La chiesa di Sade 1

Un libro di sole cento pagine che trovo molto ricco e stimolante è questo di Riccardo De Benedetti La chiesa di Sade (Medusa 2008). Devo francamente dire che per la figura del Divino Marchese non ho mai provato alcun interesse, neppure momentaneo e marginale, e che di Sade non sono in grado di dire nulla di serio, e neppure di giudicare la fondatezza della tesi generale del saggio, ovvero della pervasività della visione del mondo sadiana a tutti i livelli nella società contemporanea (tesi che di primo acchito mi lascia perplesso). Tuttavia colgo qua e là nel testo spunti di grande interesse, e per questa ragione vi dedicherò due o tre post.

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Sunset Limited

Un professore (un umanista) fa per lanciarsi sotto il treno, il Sunset limited che sta passando a cento all’ora, per porre fine ad una vita che giudica del tutto insensata. Un nero, un uomo dal passato violento che crede di essere stato salvato da Cristo e di dover a sua volta salvare altre vite, lo afferra e gli impedisce di morire, e lo porta a casa sua. Una specie di sequestro a fin di bene, lo tiene chiuso per ore in casa cercando di convertirlo dalla intenzione di morire all’amore della vita. I due non potrebbero essere più diversi. L’ultimo libro di Cormac McCarthy, Sunset Limited (ed. it. Einaudi 2008), è un lungo dibattito tra due voci, che sono due polarità opposte, il bianco e il nero.
Le ragioni di una fede radicale e quelle di una ragione altrettanto radicale si avvitano e si avvinghiano in una dialettica che non lascia scampo: aut-aut. C’è però uno squilibrio, perché il professore è un uomo colto, e l’altro è un semplice, ma un semplice che ha conosciuto la violenza (in un carcere, e qui il racconto del nero ci riporta al McCarthy che conosciamo bene) ed è scampato alla morte per un soffio. Il finale è aperto, infine, come la porta della casa del nero, da cui il bianco esce, sembra, per tornare ai binari del Sunset Limited, mentre il nero si rivolge a un Dio che non risponde. Le ragioni del bianco per desiderare la morte non sono quelle dei comuni suicidi, questo è chiaro fin dall’inizio. È la sua civiltà, la civiltà occidentale, che a lui sembra ormai priva di senso, e anzi sembra rivelare il non senso di tutte le cose, dell’intero mondo. In fondo, quella del professore è la posizione di Leopardi. Ma il Recanatese si trattenne dal suicidio a causa dell’ “amante compagnia” (vedi il Dialogo di Plotino e di Porfirio), il bianco di McCarthy non ha per alcun altro umano amicizia o amore.
Vi sono due passi, verso la fine del libro, in cui la posizione del bianco appare nella sua, per così dire, pienezza nichilistica.

NERO E qual è il mondo che conosci tu?
BIANCO Non credo che lo voglia sapere.
NERO Sí invece.
BIANCO Non penso proprio.
NERO Avanti.
BIANCO Come vuole. Per me il mondo è fondamentalmente un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte dei detenuti – completamente innocenti – perché vengano giustiziati. Non è cosí che la vedo. E cosí che è. Esistono pareri diversi? Certo. Resistono a un esame approfondito? No.
NERO Cavoli.
BIANCO Allora. Vuole dare anche lei un’occhiata a quell’orario ?
NERO E non ci si può fare un bel niente.
BIANCO No. Gli sforzi che fa la gente per migliorare il mondo invariabilmente lo peggiorano. Una volta pensavo che ci fossero delle eccezioni alla regola. Ma adesso non lo penso piú. (p. 102)

Dunque, da un lato la dostoevskiana visione della condanna dell’innocente, delle moltitudini di non colpevoli per cui il mondo è un inferno in vita, senza una ragione. Dall’altro l’impossibilità di un miglioramento della vita umana sulla terra. Come si può infatti affermare che la vita oggi sia migliore di quella di un tempo, se non basandosi su argomenti fragili, smontabili e soggettivi? Dopo che tutti i tentativi di creare paradisi in terra hanno creato altri inferni in aggiunta a quelli già esistenti?

