Due romanzi

L’archivio segreto di Annarosa Mattei (Mondadori 2008 ) e L’amore necessario di Nadia Fusini (Mondadori 2008 ) sono due romanzi molto diversi, ma qualcosa li unisce. Non tanto il calligrafismo, che pure si nota subito – la cura della forma è molto superiore a quella del romanzo medio di oggi -, quanto, in ciò che dicono, la crisi della differenza, ovvero l’aspetto fondamentale, insieme alla cultura vittimaria, del nostro mondo.
Il romanzo della Mattei ha un respiro più ampio, la giornata della protagonista-voce narrante a spasso per Roma la porta a contatto con uomini e donne del passato, monumenti, persone conosciute e sconosciute, molti personaggi appena tratteggiati, e soprattutto gente della borghesia intellettuale della sua cerchia, quasi tutti presi da irrisolti problemi d’amore. Ma l’interlocutore più importante è un gatto, saggio e parlante, che guida la protagonista nel mistero dell’essere (addirittura). Nel romanzo della Mattei vediamo un disperato tentativo di salvare la differenza tra l’uomo e la donna, attribuendo tra l’altro alla donna il ruolo di narratrice di storie e all’uomo quello di ascoltatore, sul modello delle Mille e una notte, che come soluzione è davvero un po’ debole, per quanto suggestiva. Nello stesso tempo, in assoluta contraddizione, vediamo il venir meno di ogni differenza tra l’animale e l’umano (già intravisto nel romanzo di esordio). E anche questo, coi gatti e i cani che parlano, ecc., è un segno dei tempi. Un gatto che parla, o che comunque è qualcosa di più di un gatto,  deve essere (se non siamo in una favoletta o in Esopo) un demone come nel Maestro e Margherita, o un umano sotto falso sembiante. Qui viene presentato come un puro gatto. Qualcosa non va.

Il breve romanzo di Nadia Fusini ha anch’esso nella fabula una dimensione temporale ristretta: in una notte la protagonista-voce narrante (anche qui) scrive una lunga lettera all’amato, in cui ripensa tutta la sua vita amorosa. Ovviamente l’amore omosessuale (maschile e femminile) è posto sullo stesso piano di quello eterosessuale. Anche qui crollo delle differenze. Ciò che li unifica è la passione. Infatti l’amore di cui parla la Fusini, ben più di quello della Mattei, è l’amore-passione, esattamente quello di cui ha scritto, nel suo memorabile e illuminante libro, Denis De Rougemont. Ed essendo l’amore-passione, esso ha una dimensione vittimaria essenziale, è sempre vicino alla morte, invoca necessariamente la morte. Secondo la tradizione che parte dai trovatori e si celebra nel romanticismo.

ci saranno uomini, finché le donne ne custodiranno in sogno l’idea. Ogni donna sogna un uomo ideale, e così facendo nutre l’essenza stessa della mascolinità (p. 98). C’è qui lo stesso pensiero che si trova nella Mattei. Interessante questo tardivo approdo femminile all’idea che l’altro è costruito dal sé: nella letteratura scritta da uomini questo si vede da 2000 anni e più. E però la crisi della differenza fa sì che l’altro non possa essere veramente altro: … a far sognare le donne non è la fantasia di uomini potenti, virili. No, quello che fa davvero sognare le donne è il maschio che ha incorporato in sé la femmina. Non è Cesare, il padrone del mondo, che fa impazzire Cleopatra, è Antonio (pp. 98- 99). Ho seri dubbi che valga l’inverso, e che l’uomo sia fatto sognare dalla donna che ha in sé il maschio, almeno finché il maschio sussisterà come tale, e fatte salve le patologie, e quelle che Freud chiamava perversioni. Ma forse sono troppo rozzo.

