Il castello di ghiaccio

Vesaas_CastelloDiGhiaccioTra gli ultimi romanzi che ho letto, Il castello di ghiaccio di Tarjei Vesaas (Is-slottet, 1963, trad. it. di I Petroni, Iperborea, Milano 2001) merita una lode particolare. È un romanzo incantevole, che mostra una straordinaria capacità dell’autore di penetrare nell’anima femminile sospesa tra infanzia e adolescenza. È la storia di un’amicizia assoluta di due ragazzine undicenni, compagne di scuola, che a lungo non si parlano, fino a che una sera, a casa di una delle due, finalmente si incontrano e scoprono di essere entrate in un’amicizia totale. Ma Unn la mattina dopo, invece che andare a scuola, va a fare una passeggiata fino alla cascata ghiacciata che dà il titolo al romanzo. In quella specie di magico castello entra, e lì si perde, e non ne esce più. Siss, l’altra fanciulla vive disperatamente le ricerche, e i mesi successivi si chiude sempre più in se stessa, fino allo sciogliersi del ghiaccio e al crollo del castello, a primavera. La sera dell’amicizia Siss e Unn si guardano insieme allo specchio, e si accorgono di essere una.

Quattro occhi con raggi e bagliori sotto le ciglia. Tutto lo specchio ne era pieno. Domande che affioravano e si dissolvevano. Non so: raggi e bagliori, da te a me, da me a te, e da me a te sola – dentro e fuori dallo specchio, e mai una risposta su cosa significhi, mai una spiegazione. Le tue labbra rosse e piene, no, sono le mie, così simili! I capelli con lo stesso taglio, raggi e bagliori. Siamo noi! Non possiamo farci nulla, è come se venisse da un altro mondo. L’immagine si mette a fluttuare, esce dai bordi, si concentra, no, non si concentra. E’ una bocca che sorride. Una bocca da un altro mondo. No, non è una bocca, non è un sorriso, è qualcosa che nessuno sa – sono solo ciglia spalancate su raggi e bagliori.

Del romanzo è possibile una lettura simbolica, anche perché il linguaggio dello scrittore, terso e cristallino come il ghiaccio, a volte apre ad immagini impreviste ed inquietanti. Come nel brevissimo capitolo intitolato L’uccello, che inizia così:

L’uccello rapace dagli artigli d’acciaio tracciò una diagonale tra due vette, in un tempo inesistente. Senza posarsi, riprese quota per sfrecciare più lontano. Senza requie, senza una meta certa al suo perpetuo librarsi in cielo.
Sotto di lui si stendeva il paesaggio invernale. Era deserto ovunque volasse. Il suo sguardo lo sezionava. I suoi occhi lanciavano lampi e invisibili schegge di vetro nell’aria ghiacciata, e vedevano tutto.
Lì regnava sovrano – per questo non vi erano altre forme di vita. Gli artigli d’acciaio erano freddi come il ghiaccio, il vento gelido vi sibilava attraverso mentre fendeva l’aria pronto, a ghermire.
L’uccello tagliava le distese deserte in strisce e spirali, ed era la morte. Se c’era ancora una forma di vita tra gli alberi o i cespugli, partiva un lampo dall’occhio e una diagonale fendeva il cielo in picchiata. Dopo, la vita era ancora più rara.
Non vedeva nulla che gli somigliasse.
Si librava ogni giorno sopra le vaste distese. Aveva ali forti, non si stancava mai.
Non poteva morire.

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