NERO Mi prendi per il culo?
BIANCO No che non la prendo per il culo. Se la gente vedesse il mondo per com’è davvero. Se vedesse la propria vita per com’è davvero. Senza sogni o illusioni. Non credo che troverebbe un solo motivo per non scegliere di morire il prima possibile.
NERO Cazzo, professore.
BIANCO (freddo) Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. E io rifuggo queste discussioni. Il discorso dell’ateo del villaggio che ha come unica passione quella di vilipendere dalla mattina alla sera qualcosa di cui nega innanzitutto l’esistenza. La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell’universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po’ di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere. E la giustizia? La fratellanza? La vita eterna? Santo cielo, amico mio. Mi mostri una religione che prepari l’uomo alla morte. Al nulla. Quella sarebbe una chiesa in cui potrei entrare. La sua prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie. Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebbero un giorno di piú. Chi sarebbe disposto a sopportare questo incubo, se non per paura dell’incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l’ombra dell’ascia. Ogni strada porta alla morte. O peggio. Ogni amicizia. Ogni amore. Tormenti, tradimenti, lutti, sofferenza, dolore, vecchiaia, umiliazione, malattie orrende e lunghissime. E alla fine di tutto una sola conclusione. Per lei e per ogni persona e ogni cosa a cui ha scelto di legarsi. Ecco la vera fratellanza. La vera comunità. Di cui tutti sono membri a vita. E lei mi viene a dire che nel mio fratello sta la mia salvezza? La mia salvezza? Be’, allora lo maledico. Lo maledico sotto ogni forma e sembianza. Mi ci rivedo, in lui? Sí che mi ci rivedo. E quello che vedo mi disgusta. Mi capisce? Riesce a capirmi? (pp. 114 – 115)

Dopo la lettura di questo libretto, rileggersi La ginestra e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Rileggo Simone Weil 32

Impotenza di Dio. Il Cristo è stato crocifisso; suo Padre l’ha lasciato crocifiggere; due aspetti della stessa impotenza. Dio non esercita la sua onnipotenza; se l’esercitasse, non esisteremmo né noi né niente. Creazione: Dio che s’incatena mediante la necessità – Si può sperare che alla morte le catene cadano, ma si cessa anche di esistere come essere separato – Perché la creazione è un bene, pur essendo inseparabilmente legata al male? Perché è un bene che io esista, e non Dio soltanto? Che Dio si ami attraverso il mio miserabile intermediario? Non posso capirlo. Ma tutto ciò che io soffro, lo soffre Dio, per effetto della necessità della quale egli si astiene dal falsare il gioco. (Così egli fu uomo ed è materia, nutrimento). (II, 95)

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Rileggo Simone Weil 31

I miliziani del Testamento spagnolo che inventano vittorie per sopportare la morte; esempio dell’immaginazione che colma il vuoto. Sebbene non ci sia niente da guadagnare dalla vittoria, si sopporta di morire per una causa che sarà vittoriosa, non per una causa che sarà persa. Per qualcosa del tutto privo di forza, sarebbe sovrumano; discepoli del Cristo. Il pensiero della morte esige un contrappeso, e questo contrappeso – a parte la grazia – non può essere che una menzogna.
(…)
La morte, fonte per gli uomini di ogni menzogna e di ogni verità.
(II, 59) Continua a leggere

Voglio una vita come la mia

Forse prima di poter affermare che si tratta di una generazione baciata dagli dèi, bisognerebbe rammentare l’antica riflessione sulla felicità del re Priamo, di cui prima della caduta di Troia si sarebbe potuto dire che fosse l’uomo più felice della terra, ignorando che avrebbe visto in tarda età la sua meravigliosa città distrutta, e lo scempio dei figli e delle figlie. Occorre dunque attendere la sua fine terrena prima di poter proclamare la felicità di un vivente, che sia singolo o gruppo.
La generazione baciata dagli dèi secondo l’io narrante di Voglio una vita come la mia di Marco Santagata (Guanda 2008) è quella nata nel quinquennio 1945 -1950 (ci rientro per 3 giorni, essendo nato il 28 dicembre 1950). Le ragioni addotte dal Marco narrante, specchio ambiguo e infedele dello scrittore, per asserire la felicità generazionale, sono diverse, ma quella fondamentale sta nel fatto che si tratta della prima generazione a non avere attraversato una guerra. Da questo primo motivo di eccezionalità scaturiscono gli altri, come l’aver conosciuto l’italia ancora preindustriale e poi il boom, l’inurbamento delle masse contadine, la rivoluzione sessuale, quella informatica, e così via. Il ritratto della generazione dei sessantenni o giù di lì oscilla tra il compiaciuto e il cinico, secondo il carattere di questo Marco, che offre un quadro dell’Italia dell’ultimo mezzo secolo molto crudo e insieme divertente. Il testo sta tra il saggio e il diario personale, ed è un romanzo solo in quanto il genere è così polimorfo da ingoiare qualsiasi tipo di scrittura. L’adottare come voce narrante un doppio di sé che non è però un doppio identico è anche un espediente per sparare giudizi che possono essere addossati all’altro. Così sono molto godibili le pagine sulla scuola e l’università (anche questo Marco come l’autore è un italianista).

