Heliopolis

Può essere a tratti strana l’impressione che si prova leggendo Heliopolis (Heliopolis, trad. it. di M. Guarducci, Guanda, Parma 2006) il romanzo di anticipazione che Jünger pubblicò nel 1949. Si ha la sensazione di leggere uno strano ibrido tra fantascienza e Goethe. Una visione complessa di una società dominata dalla tecnica ma ancora pervasa di umanesimo aristocratico, con intuizioni sul futuro tecnicizzato dell’umanità che si alternano a squarci di narrazione tradizionalissima, ma mai scontata. Come nel dibattito tra gli amici alle pagine 106 – 111, in cui ciascuno è chiamato a esprimere la propria idea della felicità, un passo che rimanda alle origini arcaiche della letteratura e della saggezza. C’è un brano che mi pare una vera profezia dei nostri anni (in parte ex eventu, ma solo in piccola parte), in cui soprattutto mi inquietano molto queste parole: Alla fine non c’era più nulla di insulso, di impudico, di terrificante che non entusiasmasse le masse con la furia di un uragano.

La cosa strana era che il demos fosse potuto cadere in balìa di simili dèi, anche se la via che portava a essi era ritenuta logica. Serner lo aveva descritto bene nel suo lavoro sullo sviluppo del tribunato. C’erano prima i teorici e gli utopisti che vivevano in celle lavorando e occupandosi seriamente, logicamente e, per lo più, rettamente del futuro degli oppressi e della loro felicità. Por­tavano alle masse la luce. Poi venivano gli uomini pratici, i vinci­tori delle guerre civili e i Titani di nuove ere, i prediletti dell’au­rora. Nella loro azione culminava e naufragava l’utopia. Si vedeva che essa era stata il mezzo propulsore ideale. Era evidente che si poteva trasformare il mondo, ma non la base su cui esso poggiava. Seguivano poi i potenti puri. Essi fabbricavano per le masse il nuovo tremendo giogo. La tecnica li appoggiava sì da superare anche i sogni più audaci degli antichi tiranni. I vecchi mezzi tor­narono con nomi nuovi: la tortura, la servitù della gleba, la schia­vitù. Si diffusero disillusione e disperazione, e un profondo ribrez­zo per tutte le frasi e i raggiri della politica. Fu questo il momento in cui lo spirito si rivolse ai culti, in cui fiorirono le sètte e ci si cominciò a dedicare, in piccole cerchie e in élite, alle arti, alla tradizione e ai piaceri. Di fronte a questo risveglio, declinarono le grandi masse. Emersero allora quegli spiriti tendenti al male nei quali la massa riconobbe subito personificazioni e idoli di quel­l’animalità che le era rimasta. Essa li amava nella loro pompa, nella loro petulanza, nella loro insaziabilità. L’arte – soprattutto il cine­matografo e l’opera – preparò il clima perché tali tipi si sviluppas­sero. Alla fine non c’era più nulla di insulso, di impudico, di terrificante che non entusiasmasse le masse con la furia di un uragano. Mentre la penultima figura comparsa sulla scena si era data al lusso, al vizio, alle crapule nell’interno della sua residenza e delle sue isolate villeggiature, quest’ultima, invece, esibiva tutto nei mercati e nelle piazze come rappresentazione dedicata al popolo, come banchetto per gli occhi. Aveva scoperto le fonti della popo­larità. (p. 220)

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