Migrazioni

Migrazioni di Miloš Crnjanski (Ceoбe, 1929-1962, la prima parte e la seconda sono rese in romanzi autonomi, Migrazioni I e Migrazioni II, pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di L. Costantini) è un opus complesso e stratificato, in cui si intrecciano motivi diversi, e la storia si congiunge al mito e alla metafisica. Qui siamo lontani le mille miglia da una letteratura immediata e leggera, del tipo oggi più diffuso, e si respira la tremenda serietà dello scrittore investito da un’ispirazione che lo trascende, che pesa su di lui. In Migrazioni I il vagabondare del reggimento Slavonia-Danubio al servizio dell’Impero Asburgico nelle guerre europee del Settecento, tra marce estenuanti, fango, battaglie e saccheggi, è reso mirabilmente: questi rozzi soldati serbi, strappati alle loro case di fango e ad una patria provvisoria in cui si sono stabiliti pur sempre agognando un ritorno nelle terre strappate loro dai Turchi, sono i padri dei Serbi dei due secoli successivi. Essi combattono le guerre di altri senza sapere il perché: una vita dura, e combattere e morire, appare un destino ineluttabile. E poi ci sono le vicende personali di due fratelli diversissimi, un comandante militare e un commerciante, e della donna che è la sposa del primo e l’oggetto del desiderio del secondo, in una spirale mimetica che conduce alla morte. Grande la parte finale, in cui al villaggio ritorna il fantasma di un soldato morto, e la bella donna adultera, morta di malattia, per il popolo diventa un vampiro che diffonde malattia e distruzione e perciò deve essere eliminato (col paletto piantato attraverso la bara). Balcani di sangue e di capri espiatori.
L’intensità anche lirica di Migrazioni I è rivelata dall’indice, di per sé stupendo.

1. Un cerchio azzurro, immenso. Nel suo cuore una stella
2. Partirono, e dietro di loro nulla rimase. Nulla
3. Giorno e notte, ampio, lento, scorreva il fiume. Su di esso, la sua ombra
4. Partì Vuk Isakovič, ma dietro di lui mosse anche la Fruška Gora
5. Le partenze e le migrazioni li resero torbidi ed effimeri come il fumo dopo la battaglia
6. Il passato è un abisso fosco e spaventoso. Ciò che è entrato in quel crepuscolo non esiste più e non è nemmeno esistito
7. Vagabondavano come mosche senza testa; mangiavano, bevevano, dormivano e infine cadevano a passo di carica, entrando nel nulla, per volere e interessi altrui
8. Affliggendosi sul vuoto del parto, comprese che della sua anima non sarebbe rimasta traccia nemmeno nelle figlie, e morì, rimpiangendo di non poter salvare almeno il corpo, ebbra di godimenti
9. Uno di loro, il più misero, conservò, anche dopo la morte, lo splendore del suo essere, sì da poter tornare e apparire, all’ingresso del villaggio, sulla strada, nel punto esatto dove, in primavera, fioriva la prima acacia
10. Un cerchio azzurro, immenso. Nel suo cuore una stella

Uno dei meriti della poderosa opera di Miloš Crnjanski è quella di generare una lettura lenta. E, di conseguenza, di far meditare su quanto spreco sia insito nella vorace, bulimica lettura di libri su libri cui si dedicano molti lettori forti dei nostri giorni. Spesso si legge troppo e male. Si passa da un romanzo all’altro senza far sedimentare, senza far germogliare alcun seme. Passi per gli autorucoli (ma perché leggerli?). Con i grandi è uno spreco e un delitto.
Il respiro di Migrazioni è profondo, il cuore batte lentamente. Bisogna consuonare con esso.
Il Settecento austro-russo di Crnjanski è una voragine sull’immensità della storia e del mondo e sull’inconsistenza dell’individuo. L’orgoglioso nobile ussaro sirmiano Pavle, vedovo che scopre l’amore per la moglie dopo la morte di lei e le rimane fedele oltre il limite, e che nella sua ignoranza coglie, con la sola forza della sua ingenua meditazione, il senso del tutto—che si riassume nella frasetta ripetuta «è acqua passata»—è una delle più grandi figure romanzesche dello sradicamento che si possa trovare in tutta la letteratura del Novecento.

