Bevo dunque sono

Un libro iniziatico, ricco di illuminazioni e di un umorismo benevolo e umanissimo, è la guida filosofica al vino di Roger Scruton Bevo dunque sono (I Drink Therefore I Am. A Philosopher’s Guide to Wine, 2009, trad. it. di G. Rigamonti, Raffaello Cortina Editore 2010). Inglese che avrebbe voluto farsi francese per amore dei grandi vini di Francia e delle terre che li generano, Scruton trascina il lettore da una regione all’altra, da un vigneto all’altro, mostrando come deve essere il rapporto più nobile e fecondo col grande dono degli Dei. Molte figure di filosofi sono presenti nel libro, ampiamente autobiografico, che alla fine offre anche una serie di consigli sugli abbinamenti della giusta bottiglia ad una serie di opere filosofiche. Il pensiero di Scruton anche in quest’opera appare libero e liberalconservatore, abbastanza irriverente nei confronti dei luoghi comuni di ogni tipo e della political correctness imperante. Ne riporto qualche passaggio. 

«Aristotele avrebbe definito la scienza della metafisica così come ha fatto se avesse avuto idea di ciò che avrebbero fatto col risultato pensatori come Heidegger, tessendo disastrose ragnatele d’insensatezza intorno alla “questione dell’essere”, spezzettando l’essere in una miriade di frammenti tipo essere-per-altri, essere-per-la-morte, essere-davanti-a-se-stesso, gonfiando la copula di pseudopensiero flatulento e dimenticando invariabilmente che ci sono lingue in cui l'”è” predicativo non c’è?» pp. 119-120.
«… viaggiare contrae la mente, e più uno va lontano più la fa contrarre. C’è un solo modo di andare da qualche parte con mente aperta: nel bicchiere. » p.92.
 «E però, se vogliamo dire tutta la verità, il miglior accompagnamento a una bella bottiglia di Hermitage vecchio è il riccio alla creta, ed è un peccato che la legge sulle specie protette ci costringa a sostituirlo con lo scoiattolo alla brace» p. 56.
«I crimini del XX secolo, che stanno scomparendo dalla memoria umana con la rapidità che solo il senso di colpa può generare, avrebbero dovuto impiantare fermamente il concetto di perdono nel lessico dei filosofi.» p. 101.
«Il vino ricorda all’anima le sue origini corporali e al corpo il suo significato spirituale, fa sembrare sia intelligibile sia giusta la nostra incarnazione » p. 109
«Bevuto bene, il vino trasfigura il mondo che osserviamo e illumina proprio l’aspetto più misterioso degli esseri contingenti che ci circondano, cioè il fatto che sono – e però avrebbero potuto non essere. La contingenza di ogni cosa risplende nel suo stesso aspetto, e per un momento siamo consapevoli che l’individualità e l’identità sono le forme esteriori assunte da un unico fuoco interno, e questo fuoco è anche noi stessi. » p. 128
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