Un mezzo di purificazione: pregare Dio, non solo in segreto rispetto agli uomini; ma pensando che Dio non esiste. (I, 385) Continua a leggere
LIBRI
The Spiritual Brain 2
Lo scimpanzé è al 98 per cento umano perché condivide con noi il 98 per cento dei geni. Si è sentito anche questo. Si può ribattere che allora anche un pesce è in parte umano, perché condivide con noi il 40 per cento del DNA. Ma nessuno si sogna di dire questo, e noi mangiamo sardine senza problemi (e i Cinesi anche i cani, che molti esperimenti hanno dimostrato essere in grado di comprendere i segni sociali umani meglio degli scimpanzé). Continua a leggere
The Spiritual Brain 1
Mario Beauregard e Denyse O’Leary sono gli autori di The Spiritual Brain (HarperOne, New York 2007), che reca come sottotitolo A Neuroscientist’s Case for the Existence of the Soul. Mario Beauregard è un neuroscienziato di primo livello, e uno dei pochi che non sia preda di una visione aprioristicamente scientista e mantenga attiva una vigile intelligenza critica. Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 27
Rinuncia. Rinunciare ai beni materiali; ma alcuni di essi non sono forse la condizione per certi beni dello spirito? Si è forse in grado di pensare nello stesso modo quando si ha fame, si è sfiniti, si è umiliati e senza considerazione? Dunque, bisogna rinunciare anche a questi beni dello spirito. Che cosa resta quando si è rinunciato a tutto ciò che dipende dall’esterno? Forse niente? Allora si è veramente rinunciato a se stessi. (I, 364) Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 26
L’uomo, interiormente, non è reale se non come rapporto tra il passato e il futuro. Chi lo priva dell’uno o dell’altro (o di ambedue) gli fa il più grave torto possibile. Abolire interamente ciò che io sono stato. Sradicamento, declassamento, schiavitù. Quanto al futuro, condanna a morte. (E tuttavia la possibilità dell’uno e dell’altro è un bene). – Uccidere secoli passati con l’abolizione di una città, ancora più atroce.
La possibilità del male è un bene.
Possibilità, nozione insondabile. (I, 353) Continua a leggere
Il concerto dei pesci

Da un mondo povero ed epico, alla Modernità dei commerci, del profitto e della tecnologia: è questo il passaggio dell’Islanda di Halldór Laxness, che accompagna la formazione dell’io narrante nel romanzo Il concerto dei pesci (Brekkukotsannál, 1957, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2007). Il giovane Álfgrímur vive nel casale di torba dei suoi “nonni”, in una situazione del tutto premoderna, con ospiti fissi e altri che vanno e vengono, poiché un giaciglio non viene rifiutato neppure agli sconosciuti, neppure ad una vecchia che viene dal nord per morire lontano dagli occhi dei familiari. Il “nonno” Björn fa il pescatore stagionale di lompi. E il ragazzo questo desidera essere da grande: un pescatore di lompi (brutto, sgraziato pesce che gli Islandesi catalogano in due categorie, “saltaerba” e “panciarossa”).
Si tratta evidentemente di un desiderio minimale, del tutto estraneo alla natura del desiderio moderno che si è declinato nella letteratura romanzesca e nella realtà storica. Questo desiderio minimale è attraversato però dalla fascinazione per un personaggio abbagliante ed equivoco, il cantante lirico Garðar Hólm, che rappresenta il grande mondo, la musica, tutto ciò che non è puramente islandese, e anche una dimensione mistica, la ricerca dell’ unica nota pura.
Nel casale di Björn di Brekkukot passano personaggi che vengono dal profondo Nord, e sono narratori di storie, recitatori di saghe.
Le storie erano innumerevoli, ma quasi tutte avevano in comune una cosa: che venivano narrate in maniera diametralmente opposta al metodo che attribuiamo ai romanzi danesi; la vita del narratore non entra mai a interferire con la storia, meno che mai le sue opinioni: l’argomento parla da sé. Non avevano mai fretta di concludere il loro racconto, quegli uomini. Ogni volta che arrivavano a un punto che il pubblico trovava entusiasmante, spesso si mettevano a recitare lunghissime genealogie; poi si lanciavano in qualche digressione, sempre in grande dettaglio. La storia stessa viveva di vita propria, fresca e remota e ignara delle tecniche narrative, libera da qualsiasi sentore umano, un po’ come la natura, dove gli elementi soli regnano su tutto. Cos’era un piccolo uomo raggrinzito in qualche alloggio fortuito paragonato alla grandezza del mondo dell’età eroica, il mondo dell’epica con i suoi grandi eventi che accadevano una volta e per sempre? (p. 79)
L’entrata dell’Islanda nella Modernità pone fine al modo di vivere povero-epico, e introduce una nuova dimensione del tempo. La pendola di Brekkukot non era un orologio segnatempo nel senso moderno, ma un marchingegno animato, una cosa che rimandava alla dimensione del sempre nuovamente uguale a se stesso che è propria dell’epica, di ciò che si può eternamente ascoltare perché cambia sempre ed è sempre se stesso.