La cappella eretta sulla tomba della moglie era situata su un monticello, all’ombra di un prugneto, e il suo tetto di la­miera azzurra si vedeva da lontano, attraverso i rami. Di fronte ad essa era posta una panca, al centro di una siepe quadrata di bosso dietro la quale si vedevano campi di grano falciati, foreste lontane e la valle del Danubio. Una piccola cupola a bulbo sormontava il tetto della cappella.
Dopo una lunga pausa di raccoglimento, Pavle si sedette sulla panca per rilassarsi e chiuse gli occhi. Sentiva la brezza del Danubio accarezzargli i capelli e il viso. In seguito ripete­va spesso che quella era stata la più grande consolazione del­la sua vita.
Rabbrividiva immaginando lo stato presente del corpo di Katinka, ma ciò non gli impedì di accarezzarla e baciarla col pensiero, più di quanto avesse fatto quando era viva. Pen­sando a quel cadavere in decomposizione – e di cadaveri ne aveva visti tanti nella sua vita -, Pavle sgranò gli occhi per l’orrore, ma subito si riprese. Tutte le cose intorno a lui gli sembravano vaghe e transitorie, come quell’estate che volge­va alla fine. La contemplava, quell’estate, dovunque andas­se, la sentiva aleggiare sui campi falciati e sui tetti di Vara­din, sui cimiteri e sullo Srem, su di lui e su tutti gli imperi. Nella sua patria perdurava il caldo dell’estate, ma nella brezza che saliva dal Danubio si avvertiva già una frescura autunnale. La morte della moglie si confondeva adesso con la caducità delle cose del mondo, che aveva segnato tutti i fatti della sua vita. Temesvár, il reggimento degli ussari sirmiani, le sue terre, la sua casa, tutto lo abbandonava. Solo la moglie morta lo accompagnava, accarezzandogli i capelli e il viso.
I suoi cugini avevano dei figli e pensavano che in questi si sarebbe perpetuata la loro vita, destinata così a durare in eterno. A lui, Pavle, questa speranza era negata. Tutto gli sembrava evanescente come un sogno. Ciò nonostante, era venuto via da Varadin senza lacrime, portandosi nelle orecchie i canti che i giovani, in giro per i vicoli dei villaggi, intonavano sotto la luna nelle notti d’estate. Ogni volta che il ricordo della moglie gli tornava in mente durante il viaggio, esso era accompagnato da quelle melodie.
Era la cosa più bella del mondo.
(pp. 430-431)

Filosofia di passione 9

Al di là di insufficienze particolari, e dei punti di dissenso anche grave, quello che mi pare decisivo nella prospettiva aperta da René Girard e continuata da altri pensatori, tra cui spiccano Giuseppe Fornari ed Eric Gans, è la centralità della questione della natura, ovvero del rapporto tra il naturale e l’umano-culturale. In altri termini, il pensiero veramente antropologico è quello che pensa l’umano nella sua differenza, nella sua irriducibilità. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 24

Comunione cattolica. Dio non si è fatto carne solamente una volta, egli si fa ogni giorno materia per donarsi all’uomo ed esserne consumato. Reciprocamente, mediante la fatica, la sventura, la morte, l’uomo è fatto materia e consumato da Dio. Come rifiutare questa reciprocità? (I, 337)
Continua a leggere

Giovane turco

In questi tempi in cui si discute molto del rapporto fra la Turchia e l’Europa, può essere interessante la lettura di un bel romanzo di Moris Farhi, Giovane turco (Young Turk, 2004, trad. it. di I. Zani, Edizioni Lavoro, Roma 2005), ambientato negli anni Quaranta del secolo scorso, che narra l’ingresso di un gruppo di adolescenti in un mondo difficile e affascinante. Il romanzo di Farhi parla essenzialmente del significato dell’esser turco, e delinea una turchità come coesistenza di culture differenti che si compenetrano dialogando tra loro. Un sogno, forse, che potrebbe aver ricevuto delle smentite storiche tremende, come il genocidio degli Armeni.
La trama del libro, che ondeggia tra assoluto realismo e affioramenti mitici, si distende sopra l’abisso di lacrime e sangue degli anni della grande strage nazista degli Ebrei, che con la Turchia hanno sempre avuto un buon rapporto, trovandovi spesso scampo dalle persecuzioni occidentali. Non c’è nazione senza contraddizione. L’inizio è splendido, e merita di essere letto e riletto, a dimostrazione di una grande tempra di narratore.

