Autoricordi: Opel Olympia

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La ricordo bene, quell’Opel Olympia grigio chiaro, che lo zio Elvio guidava con stile nervoso, facendomi soffrire un gran mal di macchina sulle strade ricche di curve. Ricordo le nausee per la terribile puzza di benzina che non abbandonava mai l’abitacolo. Per qualche anno la sorella di mia madre Teresa, la zia Francesca, visse in un sobborgo di Ginevra, Troinex, insieme al marito Elvio Petrovich, ingegnere che aveva trovato un lavoro interessante in Svizzera. Andammo a trovarli nel settembre del 1959. In quei tempi fortunati le scuole iniziavano il 1 ottobre. Qui si vedono da sinistra mio fratello Paolo (in auto), mio padre, mia madre, il sottoscritto e la zia Francesca. E la montagna sullo sfondo è il Monte Bianco. Erano tempi in cui le donne nelle chiese cattoliche portavano il velo, e usavano portare fazzolettoni in testa tutto l’anno. Allora le donne in genere mi interessavano però assai poco, e le bambine per nulla: le trovavo sciocche creature perché invece che creare mondi fantastici, nei loro giochi riproducevano la piatta realtà di tutti i giorni, imitando con le bambole le loro mamme, mentre noi maschi ci fingevamo personaggi che i nostri padri non erano, e vivevamo avventure che i nostri genitori non avrebbero mai potuto comprendere.

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