Da tempo nessuno sentiva più la nostra pendola, come se neppure esistesse. Ma in questi ultimi giorni la stanza era silenziosa, e allora sentii che ticchettava ancora. Non si lasciava sgomentare. Lenti, lenti procedevano i secondi negli ingranaggi di mio nonno, e dicevano come un tempo: e-ter-ni-tà, eter-ni-tà. E ascoltando attentamente si distingueva come una nota cantata nel ticchettio; e i rintocchi della campanellina d’argento. Com’era bello sentire ancora una volta la nota di questa pendola in cui viveva una strana creatura; e aver potuto vivere qui a Brekkukot, in questo piccolo casale di torba che era la giustificazione di tutte le altre case sulla terra; nella casa che dava un senso alle altre case. (p. 342)
Rileggo Simone Weil 25

Non si facevano statue a Yahweh; ma Israele è la statua di Yahweh. Questo popolo è stato fabbricato come una statua di legno, a colpi d’ascia. Popolo artificiale. Quando entrò in Egitto era una tribù; è diventato una nazione in schiavitù. (In quattro secoli e mezzo non sono riusciti ad assimilarsi). Tenuti insieme da una terribile violenza.
Non assimilabili, non assimilatori. (I, 346) Continua a leggere
Un cristianesimo possibile

A chi desideri leggere un libro che gli dia un saggio della teologia accademica italiana di oggi, dei suoi contenuti medi e del suo stile, consiglio Un cristianesimo possibile di Carmelo Dotolo. Sottotitolo: Tra postmodernità e ricerca religiosa (Queriniana 2007). Quattrocento pagine in teologichese, nelle quali c’è di tutto. Soprattutto c’è dentro una messe di note e di citazioni, che insieme costituiscono quasi due terzi del testo. Dotolo dà prova di grande erudizione, ma da bravo teologo ufficiale e clericale mostra una originalità di pensiero prossima allo zero, e una grande simpatia per formule fisse, quali la ricorrente “memoria rischiosa di Cristo”, la cui rischiosità il lettore fa fatica a mettere in relazione con la vita di un teologo accademico.
Come accade nella teologia accademica, nessun tema è affrontato con un pensiero libero e radicale, e per di più anche la tematica del sacro quando è toccata lo è senza il minimo riferimento al pensiero più forte degli ultimi decenni, che è quello di René Girard: un peccato ai miei occhi assolutamente imperdonabile. Leggendo libri come questo tu capisci anche come possa avere tanto successo l’opera di Vito Mancuso, che al di là di ogni considerazione critica ha il merito di affrontare davvero i problemi.
Nei gesti di liberazione dal male, nella figura della comunione indiscriminata con gli esclusi, gli ultimi, nella rottura con schemi religiosi e legalistíci di interpretazione della fede in Dio, la santità di Gesù si costituisce paradigma di una differente concezione dell’esperienza credente, capace di ricreare l’identità dell’uomo nella forza dell’agàpē. Ne consegue, come mostra il Nuovo Testamento, una trasformazione del sacro nel santo. Più precisamente, la metamorfosi del sacro non consiste nel passaggio dal sacro al santo, dal mistero tremendo e affascinante alla purezza etica, quanto nello spostamento decisivo verso una radicale personalizzazione della relazione fra il divino e l’uomo (p. 206). E sul sacro non si va al di là di questo.
Aggiungo un’altra considerazione. A mio parere oggi la questione prima della teologia è quella della sofferenza di Dio, un’idea che in molti teologi compare, senza però che il pensiero sia portato fino in fondo. Il tema della sofferenza di Dio (non del solo figlio in quanto uomo) è infatti legato alla questione del rapporto di Dio al tempo, e infine della assolutezza di Dio stesso e della sua eternità. Pensare ad un Assoluto sofferente infatti è impossibile, anche perché la sofferenza non si dà se non nello spazio e nel tempo. E qui si apre uno di quelli che io definisco buchi neri teologici. (cfr p. 254)
Filosofia di passione 10
Anche nell’ultima parte di Filosofia di passione, in cui Fornari dispiega la sua grande forza di pensatore, tutto l’edificio della sua teoria unificata del mito e del rito (ovvero della cultura umana) posa con tutta evidenza sul concetto di vittima originaria, che è insieme il concetto dell’origine della vittima. E’ evidente che è l’individuo massacrato unanimemente dal suo stesso gruppo la vittima che Fornari ha in mente. Continua a leggere
Cattivi insegnanti

Si può essere cattivi insegnanti in molti modi, anzi in moltissimi, e lo si può essere anche a dispetto di una viva intelligenza e grande apertura culturale, della pratica delle innovazioni didattiche, e anche del successo conseguito presso allievi e famiglie, se lo spirito è intimamente guasto. Una delle tante anime grandi liquidate dalla Rivoluzione sovietica, e una delle supreme, Pavel Florenskij, raccontando ai figli la sua giovinezza (Ai miei figli. Memorie di giorni passati, Mondadori, Milano 2003), evoca ad un certo punto una figura della quale era stato intimo amico prima di scoprirne la tabe profonda: El’čaninov, che fece l’insegnante.