In principio è la Morte. Ogni creatura la incontra, alla nascita. E gli animali non di­menticano mai quell’incontro: mentre noi umani, con poche eccezioni, lo scordiamo sempre, benché vi mercanteggiamo diverse volte al giorno. Questo commercio non viene mai condotto con il cervello o con il cuore, come ci si potrebbe aspet­tare, ma con i genitali. I fremiti che avvertiamo tra le gambe non sono sempre causati dal desiderio sessuale o dalla paura: per lo più, essi documentano i nostri negoziati con lo Scheletro Cigolante.
Questi i fatti, così come sono usciti dalla bocca di Mahmut il Simurgo, il cantastorie turkmeno del circo. Fedele al proprio nomignolo, egli somiglia a un uccello, immenso e oscuro co­me una nube di pioggia. E benché si accompagni con un kemençe che ha soltanto due corde al posto delle consuete quat­tro, crea suoni che paiono provenire da altri mondi. Quanti lo hanno sentito cantare la storia del genere umano in mille e un episodio potranno confermare che egli è, come lui stesso am­mette, il solo uomo di verità sulla terra.
Alle volte, le transazioni fra la Morte e la sua preda si fanno violente. Quando Alessandro Magno uscì dal ventre di Olim­pia e vide la Morte che gli gironzolava intorno, subito sguainò la spada e le si gettò contro. La Morte gli sfuggi a stento, e poi non osò avvicinarsi di nuovo ad Alessandro per trentatré anni; non finché non le riuscì di corrompere una zanzara babilonese perché avvelenasse il nobile sovrano.
Come non manca di sottolineare Mahmut il Simurgo, l’a­spetto fenomenale e sovente trascurato di questa storia, trascurato persino nell’ İskendernâme, l’ineguagliabile peana di Nizâmi ad Alessandro, non è che un neonato abbia il coraggio di attaccare la Morte, perché dopotutto certe qualità in un eroe divino uno se le aspetta; ma che ogni generazione produca molti individui normali in grado di percepire la presenza della Custode della Polvere. Questi profeti di morte dotati di sette occhi, sette cervelli e del fegato necessario a salvare le vittime della Morte; quelli simili a Ercole, Atatürk e Churchill, giusto per fare qualche nome, sono noti come Pîr.
(Per chiarire meglio: sappiamo tutti che la Morte è un emis­sario di Allah. Diversamente dagli altri servitori di Allah, tutta­via, ella è anche un demone. Per questo ogni volta che può, an­ziché scegliere le anime che hanno condotto esistenze piene e hanno bisogno di passare a un mondo migliore, o i miscreden­ti che meritano di morire, lei ghermisce i giovani, i buoni, i giusti, e addirittura razze intere. Spesso carpisce, ben prima che sia il loro tempo, persone che sono carissime al cuore del­lo stesso Allah. Così facendo ella umilia l’Onnipotente: e si tratta di un’iniquità oltre ogni iniquità. Forse che un giardino lascia le sue piante perire? Spiacente, Efendi, oggi le rose sono tutte morte; dolentissimo, Hanim, entro domani tutti i gladioli saranno estinti; ohimè, Aga, i lillà sono stati sterminati ieri! È ovvio che Allah dovette intervenire, e così creò i Pîr.)
Come ho detto, Mahmut il Simurgo conosce ogni verità; dunque, quando cantò le rivelazioni dei Pîr, mi resi conto che la nostra vicina Gül de Taranto era una di loro.  (pp. 7 – 8 )

Filosofia di passione 8

Nel centro della sua opera, Fornari si misura con autori con i quali Girard ha incrociato le armi senza oltrepassare una schermaglia superficiale, e con pensatori italiani come Severino, Calasso e Colli che hanno un rapporto vitale con Nietzsche e Heidegger. Fornari, poi, valorizza in modo particolare il pensiero di Luigi Pareyson.

