Giovane turco

In questi tempi in cui si discute molto del rapporto fra la Turchia e l’Europa, può essere interessante la lettura di un bel romanzo di Moris Farhi, Giovane turco (Young Turk, 2004, trad. it. di I. Zani, Edizioni Lavoro, Roma 2005), ambientato negli anni Quaranta del secolo scorso, che narra l’ingresso di un gruppo di adolescenti in un mondo difficile e affascinante. Il romanzo di Farhi parla essenzialmente del significato dell’esser turco, e delinea una turchità come coesistenza di culture differenti che si compenetrano dialogando tra loro. Un sogno, forse, che potrebbe aver ricevuto delle smentite storiche tremende, come il genocidio degli Armeni.
La trama del libro, che ondeggia tra assoluto realismo e affioramenti mitici, si distende sopra l’abisso di lacrime e sangue degli anni della grande strage nazista degli Ebrei, che con la Turchia hanno sempre avuto un buon rapporto, trovandovi spesso scampo dalle persecuzioni occidentali. Non c’è nazione senza contraddizione. L’inizio è splendido, e merita di essere letto e riletto, a dimostrazione di una grande tempra di narratore.

In principio è la Morte. Ogni creatura la incontra, alla nascita. E gli animali non di­menticano mai quell’incontro: mentre noi umani, con poche eccezioni, lo scordiamo sempre, benché vi mercanteggiamo diverse volte al giorno. Questo commercio non viene mai condotto con il cervello o con il cuore, come ci si potrebbe aspet­tare, ma con i genitali. I fremiti che avvertiamo tra le gambe non sono sempre causati dal desiderio sessuale o dalla paura: per lo più, essi documentano i nostri negoziati con lo Scheletro Cigolante.
Questi i fatti, così come sono usciti dalla bocca di Mahmut il Simurgo, il cantastorie turkmeno del circo. Fedele al proprio nomignolo, egli somiglia a un uccello, immenso e oscuro co­me una nube di pioggia. E benché si accompagni con un kemençe che ha soltanto due corde al posto delle consuete quat­tro, crea suoni che paiono provenire da altri mondi. Quanti lo hanno sentito cantare la storia del genere umano in mille e un episodio potranno confermare che egli è, come lui stesso am­mette, il solo uomo di verità sulla terra.
Alle volte, le transazioni fra la Morte e la sua preda si fanno violente. Quando Alessandro Magno uscì dal ventre di Olim­pia e vide la Morte che gli gironzolava intorno, subito sguainò la spada e le si gettò contro. La Morte gli sfuggi a stento, e poi non osò avvicinarsi di nuovo ad Alessandro per trentatré anni; non finché non le riuscì di corrompere una zanzara babilonese perché avvelenasse il nobile sovrano.
Come non manca di sottolineare Mahmut il Simurgo, l’a­spetto fenomenale e sovente trascurato di questa storia, trascurato persino nell’ İskendernâme, l’ineguagliabile peana di Nizâmi ad Alessandro, non è che un neonato abbia il coraggio di attaccare la Morte, perché dopotutto certe qualità in un eroe divino uno se le aspetta; ma che ogni generazione produca molti individui normali in grado di percepire la presenza della Custode della Polvere. Questi profeti di morte dotati di sette occhi, sette cervelli e del fegato necessario a salvare le vittime della Morte; quelli simili a Ercole, Atatürk e Churchill, giusto per fare qualche nome, sono noti come Pîr.
(Per chiarire meglio: sappiamo tutti che la Morte è un emis­sario di Allah. Diversamente dagli altri servitori di Allah, tutta­via, ella è anche un demone. Per questo ogni volta che può, an­ziché scegliere le anime che hanno condotto esistenze piene e hanno bisogno di passare a un mondo migliore, o i miscreden­ti che meritano di morire, lei ghermisce i giovani, i buoni, i giusti, e addirittura razze intere. Spesso carpisce, ben prima che sia il loro tempo, persone che sono carissime al cuore del­lo stesso Allah. Così facendo ella umilia l’Onnipotente: e si tratta di un’iniquità oltre ogni iniquità. Forse che un giardino lascia le sue piante perire? Spiacente, Efendi, oggi le rose sono tutte morte; dolentissimo, Hanim, entro domani tutti i gladioli saranno estinti; ohimè, Aga, i lillà sono stati sterminati ieri! È ovvio che Allah dovette intervenire, e così creò i Pîr.)
Come ho detto, Mahmut il Simurgo conosce ogni verità; dunque, quando cantò le rivelazioni dei Pîr, mi resi conto che la nostra vicina Gül de Taranto era una di loro.  (pp. 7 – 8 )

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