Rileggo Simone Weil 29

 

Algebra, denaro: livellano, l’una intellettualmente, l’altro affettivamente.

La nostra epoca distrugge la gerarchia interiore, come potrebbe lasciare sussistere la gerarchia sociale che ne è solo l’immagine grossolana?
(II, 31)

* * * * * * *

L’epoca nostra vede l’annientamento della differenza morale: a ogni umano, per tutto il corso della vita e a prescindere dal genere vengono attribuite le stesse caratteristiche, gli stessi bisogni, gli stessi appetiti, e conseguentemente gli stessi diritti. Per questo, si immagina, ad esempio, che un anziano abbia , anzi debba avere, lo stesso diritto alla sessualità che ha un giovane. Idem per gli handicappati mentali: anche loro hanno diritto alla felicità sessuale. Come se la soddisfazione degli impulsi sessuali coincidesse con l’essere felici, quando tutta l’esperienza dell’umanità dimostra che così non è. In questo io vedo la massima espressione del trionfo di una visione miseramente materialistica dell’esistenza umana.

6 pensieri su “Rileggo Simone Weil 29

  1. Il numero è una formidabile astrazione: individua invarianti fondamentali in cose diversissime, e in tal modo consente certe operazioni che non dipendono dalle differenze che tralascia. Lo stesso fa il denaro: pura potenzialità di agire, che non dipende da come questa viene acquisita, dimentica la sua origine (pecunia non olet).
    Si tratta di strumenti, moralmente neutri: un’ascia permette tanto di spaccare la legna quanto di spaccare teste. Attribuire a loro il “livellamento” mi sembra un’inversione dei rapporti, così come dire che cercare di assicurare la parità nei bisogni ed appetiti di basso livello rappresenti un errore perché facendo questo non si può tenere conto delle “gerarchie interiori”. Ma le “gerarchie interiori” non si possono misurare, non possono essere estratte dall’oscurità dei corpi, venire pesate o divinate, e diventare oggetto di transazione sociale o addirittura di strutturazione sociale. Quindi non solo “non si può” tenerne conto, ma direi anche che “non si deve” tenerne conto, altrimenti torniamo alle aristocrazie apparentate con il cielo.

  2. Occorre precisare che Simone Weil non attribuisce il livellamento al numero e alla matematica (esalta infatti la matematica greca), ma all’algebra. E questo riguarda Simone Weil. Quanto a me, io penso che ritenere che ogni essere umano abbia gli stessi appetiti, e che la sua felicità consista nella soddisfazione di quegli stessi appetiti sia una interpretazione della realtà storicamente determinata, relativa al nostro tempo e come tale spiegabile, ma in sé del tutto erronea e fuorviante.

  3. Grazie della precisazione, Fabio. Ma si riesce a capire, dai suoi scritti, cos’è che renderebbe proprio l’algebra più “livellante” rispetto al resto della matematica, o di quella greca in particolare? Forse la scomparsa dell’elemento geometrico-visivo, rimpiazzato dalle variabili? Non riesco ad immaginarmelo, perché si trattasse di quello, trascurerebbe la sua “resurrezione” con la geometria analitica, e la moderna computer graphics :-)

  4. L’algebra ha come base il movimento retto (funzione di primo grado) e conviene quindi perfettamente alla nostra scienza (III, 210). Penso che la cosa stia lì, nella visione della scienza moderna come tutta-mondana e servita da strumenti logico-matematici intesi come tutto-mondani, mentre matematica e geometria greche sarebbero state funzionali all’innalzamento dell’anima (e questo nella tradizione platonico-pitagorica è senz’altro vero). E’ ben vero anche, secondo me, che lo spazio geometrico e quello metafisico sono associati. E soprattutto, come ha visto Fornari, che il punto centrale è il punto, che non ha alcuna dimensione eppure costituisce lo spazio che ce l’ha.

  5. Certe volte la Weil mi affascina, ma altre, come in questa, mi lascia molto perplesso. Chi si sia addentrato abbastanza nella matematica ne avverte fortemente la profonda unità. Una proiezione fisiognomica di questo tipo, che sia aggrappi al grado delle equazioni oppure a qualsiasi altra discontinuità strutturale, mi sembra contaminare il carattere veramente assoluto e metafisico della matematica con le beghe da pollaio della dimensione umana.

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