Continua a leggere

Contro il fanatismo

Contro il fanatismo (The Tubingen Lectures. Three Lectures, 2002, trad. it. di E. Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2004) contiene le conferenze tenute da Amos Oz sul tema del rapporto tra Israeliani e Palestinesi. Dovrebbero leggerlo tutti coloro che pensano di aver capito tutto della questione mediorientale. Ma si sa che la saggezza è per pochi, e che il fanatismo è per molti. È un virus dal quale solo la pratica della saggezza può rendere immuni. Essendo saggio, Oz è ovviamente anticonformista, e la sua idea del compromesso nella divisione fra i due popoli può apparire impraticabile. Il problema della Palestina è che tutti hanno ragione e tutti torto, e che bisogna iniziare dalla rinuncia ad una parte della propria ragione e dalla comprensione dell’opposta ragione dell’altro.

Gli europei benpensanti, gli europei di sinistra, gli intellettuali europei, gli europei liberali, com’è no­to, hanno sempre bisogno di sapere per prima cosa chi sono i “buoni” e chi i “cattivi” in un film. Ora, a proposito del Vietnam era molto facile, sapevamo per­fettamente che il popolo vietnamita era la vittima e gli americani erano i cattivi. Per l’apartheid era faci­le, si dichiarava senza esitazione che quello era pec­cato, mentre la lotta per i diritti civili, per la libera­zione e l’uguaglianza e la dignità umana, quella era giusta. La guerra fra colonialismo e imperialismo su un fronte, e le vittime del colonialismo e dell’impe­rialismo sull’altro, è relativamente semplice – si può individuare con facilità chi sono i buoni e chi i catti­vi. Quando invece si arriva alle radici del conflitto arabo-israeliano, e in particolare ai conflitti israelo-­palestinesi, le cose non sono più così semplici. E te­mo che non le renderò più facili per voi dicendovi: questi sono gli angeli, questi i demoni, non dovete fa­re altro che sostenere i primi, e il bene prevarrà sul male. Non è così semplice, amici miei, non è così sem­plice perché il conflitto israelo-palestinese non è un film western. Non è una lotta fra bene e male, la con­sidero piuttosto come una tragedia antica, nell’acce­zione più precisa che la parola assume: lo scontro fra un diritto e un altro, fra una rivendicazione profon­da, pregnante, convincente, e un’altra assai diversa ma non meno convincente, pregnante, non meno umana. (p. 58 )

Fate il vostro gioco

 

Quel che mi piace in Roberto Michilli, e avevo già apprezzato in Desideri (vedi), è la maturità disincantata del suo sguardo sul mondo, e il controllo della scrittura che rivela una profonda assimilazione della lettura dei classici. Qualcosa di simile a quello che trovo nel grande e misconosciuto Alessandro Spina. Il breve ma intenso romanzo Fate il vostro gioco, che nel titolo evoca subito la figura del croupier e il casinó con tutto ciò che portano con sé nella letteratura occidentale degli ultimi due secoli, è anzitutto un’esercitazione di scrittura come una variazione musicale sul tema, in secondo luogo un libro di agevole lettura che ti prende nella voglia di sapere come andrà a finire la vicenda, ma infine è anche una espansione della tematica del desiderio già sviluppata appunto in Desideri.
La struttura è semplice. Durante un viaggio in treno un uomo narra ad un altro viaggiatore, che non parla mai, la sua vita, dominata prima da una passione distruttiva per il gioco d’azzardo, e poi, dopo una apparente conversione che porta l’uomo ad esercitare la professione di “avversario del giocatore” ovvero di croupier, dominata da un altro desiderio assoluto, quello di trovare un sistema scientifico per vincere alla roulette. Un sistema scientifico per individuare i numeri che usciranno, non un marchingegno truffaldino. Per raggiungere questo obiettivo, egli impiega tutte le sue risorse monetarie, fisiche e mentali, servendosi dell’informatica nascente, e dei primi PC (siamo intorno al 1980). La bravura di Michilli sta nel trasformare le elucubrazioni matematico-statistiche e i problemi di programmazione del computer in una vicenda appassionante. Ma quello che a me interessa, è come, sempre, il risvolto antropologico. Il desiderio illimitato si rivela in realtà senza oggetto. Il protagonista che in gioventù ha sperperato nel gioco un ingente patrimonio, non muta radicalmente l’oggetto del suo desiderare, che rimane fondamentalmente vuoto. Il guadagno di milioni che gli potrebbe consentire la sua scoperta non è finalizzato a nulla di reale, e la soddisfazione di battere il meccanismo del casinò, il Sistema, è in sé cosa misera e vuota. In questo senso, anche il protagonista di Fate il vostro gioco si rivela essere un uomo vuoto, ed è in ciò eminentemente novecentesco, mentre l’associazione dell’informatica al mondo del gioco d’azzardo si pone come una metafora del nostro destino.

