Inizio assoluto

I miei genitori mi avevano fatto leggere solo libri illustrati per bambini, quando nella primavera del 1958 mi capitò tra le mani il romanzo di Salgari I minatori dell’Alaska. Un libro che faceva parte di una collezione della famiglia di mia mamma, erano libri degli anni 30-40, di mio zio Gaetano Ghedina, che io non conobbi mai, perché a vent’anni nella primavera del 1945 si era arruolato nelle Camicie Nere, e  fatto prigioniero dai partigiani fu fucilato dopo il 25 aprile. Gaetano doveva avere amato molto Salgari e Verne, ce n’erano parecchi, tutti rilegati con copertine dure marmorizzate. Dunque, la sorte volle che il primo vero libro in assoluto fosse per me I minatori dell’Alaska. Avventure allo stato puro, tra lupi, orsi, indiani Athabaska e molti animali di ogni sorta. Lo divorai, e lo rilessi poi molte volte, sognando di diventare un cacciatore, bramando una carabina e terre selvagge.

Il Maestro e Margherita

Nota di Giusi Meister

Il Maestro e Margherita

Un occhio completamente vuoto e un altro folle. Il doppio sguardo di Woland sul mondo è la vertigine che sommerge nel momento che segue la consapevolezza dell’inevitabilità, soprattutto di se stessi. Vero che sembra esserci anche un altrettanto inevitabile destino, ma è nel modo in cui si riavvolge il filo che la matassa dei giorni prende forma. E spesso gli uomini ci mettono molto del loro. Come ne ‘L’ora del diavolo’ di Pessoa, questo diavolo non spezza per disperdere, ma compie piuttosto il processo alchemico ben rappresentato nel proprio arcano dei tarocchi come solve et coagula. Scioglie da se stesso chi lo desidera restituendolo ad una dimensione di libertà e di pace. Una pace senza luce, certo, ma in cui poter respirare a pieni polmoni. Un libro immenso sulla possibilità che ci è data quotidianamente di scegliere cosa volere o non volere per sé, e sulla dimensione, anche collettiva, delle nostre debolezze. Un libro carnalmente umano e luminoso, senza giudici né condanne inappellabili. Un libro aperto, in cui passa tanta aria sempre nuova e sottile. Certo, una storia d’amore, ma di quel genere con cui potresti fabbricarti collane perché ogni gesto o sguardo o parola è una perla, da guardare con tenerezza per giorni.

Anatomia di una scomparsa

Anatomia di una scomparsa

Anatomia di una scomparsa, di Hisham Matar (Anatomy of a Disappearance, 2011, trad. di M. Pareschi, Einaudi 2011). Sapientemente costruito per un pubblico di lettori globale, questo romanzo di Matar non mi pare anzitutto “politico-arabo”, nel senso che il suo nucleo è colorato di una condizione socio-politico-esistenziale, quella dell’esule in fuga dal dispotismo di un regime mediorientale, solo marginalmente. Se il padre di Nuri el-Alfi, l’io narrante, non fosse stato un ministro di uno stato mediorientale, ma semplicemente un ricco uomo d’affari della borghesia internazionale, la cui vita si svolge tra un Paese e l’altro, improvvisamente e misteriosamente scomparso, il senso della vicenda non cambierebbe affatto. Continua a leggere

Montedidio

Nota di Giusi Meister

Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli 2005

Montedidio

Vedere un albero dalla parte delle radici
Per me leggere un libro di De Luca è sempre, esattamente, questo: vedere un albero dalla parte delle radici.
La realtà sotterranea, quella che nutre e dà alimento alla vita lui te la cava fuori dalla terra per mettertela in mano e mostrartela. Non so quanti scrittori siano in grado di far questo attraverso una mescolanza così riuscita di poesia e di prosa. Perché è così: nei suoi libri non sai dove finisce una e inizia l’altra.
‘Montedidio’, che è uno dei suoi libri più belli, ti riempie l’anima ad ogni pagina, e ti spinge a voler sapere di più anche della tradizione yiddish, ché Rafaniello da quella è mutuato.
De Luca narra di realtà perdute, di tempi trascorsi, di quel che è stato, ma ancora e sempre è. Infatti, se fosse solo una narrazione del passato, non ci toccherebbe tanto.
Lui è, come mast’Errico, un ebanista delle parole; un artigiano che lavora con lentezza, uno che non è ossessionato dalla lunghezza, ma dalla clorofilla delle lettere e dalla linfa del significato.
Un esempio, decisamente, per riacquistare, in questo mondo prolisso e sovrabbondante, l’essenzialità e la sobrietà della natura vera e viva delle cose”.

Genius loci

Genius loci

Un esile libretto dal titolo attraente, che è quello del primo dei due racconti di cui è composto. Genius loci (trad. it. di L. Pignatti, Iperborea 2011) esplora un argomento frequente nella letteratura e caro alla Haasse, quello della casa fortemente legata ad eventi del passato, ovvero a presenze inquietanti, o a qualcosa che determina una forte e inspiegabile suggestione. Nel primo racconto si narra di una donna che col marito (e spesso da sola) passa le vacanze in una casa che la coppia si è fatta costruire in un luogo isolato, in un bosco ove sono appena visibili i ruderi di un antico pozzo. La protagonista finirà per scoprire che quel pozzo forniva secoli prima l’acqua ad un giovane nobile, colpito dalla lebbra e confinato nel bosco. Con questo, che ella percepisce come il genius loci, si crea (o ella penserà che si crei) un rapporto. Nell’ambiguità vedo qualcosa del Giro di vite di James. Continua a leggere