Parlo del Liceo Classico, ovviamente. Ai miei tempi lo Scientifico era ritenuto un surrogato, uno spezzatino di materie buono per tutti gli usi, tranne che per una vera formazione. Mica circolava allora la balla delle due culture: gli accessi all’università erano differenziati; gli scienziati, quelli veri, avevano pure loro una formazione umanistica e gli ingegneri erano considerati per ciò che erano, ingegneri, appunto: a chi mai sarebbe passato per la testa di definirli intellettuali!
Quando ripenso al mio iter scolastico mi sento un po’ l’Attila della scuola italiana: io uscivo da un ciclo, e subito dopo quel ciclo deperiva. Ho fatto l’esame di terza elementare, e poco dopo lo hanno abolito; l’esame di quinta, e hanno abolito pure quello; ho sostenuto l’esame di ammissione alla Media, e poco dopo hanno istituito la Media unificata, senza prova d’ingresso; quello di quinta ginnasio, ed è sparito. Della mia Maturità, all’antica, con tutte le materie, e pure i riferimenti agli anni passati, hanno fatto una burletta. All’università io, modernista, sono stato obbligato a superare tutti gli esami fondamentali (per intenderci, prova scritta di latino e storia antica con lettura dei testi in greco); appena ne sono venuto via, ecco dispiegarsi una delle conquiste del Sessantotto: la liberalizzazione dei piani di studio. ll che, in soldoni, significava che storia del cinema valeva quanto glottologia, che i testi latini si studiavano in traduzione italiana, che la stessa letteratura italiana poteva essere tranquillamente ignorata e via cantando. Con il passare degli anni la situazione è poi ulteriormente peggiorata. Ma quando, ormai vecchio docente, io e altri volenterosi ci siamo adoperati per porre rimedio a tanto sfascio, e siamo riusciti a varare la cosiddetta riforma della didattica, abbiamo partorito, Dio ci perdoni, un mostro di geometrica inefficienza, un coacervo di statuti, regolamenti, commi, percorsi, lacciuoli molto ma molto più brutto dell’essere informe che ha sostituito. A Riccardo come mia (nostra) unica scusante posso dire che, se gli dèi non vogliono, non c’è niente da fare. Avranno un progetto che ci sfugge: stiamo contenti, umana gente, al quia.
(pp. 108 -109)

Rileggo Simone Weil 29

 

Algebra, denaro: livellano, l’una intellettualmente, l’altro affettivamente.

La nostra epoca distrugge la gerarchia interiore, come potrebbe lasciare sussistere la gerarchia sociale che ne è solo l’immagine grossolana?
(II, 31) Continua a leggere

Il paese delle spose infelici

Elisabetta Liguori ha scritto per Bibliosofia una nota sull’ultimo romanzo di Mario Desiati. Comincia così:

Mario Desiati con questo suo nuovo romanzo, quello che non esito a definire della piena maturità e consapevolezza letteraria, ci offre un affresco ampio di quella che è la vocazione alla tragedia tutta meridiana. Continua a leggere

The Spiritual Brain 3

L’essere cosciente è contemporaneamente l’osservatore e l’osservato. Il fatto che in tale situazione l’obiettività sia impossibile crea ovviamente una difficoltà. Ma si tratta solo della prima di molte difficoltà. La coscienza non può essere osservata direttamente. Non esiste alcuna singola area del cervello che sia attiva quando siamo coscienti e inattiva quando non lo siamo. E non vi è alcun livello di attività neuronale specifico che segnali che noi siamo coscienti.

Come nota il filosofo della mente B. Allan Wallace:

Nonostante secoli di moderna ricerca filosofica e scientifica sulla natura della mente, non esiste al presente alcuna tecnologia che possa individuare la presenza o assenza di alcun tipo di coscienza, dal momento che gli scienziati non sanno nemmeno che cosa dovrebbe essere misurato. A esser rigorosi, oggi non si dà alcuna evidenza scientifica neppure della semplice esistenza della coscienza! Tutta la evidenza diretta di cui disponiamo consiste di descrizioni non scientifiche in prima persona dello stato di coscienza.

