sapevano lavorare l’argento, ammirarono gli ornamenti finissimi della gabbia e vollero imitarli: cominciarono cosí i lavori in filigrana d’argento che sono, ancora adesso, una specialità degli Ampezzani.
Ghedín volle conoscere a fondo i segreti della montagna; tornò sui Macài, si arrampicò di nuovo fino alla macchia rossa, e passò l’estate intera su quei dirupi. Un giorno vide l’avvoltoio nero che arrivava a volo con un bimbo fra gli artigli e scompariva nella macchia rossa. Subito dopo Ghedín udí cantare una voce di donna, e quando il canto cessò ricomparve l’avvoltoio che, invece del bambino, aveva fra gli artigli un piccolo uccello; si avvicinò a una gabbia vuota, l’aperse, vi chiuse dentro l’uccellino e volò via, scomparendo in un attimo fra le nubi.
Ghedín raccolse tutte le sue forze per arrampicarsi anche piú in alto, e arrivare al luogo dove doveva essere avvenuta la trasformazione: si trovò cosí in una coronella, cioè una larga cengia, fiorita di stelle alpine. E nelle rocce sovrastanti, tutte screpolate e piene di spaccature, scoperse il nido. Nascosto in una fessura della roccia, lo tenne d’occhio per parecchi giorni, finché, una sera, vide apparir di nuovo l’avvoltoio con un altro bambino; lo vide deporre il bimbo piangente e spaurito sulla coronella, poi trasformarsi nella Filadressa e cullarlo dolcemente fra le braccia. Dopo pochi momenti il bambino s’era cambiato in uccello e la Filadressa, ripresa la sua orribile forma di avvoltoio, andava a chiuderlo in una delle gabbie.
Al primo sguardo Ghedín aveva avuto la certezza che la bella Filadressa non fosse altri che la pittrice del monte Falòria: credendo di non essere stato notato da lei, restò a lungo a osservare le sue andate e venute. Ma ella l’aveva riconosciuto fin dalla prima volta, e un giorno gli rivolse la parola:
– Tos, ce fes-to su chesta crodes? (Giovane, che fai su queste rocce?).
– Son venuto per rivederti, rispose Ghedín, e per chiederti ancora una volta se vuoi essere mia moglie. Sei tanto bella, che vorrei guardarti sempre. Sei un po’ cambiata, è vero, ma io so che è opera d’incanto; vedo bene che sei sotto il dominio di una cattiva Strega e te ne voglio liberare.
La Filadressa lo guardò a lungo, pensosa; poi gli disse:
– È una cosa molto, molto difficile; chi volesse davvero liberarmi dovrebbe prima di tutto finire quell’affresco che io lasciai incompiuto a Miljera.
– Io l’ho finito, disse Ghedín, e tutti quelli che l’han visto hanno detto che era fatto bene.
La Filadressa, sorpresa, guardò ancora lungamente e in silenzio, il bravo giovane.
– Tu conosci il principio della mia storia. Sappi dunque che per vendicarmi di Verlòj chiamai in aiuto la Svalazza; ho avuto cosí la vendetta, ma ho perduto la mia libertà: mi son data in potere della Strega, e ora son costretta a ubbidirle.
Dopo un breve silenzio pieno di ricordi tristi, la fanciulla riprese:
– Fra poche settimane l’estate sarà finita, e un freddo intenso verrà sui Macài: non aspettarlo, Ghedín; torna a Miljera, e passa l’inverno laggiú. Ma quando i giorni lunghi torneranno e il sole splenderà di nuovo sulle Dolomiti, se tu pensi ancora a me, torna qui e ci riparleremo.
E lo lasciò.
Ghedín ubbidí e scese a Miljera, dove abitava sua madre. L’inverno trascorse rapidamente. Ghedin passava le intere giornate nella sua stanza a dipingere un piccolo quadro, e la madre sola conosceva il suo lavoro. Ma il lavoro era difficile; non gli riusciva. Piú volte lo distrusse e lo cominciò da capo, mettendo nell’opera l’opera tutta l’anima sua. Era un ritratto della Filadressa.