Filosofia di passione 7

Poiché Fornari è filosofo, e l’operazione condotta in Filosofia di passione è apertamente filosofica, come il titolo proclama, gli dobbiamo chiedere una coerenza totale ed un rigore appunto filosofico nell’uso dei termini e dei concetti. Allora, quando si parla di una conoscenza assoluta, cioè soluta ab, ovvero sciolta da, dobbiamo chiedere da cosa, da quali limiti questa conoscenza sia sciolta. Uguale rigore è da invocare quando si parla di conoscenza reale. Ora, per Fornari la conoscenza della vittima è una conoscenza non ipotetica né discutibile, una conoscenza dunque non relativa, ma reale ed assoluta. Tuttavia, questa conoscenza mi sembra non trascendere, anche nel discorso fornariano, i limiti del soggetto conoscente. L’assolutezza che io sento di attingere, ad esempio nella fede, è un’esperienza soggettiva, esattamente come quella del mistico, il cui superamento del soggetto e dell’io riguarda pur sempre lui, e non me. In effetti, dobbiamo anche aggiungere, l’esperienza storica mostra che l’attribuzione dello status di vittima è sempre problematico, ed oggetto di negoziazione e di conflitto. I Palestinesi come popolo sono vittime? Saddam Hussein è stato vittima? Eichmann è stato vittima? L’attribuzione della condizione vittimaria mi sembra un atto condizionato dall’esperienza storica e dalla sua lettura, che dipende a sua volta da una serie di precondizioni: si tratta dunque di una operazione sempre relativa a, e mai assoluta.

Al di là degli aspetti più propriamente scientifici delle idee di Girard, che come abbiamo visto presentano molti lati imperfetti e discutibili, e per mezzo di queste medesime imperfezioni, si affaccia una verità che non è in alcuna maniera opinabile, e cioè che esistono vittime. Mentre il relativismo culturale non può e non vuole spezzare il circolo chiuso del linguaggio e dell’interpretazione, la consapevolezza che esiste una vittima trascende di colpo la circolarità delle ipotesi e delle interpretazioni equivalenti fra loro. Se io mi accorgo che all’interno di un gruppo la violenza di tutti si scarica su un capro espiatorio, in forma fisica o ipocritamente trasformata, io sono investito da una conoscenza che non è discutibile, non è in alcun modo ipotetica. Non si tratta più di una conoscenza teorica, ma di una conoscenza reale e assoluta, che viene a coincidere con la mia esistenza come essere morale, cioè dotato di libertà. Grazie alla demistificazione evangelica possiamo passare dalla rappresentazione ingannevole dei persecutori, riflessa nei miti e nei testi di persecuzione, a una rappresentazione completamente degna di fede, una rappresentazione che coincide con la rivelazione, convergenza che ha nella resurrezione la sua pietra angolare. Lo skandalon della vittima diventa skandalon conoscitivo. (p.119)

Che la verità della vittima appartenga alla sfera della fede, e non a quella della filosofia, confermando quanto detto circa gli incerti confini tra ambito teologico e ambito filosofico nel discorso fornariano, è evidente in queste righe:

La verità della vittima è un assoluto che non rimane irrelato col resto dell’esperienza dal momento che la fonda e la rende possibile, ivi inclusi i medesimi strumenti conoscitivi che noi adoperiamo nel prenderne atto. (p. 126)
La vittima come fondamento è (…) perfettamente reale e rappresentabile. La vittima è vera non in quanto principio metafisico, ma in quanto persona reale che io vedo e che devo difendere. In questa concretezza che è universale proprio perché totalmente incarnata si può verificare la superiorità della legge dell’amore cristiano rispetto alle assolutizzazioni della filosofia e della metafisica. Proprio perché viva e concreta questa legge non ammette eccezioni di sorta. (p. 141)

Se la vittima non è un principio metafisico (ma se non lo è come può essere il fondamento dell’esperienza umana?), ma una persona reale, che io vedo come vittima e che quindi, essendo vittima, cioè perseguitata ingiustamente, io devo difendere, da dove mi viene quell’obbligo etico, se non da un messaggio religioso mediato storicamente, e quindi condizionato dalla storia stessa? Poiché se fossi un azteco non muoverei un dito in favore dei prigionieri scannati sui gradini dei templi.

Fornari è polemico contro i girardiani antisacrificali, chiamiamoli così, ovvero contro coloro che vedono nella morte di Gesù un’uccisione ma non un sacrificio in senso proprio. Per Fornari, anche il dono ha, come tutto, origine sacrificale. La tendenza di molti seguaci di Girard secondo lui è
“(…) estremamente pericolosa, perché (…) accentuando i difetti presenti nelle idee di Girard, le deforma portandole a dire ciò che non dicono, e allontanandole da quel realismo che rimane il sigillo di garanzia di questo pensatore.” (p. 123)

Per contrastare questa tendenza che giudica erronea e fuorviante, e per recuperare pienamente la sacrificalità della Passione, Fornari ritorna necessariamente all’Origine, dove pone un’esperienza estatico-sacrificale che, per quanto impersonale e collettiva, implica sempre la percezione di un altro-divino, la cui divinità rimane a nostro giudizio del tutto infondata e infondabile. Lo si vede perfettamente in questo passo, che dalla natura dell’offerta di sé del Cristo, cioè dell’Eucarestia, deduce l’elemento del cannibalismo, che nell’espulsione-uccisione girardiana non è un principio generalizzato.

Mi sono già occupato più volte di questa retorica alquanto sentimentale, che prescinde gravemente da un’autentica considerazione storica dell’origine dei doni umani dal sacrificio: il dono non è infatti altro che l’imitazione da parte dell’uomo di quella traslazione di senso e di vita che i fedeli sentono di ricevere dal loro dio, è l’interpretazione ulteriore del transfert sacrificale una volta che esso consente culturalmente l’elaborazione di un’idea di proprietà, di un bene che si è ricevuto o si spera di ricevere, e di cui privarsi per farne dono alla divinità e ringraziarla. Il sacrificio più arcaico non ha quindi alcun rapporto diretto col dono, dato che si basa su uno stato di estasi collettiva nel quale originariamente non c’era alcunché di personale, né da parte dei fedeli né da parte della forza divina da cui il gruppo si avvertiva dominato, e nel quale pertanto, non essendovi attori personali nel senso nostro, non vi potevano essere né autori né beneficiari di ipotetici doni. Prima del possesso che si riceve o si dà esiste la possessione di gruppo, che non è un processo di scambio, o una sorta di contratto sociale, ma un’esperienza radicale che fonda l’essere stesso di tutti a partire dall’essere fisico della vittima, dal suo corpo e dal suo sangue di cui tutti si cibano. Se dunque si vuole interpretare la morte di Cristo come dono “antisacrificale”, cioè contrario al sacrificio ed esente dal sacrificio, si viene ad escludere che tale morte abbia efficacia redentrice nei confronti dell’autentico sacrificio arcaico, che non sa nulla di doni e di scambi perché istituisce lo spazio simbolico stesso su cui, molto più avanti, gli uomini ragioneranno in termini simili. (p. 123 -124)

