Sunset Limited

Un professore (un umanista) fa per lanciarsi sotto il treno, il Sunset limited che sta passando a cento all’ora, per porre fine ad una vita che giudica del tutto insensata. Un nero, un uomo dal passato violento che crede di essere stato salvato da Cristo e di dover a sua volta salvare altre vite, lo afferra e gli impedisce di morire, e lo porta a casa sua. Una specie di sequestro a fin di bene, lo tiene chiuso per ore in casa cercando di convertirlo dalla intenzione di morire all’amore della vita. I due non potrebbero essere più diversi. L’ultimo libro di Cormac McCarthy, Sunset Limited (ed. it. Einaudi 2008), è un lungo dibattito tra due voci, che sono due polarità opposte, il bianco e il nero.
Le ragioni di una fede radicale e quelle di una ragione altrettanto radicale si avvitano e si avvinghiano in una dialettica che non lascia scampo: aut-aut. C’è però uno squilibrio, perché il professore è un uomo colto, e l’altro è un semplice, ma un semplice che ha conosciuto la violenza (in un carcere, e qui il racconto del nero ci riporta al McCarthy che conosciamo bene) ed è scampato alla morte per un soffio. Il finale è aperto, infine, come la porta della casa del nero, da cui il bianco esce, sembra, per tornare ai binari del Sunset Limited, mentre il nero si rivolge a un Dio che non risponde. Le ragioni del bianco per desiderare la morte non sono quelle dei comuni suicidi, questo è chiaro fin dall’inizio. È la sua civiltà, la civiltà occidentale, che a lui sembra ormai priva di senso, e anzi sembra rivelare il non senso di tutte le cose, dell’intero mondo. In fondo, quella del professore è la posizione di Leopardi. Ma il Recanatese si trattenne dal suicidio a causa dell’ “amante compagnia” (vedi il Dialogo di Plotino e di Porfirio), il bianco di McCarthy non ha per alcun altro umano amicizia o amore.
Vi sono due passi, verso la fine del libro, in cui la posizione del bianco appare nella sua, per così dire, pienezza nichilistica.

NERO E qual è il mondo che conosci tu?
BIANCO Non credo che lo voglia sapere.
NERO Sí invece.
BIANCO Non penso proprio.
NERO Avanti.
BIANCO Come vuole. Per me il mondo è fondamentalmente un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte dei detenuti – completamente innocenti – perché vengano giustiziati. Non è cosí che la vedo. E cosí che è. Esistono pareri diversi? Certo. Resistono a un esame approfondito? No.
NERO Cavoli.
BIANCO Allora. Vuole dare anche lei un’occhiata a quell’orario ?
NERO E non ci si può fare un bel niente.
BIANCO No. Gli sforzi che fa la gente per migliorare il mondo invariabilmente lo peggiorano. Una volta pensavo che ci fossero delle eccezioni alla regola. Ma adesso non lo penso piú. (p. 102)

Dunque, da un lato la dostoevskiana visione della condanna dell’innocente, delle moltitudini di non colpevoli per cui il mondo è un inferno in vita, senza una ragione. Dall’altro l’impossibilità di un miglioramento della vita umana sulla terra. Come si può infatti affermare che la vita oggi sia migliore di quella di un tempo, se non basandosi su argomenti fragili, smontabili e soggettivi? Dopo che tutti i tentativi di creare paradisi in terra hanno creato altri inferni in aggiunta a quelli già esistenti?

NERO Mi prendi per il culo?
BIANCO No che non la prendo per il culo. Se la gente vedesse il mondo per com’è davvero. Se vedesse la propria vita per com’è davvero. Senza sogni o illusioni. Non credo che troverebbe un solo motivo per non scegliere di morire il prima possibile.
NERO Cazzo, professore.
BIANCO (freddo) Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. E io rifuggo queste discussioni. Il discorso dell’ateo del villaggio che ha come unica passione quella di vilipendere dalla mattina alla sera qualcosa di cui nega innanzitutto l’esistenza. La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell’universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po’ di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere. E la giustizia? La fratellanza? La vita eterna? Santo cielo, amico mio. Mi mostri una religione che prepari l’uomo alla morte. Al nulla. Quella sarebbe una chiesa in cui potrei entrare. La sua prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie. Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebbero un giorno di piú. Chi sarebbe disposto a sopportare questo incubo, se non per paura dell’incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l’ombra dell’ascia. Ogni strada porta alla morte. O peggio. Ogni amicizia. Ogni amore. Tormenti, tradimenti, lutti, sofferenza, dolore, vecchiaia, umiliazione, malattie orrende e lunghissime. E alla fine di tutto una sola conclusione. Per lei e per ogni persona e ogni cosa a cui ha scelto di legarsi. Ecco la vera fratellanza. La vera comunità. Di cui tutti sono membri a vita. E lei mi viene a dire che nel mio fratello sta la mia salvezza? La mia salvezza? Be’, allora lo maledico. Lo maledico sotto ogni forma e sembianza. Mi ci rivedo, in lui? Sí che mi ci rivedo. E quello che vedo mi disgusta. Mi capisce? Riesce a capirmi? (pp. 114 – 115)