Per ogni occasione inventava nuovi metodi di insegnamento, risvegliava le menti e l’interesse, stimolava. Con lui si studiava con passione, ai suoi ammonimenti si obbediva volentieri e li si adempiva persino, e nella maggior parte dei casi egli poteva portare i suoi allievi dovunque volesse; solo di rado gliene capitavano di tali a cui non ispirava fiducia e che non lo amavano affatto. Il programma di studio veniva assimilato e tutto pareva filare liscio. Di fatto, invece, El’čaninov strappava il bambino alla sua famiglia e, senza che il poveretto se ne rendesse conto, gli istillava la sfiducia verso il prossimo e gli insegnava a prendere le distanze dagli altri; l’allievo scopriva un punto di vista nuovo per lui, vuoi di sufficienza sprezzante, vuoi di biasimo e riprovazione verso i suoi genitori e tutti gli altri; da quel momento tutto e tutti gli parevano meschini, prosaici, gretti, così come convenzionali e insignificanti erano gli obblighi e i rapporti quotidiani. Era una sorta di ebbrezza, ma non come l’ebbrezza era innocente. Strappati i fili della vita e andatosene, El’čaninov lasciava nell’anima la zizzania, un senso di vuoto e una ferita alla quale si univano il veleno di un’eccessiva autostima e le pretese alla vita che essa implicava. (p. 260)
Questo passo mi ha ricordato un episodio significativo della mia giovinezza di insegnante. Il peggiore. Ottobre 1977. Mi hanno appena nominato (dall’anno prima sono incaricato a tempo indeterminato) in un liceo scientifico. Due classi. Entro in una delle due (una quarta) e trovo tutti gli studenti seduti coi banchi disposti in cerchio. Alla mia osservazione immediata che preferirei una disposizione tradizionale, mi rispondono che così sono stati abituati dal rimpiantissimo insegnante di italiano dell’anno precedente, che è passato all’università e di cui serbano un ricordo struggente (ovviamente di ciò la Preside non mi ha minimamente avvertito – si sa che gli insegnanti giovani sono carne da cannone, e d’altro canto non c’è di peggio che dover sostituire in cattedra un idolo). Mi dicono che loro in classe non facevano lezioni, ma tenevano seminari. Non si sentono studenti comuni, secondo il modello della società borghese. L’insegnante-idolo, a sua volta, doveva sentirsi una specie di Lacan. Infatti, andando a vedere i registri dell’anno prima, mi accorgo che non sono annotati argomenti di lezioni, ma vaghissimi Seminario su Propp, Seminario su Deleuze, e così via). Canti della Divina Commedia letti: zero. Professore tuttavia giudicato eccelso da studenti e famiglie. Convinzione radicata in tutta la classe che la malattia mentale non esista, e i pazzi siano i borghesi che si ritengono sani, che la società sia di merda, e così via. Ovviamente nella classe c’è un allievo leader. Un autonomo, membro di un collettivo violento. Non studia nulla. Fuma molta erba. Sa tutto quello che deve sapere, sul mondo e l’ultramondo. Gli altri allievi, comprese le figlie di famiglie ricche e potenti, perdono le bave per lui. Fanno tutto quello che dice, obbediscono a ogni suo cenno. L’idolatria che si riversava sul professore ora è diretta al compagno. Durante l’anno scolastico 1977-1978 ne succedono di ogni sorta. Compreso un attentato dinamitardo alla casa della Preside. Il giovane leader finisce per alcuni giorni in carcere. Torna a scuola con l’aureola del martirio.
Quell’anno sono riuscito a spiegare due canti di Dante. Per descrivere bene quella situazione, occorrerebbe un Dostoevskij.
Anni dopo venni a sapere che un ragazzo della classe, che allora mi era sembrato un innocuo pacioccone, si trovava rinchiuso in carcere, condannato per rapina a mano armata. Parafrasando appena Florenskij, potremmo dire che quel docente mio predecessore aveva lasciato nell’anima degli studenti di quelle classi la zizzania, un senso di vuoto e una ferita alla quale si univano il veleno di un’eccessiva autostima e le pretese alla vita che essa implicava. Se v’è un modo malsano di accrescere l’autostima dei ragazzi e delle ragazze, e trasformarla in veleno, questo modo nella scuola v’è stato e vi è ancora. Ma è un modo plurale, anche se la sua radice è una sola: la fuga dalla ragione.