La difficoltà (…) consiste nel fatto che mente e coscienza non sono un meccanismo del cervello nel modo in cui, per esempio, la divisione cellulare è un meccanismo delle cellule e la fotosintesi è un meccanismo delle piante. Sebbene cervello, mente e coscienza siano naturalmente interrelati, la loro relazione non è spiegata da alcun meccanismo materiale. Continua Wallace:

Una autentica proprietà emergente delle cellule cerebrali è quella della consistenza semisolida del cervello, e questo è qualcosa che la scienza oggettiva, fisica, può ben comprendere … ma essa non comprende come il cervello produca alcuno stato di coscienza. In altre parole, se i fenomeni mentali sono di fatto niente di più che proprietà emergenti e funzioni del cervello, la loro relazione al cervello è fondamentalmente differente da qualsiasi altra proprietà emergente e funzione che si trovano in natura. (p. 109)

Un’autobiografia

Un’autobiografia di Anthony Trollope (An autobiography, trad. it. di A. Manserra, Sellerio 2008), si potrebbe anche intitolare Il romanziere come produttore disciplinato. Il fecondo Trollope intese la scrittura come un mestiere da svolgere con metodo e disciplina ferrei, con una programmazione dei tempi e del numero delle parole da scrivere ogni giorno. Qualcosa di davvero affascinante, il contrario dell’artista come genio e sregolatezza. C’è poco in questo libro (ma molto interessante) della vita personale, per lo più legato al lavoro per le Poste Reali, ma molto dell’arte e della scrittura. Con pagine assai gustose, con i rapporti con gli editori e la critica del tempo. Queste righe per i giovani scrittori mi piacciono molto.

Ma falliscono anche molti giovani, perché si affannano a raccontare storie quando non hanno nulla da raccontare. E ciò è la conseguenza della pigrizia piuttosto che di una innata incapacità. La mente non è stata abbastanza all’opera quando si è iniziata la stesura della storia, né la si tiene sufficientemente in esercizio nel procedere col racconto. Non mi sono mai dato molta pena per la costruzione di una trama, e ora non voglio insistere in modo particolare sulla precisione in un settore lavorativo in cui io stesso non sono stato molto preciso. Non sono sicuro che la costruzione di un intreccio perfetto sia mai stata alla mia portata. Ma il romanziere ha altri obiettivi oltre a quello di svelare una trama. Desidera far conoscere ai propri lettori i suoi personaggi così intimamente da far sì che le creazioni della sua mente siano per loro esseri umani che parlano, si muovono, vivono. Questo non lo potrà mai fare a meno che egli stesso non conosca bene quei personaggi fittizi, e non li potrà mai conoscere bene se non riesce a vivere con loro nella piena realtà di una radicata intimità. Devono essere con lui quando va a dormire e quando si sveglia dai sogni. Deve imparare a odiarli e ad amarli. Ci deve conversare, litigare, li deve perdonare, e si deve persino sottomettere a loro. Deve sapere se sono freddi o passionali, se sono sinceri o falsi, e quanto sinceri e quanto falsi. Di ognuno di loro deve essergli chiara la profondità e l’elevatezza d’animo, la meschinità e la superficialità. E così come sappiamo che, nella realtà, gli uomini e le donne cambiano – diventano peggiori o migliori a seconda che la tentazione o la coscienza li guidino –, allo stesso modo dovrebbero cambiare le sue creature, e ogni cambiamento dovrebbe essere da lui rilevato. L’ultimo giorno di ogni mese raccontato, ogni personaggio del suo romanzo dovrebbe essere di un mese più vecchio. Se l’aspirante romanziere ha tali attitudini, tutto ciò gli riuscirà senza troppo sforzo; ma in caso contrario credo che egli potrà scrivere solo dei romanzi legnosi. È così che ho vissuto con i miei personaggi, e da ciò è arrivato il successo, quale che sia, che ho ottenuto. Esiste una galleria di miei personaggi, e di ognuno posso dire di conoscere il tono della voce e il colore dei capelli, ogni fiamma degli occhi e persino i vestiti stessi che indossano. Di ogni uomo sarei in grado di dire se potrebbe aver pronunciato tali o tal’altre parole; di ogni donna, se in un dato momento avrebbe sorriso o si sarebbe accigliata. Quando mi renderò conto che è cessata questa intimità, allora saprò che è venuto il momento di mandare il vecchio cavallo a pascolare. Che riuscirò a rendermene conto quando arriverà il momento, non lo posso proprio dire. Non so davvero se sono molto più saggio del canonico di Gil Blas; ma so che senza questa capacità un romanziere non può raccontare storie con buoni risultati. (pp. 243 – 244)