E quando i giorni lunghi tornarono, e i monti ampezzani furono di nuovo inondati di luce e di colori, il quadro era finito. Ghedín lo mise nella refa (sacco a spalla) e parti per il Soràpis, alla ricerca della coronella. Arrivato lassú trovò la Filadressa, le donò il quadro e le ripeté ancora una volta la sua proposta di matrimonio.
La fanciulla fu commossa da tanta fedeltà:
– Tu sei il solo, gli disse, che mi abbia veramente compresa, lo vedo da questo quadro; ma ti pentirai della tua proposta, quando avrai visto l’orribile deformità della mia persona.
E alzando le braccia, che aveva sempre tenute nascoste sotto il mantello scuro, fece vedere a Ghedín che al posto delle mani aveva due artigli d’avvoltoio.
Ghedín restò inorridito; ma dopo un momento riprese animo e le disse coraggiosamente:
– Non importa. Continuerai a fare come hai fatto finora, terrai le braccia sempre sotto il mantello, e lascerai vedere soltanto il tuo bel viso.
Gli occhi della fanciulla brillarono di gioia: ella alzò di nuovo le braccia, e Ghedin, felice, vide al posto degli artigli le belle mani gentili della pittrice. La costanza del suo amore aveva rotto l’incantesimo.
– Ora devo ridare la libertà ai bambini rubati.
Per l’ultima volta la Filadressa prese la forma d’avvoltoio e apri tutte le gabbie: cantando gioiosamente, gli uccellini ne uscirono e volaron subito alle loro rispettive case, dove, posandosi sui loro letti, ripresero l’aspetto di bambini.
La Filadressa e Ghedín si sposarono.
Nessuno seppe mai che cosa fosse avvenuto del grande avvoltoio: soltanto Ghedín conosceva il segreto, e si guardò bene dal rivelarlo. Nella sua famiglia però se ne è conservata fino in tempi recenti la tradizione.
Oggi non c’è piú traccia del villaggio di Miljera; ma il sangue dell’antica pittrice si trasmise alle genti dell’Ampezzano, e un poco ne scorreva nelle vene della povera montanara che, in una casa di Campo di Sotto, presso Cortina, diede alla luce Tiziano Vecellio: l’artista sovrano, che nella sua pittura trasfuse meravigliosamente le luci e i colori delle montagne native.
Fra i discendenti di Ghedín e della sua sposa ci sono anche le numerose famiglie ampezzane dei Ghedina e dei Ghedini, che hanno già dato e continuano a dare valentissimi artisti, specialmente pittori: e l’origine del loro talento risale alla loro antenata del Monte Falòria.
E questo sono io, ritratto da mio nonno Gino Ghedina all’età di quattro anni
I Monti Pallidi 5
Erano passati da quel giorno quarantanove mesi. Una magnifica sera scendeva sulle montagne dell’Ampezzano e i torrioni superbi del Monte Cristallo si accendevano alla luce del sole morente. Davanti alle case di Fernamusino gli abitanti sedevano sulle panche, com’eran soliti fare nelle belle sere d’estate, ammirando il tramonto e godendo la pace profonda dell’ora e del luogo. Verlòj, che era divenuto proprietario di vasti pascoli nelle vicinanze, stava tranquillamente tornando verso casa, quando a un tratto, mentre scendeva dalle alture di Majorères, si vide davanti una straniera vestita d’un mantello scuro, e riconobbe la sua ex fidanzata. Ella lo fermò. Continua a leggere
I Monti Pallidi 4
Sul finire dell’estate la fanciulla disse ai suoi amici che voleva lasciar loro un ricordo, e li pregò di preparare ciascuno una piccola tavola di legno quadrata, larga una spanna. Su queste tavolette dipinse di ognuno un ritratto, e tutti furono d’una somiglianza perfetta. La pittura era sconosciuta in quel tempo agli Ampezzani: tutti furono quindi estremamente sorpresi vedendo i loro volti riprodotti sul legno, e, tornati a Miljera, mostrarono ai loro compaesani i dipinti, che apparvero a tutti una cosa stupefacente. C’erano a Miljera artisti che sapevano far preziosi gioielli e che vollero anch’essi provarsi a fare ritratti: ma non vi riuscirono, e il fallimento dei loro tentativi accrebbe l’ammirazione di tutti per l’arte della pittrice misteriosa. Continua a leggere
I Monti Pallidi 3
Nella sezione de I Monti Pallidi intitolata I figli del sole è narrato il mito d’origine della famiglia Ghedina, alla quale apparteneva mia madre.
