I Monti Pallidi 4

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Sul finire dell’estate la fanciulla disse ai suoi amici che voleva lasciar loro un ricordo, e li pregò di preparare ciascuno una piccola tavola di legno quadrata, larga una spanna. Su queste tavolette dipinse di ognuno un ritratto, e tutti furono d’una somiglianza perfetta. La pittura era sconosciuta in quel tempo agli Ampezzani: tutti furono quindi estremamente sorpresi vedendo i loro volti riprodotti sul legno, e, tornati a Miljera, mostrarono ai loro compaesani i dipinti, che apparvero a tutti una cosa stupefacente. C’erano a Miljera artisti che sapevano far preziosi gioielli e che vollero anch’essi provarsi a fare ritratti: ma non vi riuscirono, e il fallimento dei loro tentativi accrebbe l’ammirazione di tutti per l’arte della pittrice misteriosa.
La brittèra, qualche giorno dopo, fece una scappata alla malga per andare a prendere un oggetto dimenticato; incontrata la pittrice, le raccontò le alte lodi che tutti facevano di lei e la esortò a scendere nel villaggio. Alla ragazza piacque l’idea, e insieme con la donna si recò a Miljera, dove fu accolta festosamente, salutata e ammirata da tutti. Per fare un piacere a quella buona gente, volle dipingere un affresco sul muro della casa del Comune, e scelse per soggetto la fondazione di Miljera per opera di Zan de Rame e donna Dindia: lavorò parecchie settimane, aiutata da molti uomini, desiderosi d’imparare l’arte sua. Terminata la pittura, fu celebrata una festa e il marigo (capo del Comune), a nome della popolazione, donò all’artista un bellissimo fermaglio d’argento. Parecchi proprietari la pregarono di dipingere affreschi anche sulle loro case, offrendole ricchi compensi. Due giovani intanto le facevano proposte di matrimonio: uno si chiamava Verlòj, ed era di una famiglia benestante di Fernamusino; l’altro era un povero cacciatore, timido e taciturno, di nome Ghedín. La ragazza preferí il primo, non per la sua ricchezza, ma per i suoi modi cortesi e per le sue belle parole; e si promise a lui. Ma ben presto venne a sapere che Verlòj era uno scapestrato, che aveva sperperato tutto il suo patrimonio e non aveva nessuna voglia di lavorare. La povera ragazza ne fu addolorata, ma non per questo cambiò il suo proposito: Verlòj del resto si difese raccontandole la sua vita, i disinganni che aveva sofferto e le cause della sua attuale povertà; ed essa, subito convinta, lo consolava dicendogli che lo avrebbe aiutato col suo lavoro. Egli, dal canto suo, le promise solennemente che, se avesse riacquistato l’antica agiatezza, le avrebbe offerto in dono qualunque cosa essa gli avesse chiesto.
Intanto ella continuava a dipingere, e molti che avrebbero voluto imparare da lei le stavano attorno, ma nessuno faceva progressi. Il solo che avesse mostrato una vera attitudine alla pittura era il povero Ghedín; ma dopo il dolore che gli aveva dato il rifiuto della pittrice, se n’era andato ad abitare in una misera bàita (capanna di corteccia), in una località selvaggia edeserta detta Travenànzes; e nessuno l’aveva piú visto.
In una bella mattina di maggio la pittrice stava lavorando a un affresco che pensava di poter finire in due settimane. Contenta del suo lavoro, fiduciosa nell’avvenire, si sentiva pienamente felice e la vita le si mostrava nel suo più lieto aspetto: quando una donna, arrivata da Fernamusino, le raccontò che appunto in quel giorno si stavano celebrando le nozze di Verlòj con una ricca ereditiera. La pittrice era incredula, ma il giorno dopo la notizia le venne confermata. Allora, senza pronunziar parola, abbandonò il suo lavoro e se ne andò verso il bosco del Falòria, in cerca della sorgente chiamata Aga de Mondeserto; e quando l’ebbe trovata, aspettò il crepuscolo. Tramontato il sole, tolse, alla sorgente la sarella: cosi gli antichi Ampezzani chiamavano la cannella di legno che si applica alle fonti per attingere acqua, e togliendo la quale si chiamano gli Spiriti maligni della montagna, che subito si accorgono di qualunque cosa accada nelle acque. Di li a poco, infatti, una nottola colossale apparve e si avvicinò silenziosamente alla sorgente: era la Svalazza, una Strega malvagia.
– Perché mi hai chiamata? domandò la Strega.
– Il mio fidanzato mi ha lasciata, rispose la pittrice con tristezza. Voglio vendicarmi.
La Strega parve molto soddisfatta, e suggerí alla pittrice quel che dovesse fare.
– Occorre però un vestito apposito, disse; oggi non posso dartelo, ma vieni domani al Lago di Costalarges: quando vedrai il lago in burrasca, scendi nell’acqua e avrai il vestito che ti serve per la tua vendetta.
E la brutta nottola scomparve.
L’indomani la povera pittrice tentava di far tacere il suo dolore camminando senza posa per i boschi. Giunta per caso in riva al lago Lagossin, le venne in mente che ivi abitavano le Anguànes, con le quali era in buoni rapporti, e le chiamò per narrar loro l’accaduto. Le Anguànes, preoccupate, le fecero osservare che la perfida Svalazza aveva celato una cosa gravissima: che seguendo i suoi consigli la fanciulla si sarebbe data interamente in potere della strega, e, inoltre, il suo corpo sarebbe stato colpito da una tale deformità, che chiunque la vedesse verrebbe preso da orrore: e avrebbe potuto esserne liberata soltanto da un uomo, il quale, anche cosí, la trovasse bella e la chiedesse in isposa. La pittrice ne fu atterrita, e ringraziò le Anguànes dell’avvertimento. Ma alcune ore dopo, passando per il prato chiamato Rampognèi, incontrò una Strega del Monte Crepedèl, la quale si burlò di lei e delle paurose Anguànes e la consigliò di non desistere per nessuna ragione dalla vendetta. La pittrice di nuovo cambiò pensiero e, vedendo nubi di tempesta che si accalcavano minacciose, non seppe piú resistere e andò alla ricerca del Lago di Costalarges.

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