È lei!

Tiziano e Ghedina

Sto leggendo Ninfa moderna di Georges Didi-Huberman, e mi capita di rivedere a p. 19 una riproduzione in bianco e nero del famoso Baccanale di Tiziano. Rimango colpito dalle fattezze della baccante addormentata. Dove ho visto quella donna? Poi mi ricordo, perché l’ho vista da poco: nell’affresco perduto del mio trisavolo Giuseppe Ghedina Bagno a Pompei. È sempre lei! Mi ero già accorto che le due figure più sensuali dell’opera di Ghedina, l’una abbandonata totalmente nell’acqua, a sinistra, l’altra che ne emerge parzialmente, sono la stessa donna. Ma questa donna è la baccante di Tiziano. È di una evidenza assoluta. Del resto, Tiziano era venerato dai Ghedina, e Giuseppe disegnò anche il basamento ottagonale per la statua di Tiziano che fu eretta in Pieve di Cadore.

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25 aprile

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Ricordo che quando ero bambino nella mia famiglia il 25 aprile si respirava un’aria strana. Lo capii tardi il motivo, da adolescente, quando mio padre mi spiegò che qualche giorno dopo la Liberazione il fratello di mia madre, Gaetano Ghedina, arruolatosi l’anno prima volontario nelle Camicie Nere, negli ultimi giorni di guerra ferito e catturato dai partigiani, era stato fucilato senza alcun processo. Per questo mia nonna Carolina, che in questa foto del 1944 si vede insieme al figlio, e che in guerra aveva perduto anche il fratello Cecco, affondato col sommergibile Neghelli, morì di crepacuore: una parola che sentii ripetere molte volte da piccolo, senza capirla. Il 25 aprile per la famiglia di mia madre significò una piaga inguaribile.
Io sono un liberale, del tutto lontano da ogni forma di totalitarismo, e mi professo decisamente antifascista, e però mi rendo perfettamente conto di quanto difficile sia, in Italia, quella che chiamano memoria condivisa.

Bambini morti

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Aveva solo sei anni e otto mesi quando morì, Attilio Aurelio Brotto, figlio del mio bisnonno Tomaso e di Orsola Maria Duprè. Fino all’altro giorno non sapevo che un mio prozio fosse morto bambino, nel lontano 1886. Nell’Ottocento la morte di un bambino era un evento frequentissimo, il tema della culla vuota un triste tema ricorrente. Denutrizione delle masse contadine, scarsa igiene, assenza quasi totale di strutture ospedaliere (e mezzi di trasporto lenti), Welfare State inesistente, e mancanza di farmaci che noi oggi diamo per scontati, come gli antibiotici, facevano della nascita un rischio grave per madre e bambino, e dei primi anni di vita un periodo molto difficile. Sono cose risapute, ma quando ho letto gli atti di morte di un paese come il mio natale (Zero Branco in provincia di Treviso) nel tentativo di ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia, e ho passato in rassegna gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, sono rimasto molto colpito. Quanti bambini di pochi mesi o anni morivano in quel tempo! Un numero impressionante. E se Tomaso e Orsola persero quel figlio di sei anni (non oso immaginare le sofferenze), il fratello Enrico Brotto e sua moglie Bianca Sagramora furono molto più duramente colpiti dal destino: nel 1874 muore la figlioletta Luigia, all’età di 10 mesi; nel 1877 muore Luigia Angelina, all’età di due anni e cinque mesi; nel 1879 il figlioletto Luigi, all’età di otto mesi. Sono anche gli anni della tremenda epidemia di difterite, alla quale Carducci dedica l’ode barbara Mors. Non ci sono parole per commentare una simile strage di innocenti. Allora non c’era né antibiotico né vaccino. Ed essere, come era Enrico, un possidente non metteva al sicuro i tuoi figli. Tristezza di piccole tombe scomparse, di nomi svaniti nel nulla.

Proconsul

amnh2 Da sinistra, Shivapitekusu, proconsole

Nella mente di ogni persona adulta abitano parole che richiamano aspetti e scene della fanciullezza, diciamo dei primi dieci anni di vita. Per lo più si tratta di parole comuni, talvolta interessanti solo per l’accento con cui venivano pronunciate da qualcuno, o per il contesto. Le più interessanti sono quelle strane, desuete, poco frequentate. Un esercizio piacevole è andare a ripescarle, anche se spesso riemergono spontaneamente, come ben si sa. Sono sempre legate ad immagini e sensazioni che colpirono la nostra fantasia di bambini. Negli anni Cinquanta mio padre comprava regolarmente il settimanale Epoca, che conteneva spesso articoli di divulgazione scientifica, con illustrazioni. Quando avevo sette od otto anni, uscì una serie sulla preistoria,  che potei leggere, e che rilessi poi per anni (mio padre faceva rilegare gli inserti). Un termine tra gli altri mi si fissò nella mente: proconsul.  Proconsul africanus, un primate del miocene, presentato come un remoto antenato dell’uomo. Ricordo anche che non fu possibile parlarne coi compagni di classe, scarsamente interessati alla paleontologia. Non essendo autistico, tuttavia, capivo le loro ragioni. Condividevamo molti altri interessi.

