Nude e crudi

Sandra Puccini è un’antropologa, e qualcuno potrebbe pensare di trovare qui una teoria del rapporto tra il femminile e il maschile nella società italiana contemporanea. Invece Nude e crudi. Femminile e maschile nell’Italia di oggi (Donzelli 2009) è una fenomenologia, abbastanza articolata e molto personalizzata e impressionistica, nonostante la gran mole di libri, articoli e trasmissioni televisive che sono citati, e nonostante l’ampia bibliografia ragionata. Si tratta, tuttavia, di una fenomenologia molto interessante, e sulla quale occorrerebbe ragionare a fondo. La Puccini (a proposito, mi accorgo che chiunque sia o voglia apparire politicamente corretto ormai dovrebbe eliminare il la davanti ai cognomi di donna, cosa che del resto fa la Puccini stessa, espellendo un altro segno della differenza: non lo farò mai) espone tutta una serie di fenomeni di costume che manifestano l’autocomprensione che i due sessi hanno oggi di sé, e che risultano innescati e governati dal sistema dei mass media quale si è venuto formando in Italia con l’avvento della TV commerciale. È questa, in ultima analisi, secondo la Puccini, ad aver generato l’attuale condizione, nella quale appunto, come suggerisce il titolo, il potere è dell’apparenza (ma mi viene in mente che, nell’ Ultimo canto di Saffo, il buon Giacomo aveva già attribuito il potere nel mondo umano alle amene sembianze). E il corpo femminile, nonostante decenni di femminismo, è oggettificato ed esibito (nude), mentre il maschio regredisce e non raggiunge mai la pienezza del suo essere maschio (crudi). I ragazzi e le ragazze di oggi pensano prevalentemente all’aspetto (alla corporeità, mediata dai vestiti o dal loro toglimento) come unico valore, in quanto l’accettazione nel gruppo sociale vi è strettamente connessa. Per questo, per comprendere i valori dei ragazzi e ragazze di oggi occorre leggere testi come quelli di Moccia, che mostrano chiaramente come la percezione del sé passi attraverso le cose che si indossano, e che danno forma all’aspetto. Ma le cose che si indossano sono accessibili solo attraverso il circuito della produzione e dello scambio, quindi del commercio. E la TV commerciale domina l’immaginario degli Italiani, imprimendo la sua forma anche su quella non commerciale. La Puccini sonda un intreccio molto complesso, illuminando di volta in volta realtà differenti che concorrono tutte a determinare la temperie dell’epoca nella sfera dei rapporti uomo-donna: dai reality alla fiction, dai contenitori televisivi alle trasmissioni di Maria De Filippi, dai romanzetti per adolescenti alla pornografia. Ma, per quel che mi concerne, al di là della descrizione dei fenomeni, rimane una grande questione. Poiché anche la Puccini come altri parla delle trasformazioni del maschile e del femminile come se questi fossero una costruzione tutta culturale, ovvero come se l’unica differenza tra maschio e femmina umani fosse quella strettamente biologica, e poi ogni cosa fosse costruita dalla società, a cominciare dall’educazione di bambini e bambine (ancora troppo differente, sembrerebbe indicare l’autrice del libro). La questione è quella dell’essenza del maschile e del femminile. Se essi siano per sé, o se esistano solo nel rispecchiamento. In realtà, è evidente come ogni realtà umana sia mediata dal linguaggio e sia una produzione culturale, fin dall’emissione del primo segno. Ma il segno è caratterizzato appunto dalla sua persistenza, dal suo perdurare oltre il corrompersi delle realtà particolari di cui è segno. Finché useremo la parola maschio, la connoteremo di un valore che va al di là della mera indicazione di una differenza biologica. Ma che cosa significa, allora, maschio? Perché non posso non notare che sta diventando tabù, sostituita ovunque dalla più leggiadra “maschietto”, che sembra attenuarne le pretese, ormai fuori luogo. Ogni società umana ha sempre avuto bisogno di modelli condivisi di femminilità e virilità ideali. Se l’educazione impartita ai due sessi è totalmente uguale, senza residui di differenza, questo non può che significare che da un uomo e da una donna la società si attende esattamente le stesse cose. In ogni campo. In tutta la storia dell’umanità non è mai accaduto. E non è detto che sia davvero possibile senza contraccolpi devastanti.

Non dico che i ruoli sessuali si siano ribaltati: ma certo molte apparenti differenze di temperamento sembrano essersi attenuate o annullate mentre – quasi per compensazione – si accentuano in maniera paradossale ed esagerata gli attributi fisici legati al genere.
Maschi sempre più muscolosi, femmine sempre più procaci: e tutti sempre più narcisisti ed esibizionisti, a mostrare i loro corpi sempre più nudi, aiutati anche dalla moda che avalla e rinforza le rappresentazioni mediatiche. Egocentrici e concentrati, guardano i compagni per vedersi riflessi nei loro occhi: e forse è per loro sempre più difficile stabilire rapporti non superficiali, incontrare davvero gli altri.
In apparenza, le donne sono sempre più sicure di sé, apertamente invitanti e conquistatrici; e gli uomini – al contrario – sembrano solo aspettare di essere sedotti.
Uomini e donne oggetti, dunque, senza grandi differenze. Ma oggetti perché – almeno apparentemente – scelgono di esserlo: come se non ci fossero alternative a questo modo di esistere e di presentarsi. O forse perché quei discorsi e quelle immagini sono così potenti che, coloro che ne sono catturati, non riescono a sottrarvisi e diventano conniventi con esse, in una sorta di sindrome di Stoccolma.
Più in generale, tuttavia, e guardando il fenomeno (come faremo tra poco) da altre prospettive, sembra che femmine e maschi, al di sotto delle rispettive maschere, siano fragili, probabilmente infelici e sempre più differenti dai loro genitori.
L’esperienza ha insegnato agli adulti che non ci si può preparare al futuro soltanto puntando sulle apparenze e sull’aspetto e nell’attesa di un amore catartico, che sciolga dubbi e insicurezze nelle nozze, come nelle fiabe (nelle quali, però, la storia non racconta mai quello che succede dopo: limitandosi all’icastico e sfumato «e vissero felici e contenti»).
Gli adulti sanno anche che non si può vivere la vita come un eterno spettacolo: e tuttavia non hanno più la forza e l’autorevolezza per rivelarlo ai più giovani. Così essi non lo sanno; e nessuno sembra capace di dirlo nel modo giusto, con affetto, senza essere predicatorio o repressivo.
(p. 56)

Ma se davvero i modelli televisivi sono così potenti come tutti gli intellettuali che lavorano lontano dalla TV sono portati a pensare, sarà possibile che una massa di nonni e padri e madri teledipendenti sappiano davvero “che non si può vivere la vita come un eterno spettacolo”. Questo lo saprà un genitore antropologo come la Puccini, che forse per la sua cultura si sente differente dalle ultime generazioni, ma non credo riguardi il genitore italiano medio, dopo trent’anni di TV commerciale.
Infine, mi pare che l’analisi della Puccini potrebbe ricevere sostanza dall’applicazione di una dose di antropologia mimetica, che consentirebbe di fare un discorso su modelli e desideri. Ma si tratta di un’antropologia diversa dalla sua.

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