LA PITTRICE DEL MONTE FALORIA
A levante dì Cortina d’Ampezzo si erge la grande massa del Soràpis, una propaggine del quale è il monte Falòria, che fu dai pagani venerato come sacro. Dalle sue falde scaturisce la Bigontina, e, dolcemente adagiate sulle colline verdi, biancheggiano le antichissime borgatelle di Alverà, Pocòl, Cojanna e Fraína. Continua a leggere
I Monti Pallidi 2
Questo il risvolto di copertina del 1952:
Per anni ed anni, nei primi decenni del secolo, Carlo Felice Wolff ha percorso le valli delle Dolomiti, per farsi narrare dai pastori e dai contadini le leggende che un tempo fiorivano in tutta quella zona, e delle quali si va sempre più spegnendo il ricordo. Attingendo così alla fonte più viva e diretta, riaccostando poi e ricucendo i brani di narrazioni frammentarie, lo studioso poeta ha potuto ricostruire un complesso leggendario ricco di vicende e di sentimenti, intimamente e profondamente legato al paesaggio di quella regione e alla vita dei suoi abitanti. Continua a leggere
I Monti Pallidi 1
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Finalmente, dopo tanti anni di ricerca, trovata in un mercatino, ho con me una ristampa de I monti pallidi (trad. it di Carla Ciraolo, dodicesima ristampa, Cappelli 1952). Carlo Felice Wolff ha scritto dei libri preziosi, che furono molto amati da Cristina Campo, e da molti altri. Mi sorprende, per questo, che un grande classico come I monti pallidi non sia stato più ristampato per decenni. Ho ragioni, anche molto personali, per dedicare a questo splendido libro più di un post.
Gino Ghedina (mio nonno materno), Dolomiti (olio su tela).
La chiesa di Sade 4
Il saggio di De Benedetti si muove nella tradizione di quella forma del pensiero critico che opera per smascheramenti. Qui viene smascherata l’ideologia della Modernità, con i suoi diversi corollari. E vi sono punte acuminate e sorprendenti. Ad esempio, l’accostamento di Sade alle teorie della decrescita (p.79); o l’interpretazione del movimento gay, o le considerazioni sul trapianto d’organi (p. 87). Le descrizioni sadiane dei costumi dell’immaginario regno di Butua appaiono a De Benedetti sinistre profezie razionali degli sviluppi del nostro presente. Continua a leggere
La chiesa di Sade 3
L’opposizione di Sade alla pena di morte comminata dallo Stato, parallela alla sua incondizionata adesione alla tortura e uccisione perpetrate da privati, non è affatto contraddittoria. De Benedetti vede anche qui una vicinanza a Sade di gran parte della società occidentale contemporanea. Continua a leggere
La chiesa di Sade 2
Il sadismo pervade sempre più la nostra società grazie al “processo di valorizzazione delle merci”, che è evidentemente collegato, secondo De Benedetti, al Sessantotto e alla sua rivoluzione sessuale (p.24), ed è “tutto interno alla nostra libertà, ne è una dimensione essenziale e per certi versi inevitabile” (p.28). Essendo un potere assoluto sulla vita altrui, quello che Sade invoca elevando la natura a realtà intrascendibile e negando radicalmente Dio si invera nell’attuale tecnoscienza, la quale esprime la stessa hybris che su scala minima esercitano i personaggi delle opere sadiane (p. 32). Continua a leggere



