Ipazia, scena XXII

91eZc+mnoCL._SL1500_Corrono, corrono, una massa confusa di monaci e di folla, in mezzo a loro i due prigionieri, che vengono picchiati, maledetti, interrogati mentre camminano, e non dicono nulla, non dicono nemmeno il proprio nome.
Ma ecco che con un forte rumore si aprono i battenti di un enorme portone, e ne esce una fila di figure che emettono bagliori. Elmi, corazze. Si schierano. All’unisono le lance appoggiate al suolo emettono un secco avvertimento.L’avanguardia della folla arretra. Un sussurro impaurito la percorre: Le guardie!
Chi sono? chiede Filemone. Soldati, soldati romani, gli risponde una voce.
Filemone, che è nell’avanguardia della folla, indietreggia anche lui, senza sapere perché. Ma al nome “Romani” vorrebbe andare avanti. Da bambino aveva sognato di loro, di quelli che hanno conquistato il mondo. Ora sono qui davanti a lui. Ma si sente afferrare un braccio. Un ufficiale gli chiede bruscamente: Cosa significa questo? Perché voi  figli di cani alessandrini non ve ne state a dormire nelle vostre cucce?
La Chiesa di Alessandro sta bruciando, risponde Filemone, pensando che come spiegazione basti.
Tanto meglio!
Ma… I giudei stanno assassinando i cristiani.
Allora andate pure a scontrarvi con loro. Uomini! Tornate dentro! È solo uno dei soliti disordini fra cani giudei e cristiani.
E la truppa fa marcia indietro, e scompare, e subito la folla riprende a correre, più selvaggia di prima. Filemone corre in mezzo agli altri, ma avverte un senso di delusione. Pietro sta scherzando coi suoi uomini, dice che sono stati bravi a tenere fermi e zitti i prigionieri in mezzo a loro, senza farli vedere dai soldati. Ma Filemone rimugina: È solo uno dei soliti disordini, ha detto quello! Uno dei soliti disordini, per quella gente, abituata a creare e deporre Cesari! Loro sono sicuri con le loro armi e la loro disciplina, non si curano di uomini eccellenti come i monaci e i parabolani, non si preoccupano se i giudei ammazzano i cristiani, se perseguitano la vera fede, se bruciano la chiesa di Alessandro. Loro sono sicuri di sé, e per loro noi siamo cani. Filemone li odia, adesso, quei soldati. Così indifferenti davanti alla causa della giustizia, per cui lui sta lottando, per cui si è appena scoperto un eroe combattente. Gli tornano in mente le parole di quell’ometto, di quel facchino filosofo, e torna a sentirsi piccolo. E ancora più piccolo si sente quando sopra la folla risuona una voce acuta di donna, da un tetto: grida che non si vedono fiamme, che la chiesa da lontano appare intatta. La massa tace, poi si leva un brusio, tutti parlano con la concitazione delle folle, ed ecco che nella folla non c’è nessuno che abbia visto coi suoi occhi bruciare la chiesa, sono state voci incontrollate, esche per incendiare gli animi. Chi le avrà messe in giro? Qualcuno dice che la chiesa è troppo lontana, che ormai è passato parecchio tempo, che se fosse stata in fiamme sarebbero comunque arrivati troppo tardi, ma forse invece qualcuno è intervenuto per tempo e l’ha salvata. E le strade sono buie e piene di giudei in agguato ad ogni angolo, tra loro e la chiesa. Forse è meglio portare i prigionieri in luogo sicuro e avvertire l’Arcivescovo per ricevere ordini. E, come succede sempre alle masse, anche questa comincia a sciogliersi: a due, a tre tutti si allontanano, e alla fine anche quelli che avrebbero voluto continuare imitano gli altri. Il gruppo più folto che resta unito, e in cui rimane Filemone, raggiunge il Serapeo, è là incontra un’altra folla di cristiani. Questi dicono che la falsa voce dell’incendio della chiesa di Alessandro è stata diffusa dai giudei, e dicono anche che sono stati trovati uccisi in casa un prete e due fedeli, e che gli ebrei hanno già ammazzato un migliaio di cristiani. Dicono che l’intero quartiere degli ebrei è in armi e sta marciando contro i cristiani. Panico, furia selvaggia. Decidono di asserragliarsi nel palazzo dell’Arcivescovo, immediatamente, di rinforzare le porte e di prepararsi ad un assedio. Filemone è tra i primi ad agire, prepara pietre da lanciare, rompe sedili e tavoli per preparare mazze. Grande confusione. Finalmente qualcuno osserva che prima di continuare a spaccare tutto sarebbe meglio attendere per vedere se davvero si sta preparando un attacco.
Ma ora si ode dalla strada un suono di passi pesanti che si avvicina. L’allarme è al massimo. Pietro scende di corsa, per vedere se sono pronti i pentoloni di acqua bollente. Ma la luna scintilla su una lunga fila di elmi e corazze. Grazie a Dio, sono i soldati.
Chiedono i cristiani: Stanno arrivando i giudei? La città è calma? Perché non avete prevenuto questi crimini? Ma un ufficiale risponde: Tornate nel vostro pollaio, gallinacce, o vi spenniamo noi! Un brusio di indignazione accompagna i soldati che passano oltre, e in realtà non cercano grane con nessuno.

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