Dopo la lettura di questo libretto, rileggersi La ginestra e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

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6 risposte a "Sunset Limited"

  1. Mi verrebbe da dire che sogni ed illusioni fanno evidentemente parte di quella dotazione che ci è assegnata per riuscire a compiere tutto intero il corso normale di una vita, esattamente come i polmoni, lo stomaco eccetera eccetera, e che quindi andrebbero probabilmente lasciati al loro posto, eventualmente aggiornati e raffinati, ma mai eliminati. Ed aggiungere che di Dio si ha un limitato bisogno quando una tale dotazione complessivamente “lavori”, ovviamente in rapporto alle possibilità ambientali. Ci può essere molto dolore ma anche molta dolcezza nell’esistenza, e quando vado a trovare mia madre all’ospizio mi stupisco sempre di come (generalmente) l’uomo rimanga (anche se talvolta soltanto grazie ad una sufficiente dose di demenza che gli impedisca di “vedersi”) disperatamente aggrappato alla vita, anche in condizioni che io rifiuterei totalmente.
    Mi verrebbe da dirlo, ma anche di tacerlo, perché non si tratta della “mia” posizione, ma di una posizione con la quale fare i conti. La natura scombina i parametri vitali con un certo margine di casualità, preoccupandosi ben poco delle combinazioni strutturalmente destinate, in accoppiamento con l’ambiente, a soffrire l’esistenza. Il vantaggio, in termini di flessibilità e reattività, al livello della popolazione complessiva appare evidente e dunque in un’ottica puramente naturalistica (evolutiva) non vi è proprio alcun problema: il bianco ha ragione a odiare la vita, il nero ha ugualmente ragione ad amarla, ed anche a tentare il suo salvataggio: le idee fanno parte dell’equazione e si può quindi provare a cambiarle, ma è chiaro anche che non tutte le equazioni ammettono delle soluzioni.

  2. IL fatto è che l’ottica naturalistica evolutiva, ovvero quella dello scientismo contemporaneo, è esattamente quella che ha cancellato ogni illusione. Ciò è peraltro già evidente in Leopardi: il pensiero illuministico mostra il vero, ma il vero è la disillusione. E ciò che rende la vita umana bella e degna di essere vissuta per Leopardi (e Foscolo) è appunto l’illusione. Ma non ci si può illudere sapendo che l’oggetto della nostra illusione è illusorio, ovvero essendo coscienti della natura illusoria dei nostri valori. Non si sacrifica la vita volontariamente per un “meme” del cavolo, non si compiono gesta eroiche per i neuroni, non si sprofonda nell’amore per un pugno di geni egoisti.

  3. il bianco coglie la verità della vittima, il nero crede nel soccorso divino da lui ricevuto in passato e di cui cerca di essere il tramite presente..attuando l’idea di Gans: col linguaggio rinvia temporaneamente la violenza. Forse ci vorrebbe un ulteriore capitolo scritto da qualche altro, un Girard ad esempio, che dando ragione ad entrambi parlasse del Dio che sta dalla parte delle vittima innocente lasciando libero ciascuno di scegliere il suo futuro dopo questa straordinaria ma pesante, sul piano della responsabilità, rivelazione cristiana. Forse tra non credenti pessimisti e credenti fervorosi ottimisti c’è quella categoria minoritaria di cui parla Calasso,” lucidi credenti”, talvolta inconsapevoli di esserlo, ma pronti sul campo alla testimonianza, raccolti intorno alla vittima

  4. Interpretazione interessante: ma cogliere la verità della vittima significa proclamare una condizione di sensatezza, perché la vittima costruisce un senso. Il bianco denuncia la distruzione di ogni senso, la totale insensatezza in cui è sprofondato il mondo. Per far rientrare nella visione vittimaria il non senso di ogni cosa che porta al suicidio occorre una ulteriore elaborazione, penso…

  5. Presuppone di credere ad una sorgente di significato e di senso. Operazione culturale e religiosa
    Mi pare dicesse Wittgenstein:” pregare è pensare al senso della vita”.
    Il fatto persecuzione-vittima è legato ad un’interpretazione, un significato per chi percepisce lo status, talvolta transitorio, di innocenza della vittima…
    Forse si può essere abbastanza lucidi per vedere, come direbbe Shakespeare, che, nel mondo, c’è del metodo nella pretesa follia…Anche nel gesto apparentemente più folle…E’ significativo che il bianco sia attratto dal suicidio e forse è un ammissione che il senso, il significato, la forza, l’origine è lì. Ma rifiutando la relazione umana, certo imperfetta, ma di cui è parte, resta solo una prospettiva mortale, significativamente attraente. Senza la vittima che soffre in comunione della Tradizione cristiana si è perdutamente soli come Nietsche ha compreso e vissuto.
    Forse si può essere abbastanza umili per trovare un senso relazionale, e, accettando l’imperfezione, guardare cioè voler vedere tutta la realtà umana il cui senso totale ci sfugge….Restando aperti a segni sul senso, ad una prospettiva vivente.
    Forse si può credere e ricevere un significato, un annuncio individuale non autoreferente, che, se assunto nella propria ritrovata realtà, può illuminare anche il mondo..Al centro, forse, la vittima non è sola…

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