Anche su questo punto la primatologia può esserci d’aiuto. Infatti l’offerta di cibo ad un membro del gruppo è stata osservata tra gli scimpanzé: i maschi vanno a caccia di altre scimmie, e poi offrono pezzi di carne alle compagne, avendone in cambio prestazioni sessuali. Dico questo non per banalizzare il discorso o per ricondurlo nei binari di una scienza sperimentale basata su osservazioni controllabili, ma perché ritengo che un discorso sulle origini dell’umano vada svolto senza trascurare la massa dei dati offerti da primatologia e paleoantropologia, cercando di non trascurare le poche evidenze, ma anche la massa delle non-evidenze.

https://www.facebook.com/brottof

(7 – continua)

Heliopolis

Può essere a tratti strana l’impressione che si prova leggendo Heliopolis (Heliopolis, trad. it. di M. Guarducci, Guanda, Parma 2006) il romanzo di anticipazione che Jünger pubblicò nel 1949. Si ha la sensazione di leggere uno strano ibrido tra fantascienza e Goethe. Una visione complessa di una società dominata dalla tecnica ma ancora pervasa di umanesimo aristocratico, con intuizioni sul futuro tecnicizzato dell’umanità che si alternano a squarci di narrazione tradizionalissima, ma mai scontata. Come nel dibattito tra gli amici alle pagine 106 – 111, in cui ciascuno è chiamato a esprimere la propria idea della felicità, un passo che rimanda alle origini arcaiche della letteratura e della saggezza. C’è un brano che mi pare una vera profezia dei nostri anni (in parte ex eventu, ma solo in piccola parte), in cui soprattutto mi inquietano molto queste parole: Alla fine non c’era più nulla di insulso, di impudico, di terrificante che non entusiasmasse le masse con la furia di un uragano.

La cosa strana era che il demos fosse potuto cadere in balìa di simili dèi, anche se la via che portava a essi era ritenuta logica. Serner lo aveva descritto bene nel suo lavoro sullo sviluppo del tribunato. C’erano prima i teorici e gli utopisti che vivevano in celle lavorando e occupandosi seriamente, logicamente e, per lo più, rettamente del futuro degli oppressi e della loro felicità. Por­tavano alle masse la luce. Poi venivano gli uomini pratici, i vinci­tori delle guerre civili e i Titani di nuove ere, i prediletti dell’au­rora. Nella loro azione culminava e naufragava l’utopia. Si vedeva che essa era stata il mezzo propulsore ideale. Era evidente che si poteva trasformare il mondo, ma non la base su cui esso poggiava. Seguivano poi i potenti puri. Essi fabbricavano per le masse il nuovo tremendo giogo. La tecnica li appoggiava sì da superare anche i sogni più audaci degli antichi tiranni. I vecchi mezzi tor­narono con nomi nuovi: la tortura, la servitù della gleba, la schia­vitù. Si diffusero disillusione e disperazione, e un profondo ribrez­zo per tutte le frasi e i raggiri della politica. Fu questo il momento in cui lo spirito si rivolse ai culti, in cui fiorirono le sètte e ci si cominciò a dedicare, in piccole cerchie e in élite, alle arti, alla tradizione e ai piaceri. Di fronte a questo risveglio, declinarono le grandi masse. Emersero allora quegli spiriti tendenti al male nei quali la massa riconobbe subito personificazioni e idoli di quel­l’animalità che le era rimasta. Essa li amava nella loro pompa, nella loro petulanza, nella loro insaziabilità. L’arte – soprattutto il cine­matografo e l’opera – preparò il clima perché tali tipi si sviluppas­sero. Alla fine non c’era più nulla di insulso, di impudico, di terrificante che non entusiasmasse le masse con la furia di un uragano. Mentre la penultima figura comparsa sulla scena si era data al lusso, al vizio, alle crapule nell’interno della sua residenza e delle sue isolate villeggiature, quest’ultima, invece, esibiva tutto nei mercati e nelle piazze come rappresentazione dedicata al popolo, come banchetto per gli occhi. Aveva scoperto le fonti della popo­larità. (p. 220)