I Monti Pallidi 5

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Erano passati da quel giorno quarantanove mesi. Una magnifica sera scendeva sulle montagne dell’Ampezzano e i torrioni superbi del Monte Cristallo si accendevano alla luce del sole morente. Davanti alle case di Fernamusino gli abitanti sedevano sulle panche, com’eran soliti fare nelle belle sere d’estate, ammirando il tramonto e godendo la pace profonda dell’ora e del luogo. Verlòj, che era divenuto proprietario di vasti pascoli nelle vicinanze, stava tranquillamente tornando verso casa, quando a un tratto, mentre scendeva dalle alture di Majorères, si vide davanti una straniera vestita d’un mantello scuro, e riconobbe la sua ex fidanzata. Ella lo fermò.
– Ti ricordi, gli disse, la tua promessa? Se ti fosse riuscito di ricuperare la tua agiatezza, mi avresti offerto in dono qualunque cosa mi fosse piaciuta. Ricordi?
– Ricordo, rispose Verlòj, un po’ turbato dall’inatteso incontro. Ricordo, e son disposto a mantenere la promessa. Dimmi il tuo desiderio: che cosa vuoi?
– Voglio tuo figlio.
L’uomo rimase atterrito: le offerse denaro, le offerse parte dei suoi beni, qualunque altra cosa, purché rinunciasse al desiderio crudele; ma la pittrice fu irremovibile. Allora Verlòj, preso dal terrore, fuggi via e non si fermò né si volse indietro finché non fu arrivato a casa sua e non ebbe chiusa la porta dietro di sé. Proprio allora la moglie aveva messo a letto il bambino, e tutto nella casa era tranquillo. Ma Verlòj non ebbe coraggio di andare a dormire, e l’intera notte e le notti seguenti vegliò accanto al suo bambino.
Sette giorni dopo, mentre Verlòj era al lavoro, suo figlio stava giocando in un praticello dietro la casa, quando a un tratto un avvoltoio nero venne giù a precipizio dall’alto, lo afferrò con gli artigli e scomparve con la sua preda nel cielo. E da quel giorno tornò spesso l’avvoltoio nero a rapire bambini, e sempre maschi. Nessuno lasciava piú andare i fanciulli soli nella campagna e chi doveva uscire con un bambino lo teneva per mano, o se lo legava sulla schiena. Ma presto si constatò che neppure queste precauzioni erano sufficienti. Un giovane e valente cacciatore di Fernacoraso, che aveva già ucciso molti avvoltoi con le sue frecce infallibili, ardentemente desiderava di poter uccidere anche questo; quando andava al lavoro teneva sempre le armi a portata di mano e portava, legato sulle spalle, il suo nipotino di tre anni. Una sera stava tagliando la legna nel bosco sopra il Lago di Bandiòn. Il sole scendeva dietro le ripide pareti delle Tofàne, quando d’improvviso comparve una bella ragazza forestiera che pregò il giovane di aiutarla a cercare un braccialetto che le era caduto in un crepaccio. Egli si prestò volentieri a darle aiuto, ma per scendere nella spaccatura dové togliersi il fanciullo dalle spalle: quando tornò su col braccialetto ritrovato, un grido straziante che veniva dall’alto gli fece alzare il capo, e vide l’avvoltoio nero che volava via col suo nipotino fra gli artigli, già troppo alto perché una freccia potesse raggiungerlo. La sconosciuta era scomparsa. Il cacciatore non poté far altro che tornarsene, desolato, a Fernacoraso, e andar a mostrare il braccialetto a una vecchia molto saggia che conosceva tutte le trame delle streghe. La donna riconobbe il braccialetto come una cosa fatta dalla Svalazza, e disse che la ragazza forestiera si chiamava Filadressa e agiva per conto della strega.
Le madri non osarono piú affidare i fanciulli agli uomini, perché la Filadressa, apparendo loro in aspetto di bella fanciulla, riusciva sempre a turbarli con il suo fascino e a confonderli con le sue astuzie; e, una volta addormentata la loro vigilanza, si trasformava in avvoltoio nero e volava via con i bimbi rubati. Dopo un certo tempo si poté constatare che il suo volo era sempre diretto verso il Soràpis; e i vecchi cacciatori pensavano che la tana dell’avvoltoio fosse sugli altissimi muraglioni di roccia detti Macài de Marcòra. Ma per quanto gli abitanti dei paesi ampezzani e limitrofi si riunissero a consiglio, nessuno poté trovare il mezzo di vincere l’uccello terribile.

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