Migrazioni

Migrazioni di Miloš Crnjanski (Ceoбe, 1929-1962, la prima parte e la seconda sono rese in romanzi autonomi, Migrazioni I e Migrazioni II, pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di L. Costantini) è un opus complesso e stratificato, in cui si intrecciano motivi diversi, e la storia si congiunge al mito e alla metafisica. Qui siamo lontani le mille miglia da una letteratura immediata e leggera, del tipo oggi più diffuso, e si respira la tremenda serietà dello scrittore investito da un’ispirazione che lo trascende, che pesa su di lui. In Migrazioni I il vagabondare del reggimento Slavonia-Danubio al servizio dell’Impero Asburgico nelle guerre europee del Settecento, tra marce estenuanti, fango, battaglie e saccheggi, è reso mirabilmente: questi rozzi soldati serbi, strappati alle loro case di fango e ad una patria provvisoria in cui si sono stabiliti pur sempre agognando un ritorno nelle terre strappate loro dai Turchi, sono i padri dei Serbi dei due secoli successivi. Essi combattono le guerre di altri senza sapere il perché: una vita dura, e combattere e morire, appare un destino ineluttabile. E poi ci sono le vicende personali di due fratelli diversissimi, un comandante militare e un commerciante, e della donna che è la sposa del primo e l’oggetto del desiderio del secondo, in una spirale mimetica che conduce alla morte. Grande la parte finale, in cui al villaggio ritorna il fantasma di un soldato morto, e la bella donna adultera, morta di malattia, per il popolo diventa un vampiro che diffonde malattia e distruzione e perciò deve essere eliminato (col paletto piantato attraverso la bara). Balcani di sangue e di capri espiatori.
L’intensità anche lirica di Migrazioni I è rivelata dall’indice, di per sé stupendo.

1. Un cerchio azzurro, immenso. Nel suo cuore una stella
2. Partirono, e dietro di loro nulla rimase. Nulla
3. Giorno e notte, ampio, lento, scorreva il fiume. Su di esso, la sua ombra
4. Partì Vuk Isakovič, ma dietro di lui mosse anche la Fruška Gora
5. Le partenze e le migrazioni li resero torbidi ed effimeri come il fumo dopo la battaglia
6. Il passato è un abisso fosco e spaventoso. Ciò che è entrato in quel crepuscolo non esiste più e non è nemmeno esistito
7. Vagabondavano come mosche senza testa; mangiavano, bevevano, dormivano e infine cadevano a passo di carica, entrando nel nulla, per volere e interessi altrui
8. Affliggendosi sul vuoto del parto, comprese che della sua anima non sarebbe rimasta traccia nemmeno nelle figlie, e morì, rimpiangendo di non poter salvare almeno il corpo, ebbra di godimenti
9. Uno di loro, il più misero, conservò, anche dopo la morte, lo splendore del suo essere, sì da poter tornare e apparire, all’ingresso del villaggio, sulla strada, nel punto esatto dove, in primavera, fioriva la prima acacia
10. Un cerchio azzurro, immenso. Nel suo cuore una stella

Uno dei meriti della poderosa opera di Miloš Crnjanski è quella di generare una lettura lenta. E, di conseguenza, di far meditare su quanto spreco sia insito nella vorace, bulimica lettura di libri su libri cui si dedicano molti lettori forti dei nostri giorni. Spesso si legge troppo e male. Si passa da un romanzo all’altro senza far sedimentare, senza far germogliare alcun seme. Passi per gli autorucoli (ma perché leggerli?). Con i grandi è uno spreco e un delitto.
Il respiro di Migrazioni è profondo, il cuore batte lentamente. Bisogna consuonare con esso.
Il Settecento austro-russo di Crnjanski è una voragine sull’immensità della storia e del mondo e sull’inconsistenza dell’individuo. L’orgoglioso nobile ussaro sirmiano Pavle, vedovo che scopre l’amore per la moglie dopo la morte di lei e le rimane fedele oltre il limite, e che nella sua ignoranza coglie, con la sola forza della sua ingenua meditazione, il senso del tutto—che si riassume nella frasetta ripetuta «è acqua passata»—è una delle più grandi figure romanzesche dello sradicamento che si possa trovare in tutta la letteratura del Novecento.

La cappella eretta sulla tomba della moglie era situata su un monticello, all’ombra di un prugneto, e il suo tetto di la­miera azzurra si vedeva da lontano, attraverso i rami. Di fronte ad essa era posta una panca, al centro di una siepe quadrata di bosso dietro la quale si vedevano campi di grano falciati, foreste lontane e la valle del Danubio. Una piccola cupola a bulbo sormontava il tetto della cappella.
Dopo una lunga pausa di raccoglimento, Pavle si sedette sulla panca per rilassarsi e chiuse gli occhi. Sentiva la brezza del Danubio accarezzargli i capelli e il viso. In seguito ripete­va spesso che quella era stata la più grande consolazione del­la sua vita.
Rabbrividiva immaginando lo stato presente del corpo di Katinka, ma ciò non gli impedì di accarezzarla e baciarla col pensiero, più di quanto avesse fatto quando era viva. Pen­sando a quel cadavere in decomposizione – e di cadaveri ne aveva visti tanti nella sua vita -, Pavle sgranò gli occhi per l’orrore, ma subito si riprese. Tutte le cose intorno a lui gli sembravano vaghe e transitorie, come quell’estate che volge­va alla fine. La contemplava, quell’estate, dovunque andas­se, la sentiva aleggiare sui campi falciati e sui tetti di Vara­din, sui cimiteri e sullo Srem, su di lui e su tutti gli imperi. Nella sua patria perdurava il caldo dell’estate, ma nella brezza che saliva dal Danubio si avvertiva già una frescura autunnale. La morte della moglie si confondeva adesso con la caducità delle cose del mondo, che aveva segnato tutti i fatti della sua vita. Temesvár, il reggimento degli ussari sirmiani, le sue terre, la sua casa, tutto lo abbandonava. Solo la moglie morta lo accompagnava, accarezzandogli i capelli e il viso.
I suoi cugini avevano dei figli e pensavano che in questi si sarebbe perpetuata la loro vita, destinata così a durare in eterno. A lui, Pavle, questa speranza era negata. Tutto gli sembrava evanescente come un sogno. Ciò nonostante, era venuto via da Varadin senza lacrime, portandosi nelle orecchie i canti che i giovani, in giro per i vicoli dei villaggi, intonavano sotto la luna nelle notti d’estate. Ogni volta che il ricordo della moglie gli tornava in mente durante il viaggio, esso era accompagnato da quelle melodie.
Era la cosa più bella del mondo.
(pp. 430-431)

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