Scolari

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Questa vecchia foto del 1961 mostra mia madre in veste di maestra elementare, a Ca’ Brentelle nell’entroterra veneziano. Gli alunni erano tutti figli di contadini e operai. La fotografia ispira un senso di allegria e disciplina, esattamente quella fusione dei due elementi che è indispensabile per la crescita positiva di bambini e ragazzi, quella fusione che a partire dal 1968 si è totalmente dissolta. Da quell’anno infatti l’allegria è stata collegata all’anarchia, e alla disciplina solo l’oppressione e la noia. Quei bambini che qui vediamo sono oggi sessantenni. Qualcuno sarà morto, qualcuno finito male, come è nel destino degli umani: e tuttavia i loro volti un po’ sfocati rivelano un’attesa del futuro di un genere che oggi non troverete mai negli sguardi dei giovanissimi, ben più ricchi di costoro, ma accompagnati dalla percezione di una catastrofe imminente.

Il Bivio

Anno 1958: frequento la seconda elementare all’Istituto Beata Capitanio a Venezia. Da tre anni so leggere, perché ho imparato da solo grazie al Corriere dei Piccoli e a Topolino. Ora mi trovo di fronte ad un arduo dilemma: da grande farò il professore o il cacciatore bianco in Africa? Scelgo. Farò il cacciatore.

Autoricordi: Opel Olympia

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La ricordo bene, quell’Opel Olympia grigio chiaro, che lo zio Elvio guidava con stile nervoso, facendomi soffrire un gran mal di macchina sulle strade ricche di curve. Ricordo le nausee per la terribile puzza di benzina che non abbandonava mai l’abitacolo. Per qualche anno la sorella di mia madre Teresa, la zia Francesca, visse in un sobborgo di Ginevra, Troinex, insieme al marito Elvio Petrovich, ingegnere che aveva trovato un lavoro interessante in Svizzera. Andammo a trovarli nel settembre del 1959. In quei tempi fortunati le scuole iniziavano il 1 ottobre. Qui si vedono da sinistra mio fratello Paolo (in auto), mio padre, mia madre, il sottoscritto e la zia Francesca. E la montagna sullo sfondo è il Monte Bianco. Erano tempi in cui le donne nelle chiese cattoliche portavano il velo, e usavano portare fazzolettoni in testa tutto l’anno. Allora le donne in genere mi interessavano però assai poco, e le bambine per nulla: le trovavo sciocche creature perché invece che creare mondi fantastici, nei loro giochi riproducevano la piatta realtà di tutti i giorni, imitando con le bambole le loro mamme, mentre noi maschi ci fingevamo personaggi che i nostri padri non erano, e vivevamo avventure che i nostri genitori non avrebbero mai potuto comprendere.

Un basco

Maggio 1943. Il mio nonno materno Gino Ghedina seduto sul prato dipinge S. Francesco di Fiesole. In quel periodo della guerra girò per la Toscana. Portava sempre il basco, indossava perennemente calzoni alla zuava, e non lasciava mai la pipa. Così lo ricordo nel brevissimo periodo della mia vita dal quale posso prendere qualche ricordo di lui.

1963

Quasi mezzo secolo è passato dal momento fermato in questa fotografia dell’agosto 1963, in cui sono con mio padre dalle parti di Caviola: avevo 12 anni e fatto la seconda media. L’anno dopo avremmo preso in affitto a Cortina d’Ampezzo un appartamento il cui proprietario era un falegname ottantenne, Antonio Caldara, che aveva appreso l’arte sotto il governo imperial-regio. A volte gioco mentalmente col tempo, e penso cose di questo genere: che 49 anni prima del 1964 era il 1915, e dunque quell’anno sta in mezzo tra questi due punti, è tanto lontano dal mio presente di oggi quanto l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra dall’altro versante. Oppure penso cose di questo genere: che io ho conosciuto persone che nell’anno del Signore 1900 avevano 18 anni, e a loro volta avevano conosciuto persone nate nel 1810, in pieno regime napoleonico. E sempre un brivido mi coglie, sempre di nuovo.

Sguardi dal passato 3

Che melanconia nello sguardo della nonna…  Carolina Rezzani, la mia nonna materna, era ligure. Sposò mio nonno Gino Ghedina, ladino di Cortina d’Ampezzo, pittore e irredentista. Ebbero tre figli: Teresa, Francesca e Gaetano. Non l’ho mai conosciuta: i miei mi raccontarono che morì di crepacuore a causa della tragica vicenda del figlio. Gaetano nel 1945, ragazzo di vent’anni con la testa piena di idee di eroismo, si arruolò nelle Brigate Nere e fu fatto prigioniero dei partigiani negli ultimi giorni di guerra. Non aveva fatto in tempo a sparare nemmeno un colpo. Qualche giorno dopo il  25 aprile era chiuso in una stanza assieme ad altri, qualcuno mise dentro la canna di un mitra e fece fuoco. Sua madre Carolina non gli sopravvisse a lungo.