Il toro non sbaglia mai

Il toro non sbaglia mai

Ecco un libro robusto e suggestivo, quale la letteratura italiana dei nostri giorni raramente ci offre. Del tutto controcorrente e senza concessioni allo spirito dei tempi, uno spirito di animalismo sentimentale e malaticcio. Mi è piaciuto dalla prima pagina il romanzo-saggio di Matteo Nucci Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie 2011). Storia della ricerca del significato profondo della corrida da parte di un italiano, la cui amicizia con un giovane torero ambiguamente fallito lo mette a contatto con tutti gli aspetti più problematici e profondi della tauromachia, una pratica le cui radici affondano nella notte dei tempi e sono mitiche.
Nucci ci fa capire, tra le altre cose, come la vita del toro selvaggio, selezionato per la corrida, sia infinitamente migliore di quella dei suoi consimili allevati per la carne, la cui brevissima vita si svolge in pochi metri quadrati di spazio, senza che l’animale prima di essere ucciso nel mattatoio abbia visto un filo d’erba. Il toro da corrida vive cinque anni libero nei prati, e alla fine muore da toro, cioè combattendo. In qualche caso, come nel filmato che qui sotto si vede, un episodio di cui racconta Nucci nel libro, il toro viene per la sua bravura indultato, e passa il resto della vita tra vacche e prati, in un paradiso terreno che se fossi un toro io bramerei per me, sapendo che senza corride quel paradiso non esisterebbe per nessun figlio di una vacca. Continua a leggere

Il ronzio

Nota di Giusi Meister

Jancar Drago, Il ronzio, Forum Edizioni 2007.

Il ronzio

La scrittura di Jancar è quella di un Kafka più muscolare; ma la paralisi dei giorni è la stessa, e la vertigine che investe il mondo, anche.
La Masada evocata da Jancar e il Castello di Kafka sono due grandi allegorie del Potere; della solitudine siderale dell’uomo. Luoghi dove le stelle sono corpi freddi e lontani, e l’uomo è orfano di qualsiasi messaggio di salvezza.
Menahem che si rivolge al suo Dio. Menahem che lotta contro Roma. Menahem e il fuoco che sbrana la Masada.
Keber. Keber e il suo ronzio che non è più voce di Dio ma interferenza disturbante, lucertola che rode. Keber e Leonca. Leonca e i suoi crocifissi, il suo quaderno, e la linea dell’orizzonte, sul mare e verso Odessa.
L’Agrimensore K. . K. e Frieda. Frieda e il suo amore senza conforto e senza risposte.
Un libro sulla difesa oplitica di uno spazio interiore; sul tentativo di costruire un Ordine non lontano dall’uomo ma nell’uomo; di trovare nell’altro la propria casa.
Sogni sbagliati per persone inadeguate. Sogni per notti senza alba.
Da leggere riprendendo (o prendendo in mano per la prima volta) ‘La guerra giudaica’ di Giuseppe Flavio: controverso politico, storico e scrittore. Doppio come ogni cosa umana e, forse, doppio anche come Dio.

Una pace perfetta

Una pace perfetta

Qualcuno potrebbe dire che in questo romanzo di Amos Oz, Una pace perfetta (1982, trad.it. di E. Loewenthal, Feltrinelli 2009, 2011) il vero protagonista sia il kibbutz, un’esperienza che negli anni di questa storia, i due precedenti la guerra arabo-israeliana del 1967, si presenta già molto problematica. In effetti quasi tutta la storia narrata da Oz si svolge nel kibbutz Granot, che sorge nei pressi delle rovine di un villaggio arabo distrutto nella guerra precedente, e la vita del kibbutz vi è ampiamente descritta. Alcuni dei personaggi, come il giovane Yoni e sua moglie Rimona, vi hanno trascorso la vita intera. Io penso invece che non sia propriamente così, ovvero che il senso della vicenda non sia legato né alla fase storica né alla collocazione in quell’ambiente particolare, e in fondo neppure nell’ebraicità dei personaggi, anche se tutti questi aspetti contano. Continua a leggere

Il paese delle maree

Il paese delle maree

Ne Il paese delle maree di Amitav Ghosh (The Hungry Tide, 2004, trad. it. di A. Nadotti, Neri Pozza, Vicenza 2005) troviamo la figura di un insegnante in pensione, rivoluzionario marxista fallito, che sconta la propria inadeguatezza in un disperato tentativo di combattere un’ultima battaglia (culturale) dalla parte dei poveri contadini immigrati in un’isola da cui il governo indiano li vuole espellere. Il momento del congedo dalla scuola, quel momento che per ogni insegnante che abbia vissuto il mestiere come vero e proprio modo di esistere assume caratteri estremamente critici, per l’insegnante Nirmal (Nir- come Nirvana?) appare quasi come portatore di una rivelazione. Esso mette in luce un elemento mimetico-rivalitario sempre costitutivo di ogni comunità umana, anche di ogni comunità docente, e qui espresso con una concentrazione poetica folgorante. Mai ho trovato descritta in modo così sconvolgente la miseria di una condizione umana e professionale: «chi ha fatto per trent’anni lo stesso mestiere diventa come muffa sul muro: tutti desiderano ardentemente di vederla asciugare alla fulgida luce del nuovo giorno».

Con l’avvicinarsi dell’ultimo giorno di scuola era sempre più evidente che gli altri insegnanti aspettavano ansiosi il mio congedo… non per malevolenza, credo, semplicemente per la curiosità di vedere cosa riservava il futuro. Chi ha fatto per trent’anni lo stesso mestiere diventa come muffa sul muro: tutti desiderano ardentemente di vederla asciugare alla fulgida luce del nuovo giorno. (p. 170)