Turboplano

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Nei primi anni sessanta se ne vedevano molti al Lido di Venezia, con le piccole ali rotanti. Incroci in plastica tra aeroplanino ed aquilone, i turboplani si rompevano subito, e il filo di nylon si ingarbugliava spesso. Intorno al 1962 ne ho avuti due o tre. Una volta rotti, usavo il filo dei rocchetti per pescare le anguele nel rio sotto casa.

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Il pro-pro-prozio Luigi

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Il mio pro-pro-prozio Luigi Ghedina, fratello del mio trisavolo Giuseppe, costituisce con lui la più importante coppia di pittori ampezzani dell’Ottocento. Qui si vedono due quadri di Luigi, Il capriolo ucciso sulla neve e Il cacciatore. Il cacciatore in realtà è lui stesso. I Ghedina avecano una casa di caccia nei dintorni di Fiames. Beati loro. Mi sa che il gene del cacciatore per li rami mi deriva da Luigi.

Ferretto

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È dei primi anni Cinquanta questo ritratto a olio che mio nonno Gino Ghedina dipinse di Ferretto, un frequentatore dell’osteria sopra la quale era l’appartamento in cui vivevamo in quel tempo, a Venezia. Lo ricordo bene, Ferretto, sempre alle soglie dell’ubriachezza, ma un po’ più in qua, sempre benevolo e gentile verso di me e di mio fratello Paolo. Mentre il suo amico, con cui era sempre insieme, e di cui non ricordo il nome, ci faceva paura. Ferretto era piccolo e magro, e il suo amico grande e grosso, un omaccione con una voce profonda e roca. Quando ci vedeva, l’omaccione ci diceva sempre «ve cusìno in farsóra» (vi cucino in padella). Lui intendeva scherzare, ma noi eravamo piuttosto intimiditi. Ai primi di luglio, la mia famiglia partiva per la montagna, due mesi di villeggiatura. Non abbiamo avuto un’auto per tutti gli anni Cinquanta. Mia madre preparava un cestone che veniva spedito in anticipo, e poi si prendeva il treno, la littorina che dondolava molto, procurandomi la nausea, coi sedili ricoperti di un velluto che mi dava molto fastidio al tatto. I bagagli a mano, numerosi e pesanti, ce li portava Ferretto alla stazione di S. Lucia.

Inizio

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Sono nato il 28 dicembre 1950, a Zero Branco, alle ore 13 e al modo antico: in casa, estratto col forcipe dal medico condotto. Venti giorni dopo sono stato inserito nella Christianitas mediante il battesimo degli infanti. Qui mi si vede uscire dalla chiesa in braccio al mio padrino, Elvio Petrovich. Oggi la Christianitas non esiste più, e il battesimo degli infanti sopravvive come una sua reliquia. Esiste ancora il Cristianesimo, in Italia essenzialmente come Cattolicesimo, ma è una realtà molto differente da quella di allora, e sopravvive come scelta consapevole solo in una parte minoritaria della popolazione. Del resto, l’essere minoritario del Cattolicesimo si manifesterebbe pienamente nel momento in cui il battesimo ritornasse ad essere una libera scelta della persona.

Prima elementare

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Anno scolastico 1956-57, la prima elementare dell’istituto Beata Capitanio di Venezia si compone di trenta elementi, tra i quali sono io (indicato da una freccia bianca). Avevo già fatto lì due anni di asilo, riempiendo di aste e tondini molte pagine, e apprendendo l’importanza della disciplina esterna e interiore. E invidiando quelli che si fermavano a mangiare lì, portandosi il cestino da casa, mentre io, che abitavo vicino alla scuola, dovevo correre a casa mia, pranzare in fretta, e subito tornare in classe. La giovane maestra Franca Navarrini (il cognome potrebbe essere non del tutto esatto) la chiamavo  “la maestra con la coda di cavallo”, perché non la vidi mai altrimenti pettinata. Dei compagni che qui rivedo ricordo molti perfettamente, nome cognome sembianze. Una maestra per trenta scolari, che crebbero alfabetizzati, alcuni anche molto alfabetizzati, pur essendo di famiglia umile. Altri tempi. I più indisciplinati tra noi alle maestre attuali apparirebbero angeli.