In quest’epoca in cui si parla di nozze gay e dei temi connessi vedo delle spaventose cotraddizioni. Anzitutto questa: esattamente nel momento in cui la scienza enfatizza al massimo l’importanza del DNA e dei fattori ereditari nella costituzione di quello che ciascuno di noi è, il rapporto con chi ci ha generato, e con chi ha generato lui, viene svalutato, e la stessa sessualità e la differenza di genere con la sua fondamentale alterità interna al nucleo amoroso vengono affogate in una notte in cui tutte le vacche sono grige. Io penso che un bambino abbia diritto ad avere non solo un padre e una madre, cioè un genitore maschio e un genitore femmina, esattamente quei due che lo hanno reso quello che è mediante una eredità inestirpabile, ma anche dei nonni. Uno dei miei crucci è quello di aver goduto della presenza di un solo nonno, e per così pochi anni: non ho avuto la fortuna di conoscere l’affetto di una nonna, e senza dubbio mi è mancato qualcosa di importantissimo.

Sguardi dal passato 2

Non ho molte immagini della mia nonna paterna, Bianca Berto. Morì vent’anni prima che io nascessi, dopo aver dato alla luce due figli e tre figlie, e aver vissuto la vita della moglie di un agiato commerciante, mio nonno Elpino, che aveva servitù e carrozza. La collana di perle e l’eleganza in questa fotografia non eclissano tuttavia la strana luce di uno sguardo fisso, enigmatico, quasi Bianca antivedesse la rovina futura della famiglia, che sarebbe stata prostrata dal fallimento di Elpino. Mio padre scrive in una sua nota che i primi dieci anni della sua vita furono felicissimi, ma con la povertà che colse la famiglia (ad un certo punto non ebbero nemmeno i soldi per la luce elettrica e la sera accendevano le candele) e la tragedia della morte di sua madre quella felicità scomparve.

Sguardi dal passato

La mia bisnonna materna Teresa con mia madre Teresa alla sua destra e mia zia Francesca in braccio. Tre sguardi molto differenti: lo stupore della bimba di pochi mesi davanti al mondo, gli occhi vispi e curiosi di una bambina che guarda il fotografo, e il placido affidarsi agli eventi dell’anziana signora che ha perduto tutti i suoi beni.

Questa foto ha circa novant’anni. La posso contemplare a lungo, ed essa mi parla. Ma che sarà nel 2100, e forse molto prima, delle innumerevoli foto digitali in cui noi oggi imprigioniamo tanti momenti delle nostre vite? Quali discendenti le potranno guardare come io guardo ora questa reliquia di un mondo passato?

Antenati

La nostra è una società senza culto degli antenati, radicalmente privata delle radici. Quasi sempre la stessa conoscenza dei puri e semplici nomi degli antenati è assente. La frattura che interviene nella catena delle generazioni è una espressione dell’individualismo e del nichilismo del soggetto contemporaneo. Forse però è anche l’altra faccia della libertà individuale di cui godiamo.

Nella vecchia foto i bisnonni materni Gaetano Ghedina e Teresa Dal Bon, a Cortina D’Ampezzo, luogo d’origine della famiglia. Per scarsa attitudine al governo dei beni materiali, i due coniugi persero tutta la loro fortuna (tra cui il bel laghetto Ghedina), e mio nonno Gino dovette guadagnarsi da vivere con la sua arte di pittore.

Il mappamondo

Nel 1959, nell’appartamento in cui abitavamo a Venezia, in Campo San Giacomo dell’Orio, eravamo in cinque: mio padre, mia madre, la zia Maria, mio fratello Paolo, e io. Oggi sono andato al cimitero di Zero Branco, a portare fiori sulla tomba del mio bisnonno paterno Tomaso e dei suoi discendenti.  Quattro dei membri della mia famiglia di allora, di quel 1959, dormono là insieme  il sonno eterno. Paolo è morto nel 1993, a 41 anni. Oggi lo ricordo così, vicino al mappamondo che ci regalarono in quell’anno lontano, che aveva una luce al suo interno, che si poteva accendere e spegnere. Era bello guardarlo luminoso in una stanza buia.