A un cerbiatto somiglia il mio amore

Nota di Giusi Meister

David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori 2009.

A un cerbiatto somiglia il mio amore

Senza parole…
…È esattamente così che mi sono sentita conclusa la lettura di quest’ultimo libro di Grossman.
Non credo nemmeno che sia possibile racchiudere un universo talmente vasto in un semplice commento. Questo libro è tante cose assieme. E soprattutto, è una summa di tutti i temi cari a Grossman. È, dunque, una riflessione sulla comunicazione in quanto fonte di vita e sulla creazione – o piuttosto sul tentativo di creazione – di una zona franca in cui sopravvivere al mondo, e in cui permettergli di sopravvivere a se stesso.
È un pensiero amaro sul modo in cui il linguaggio forma e deforma gli esseri umani, ma anche li salva riportandoli ad un Eden interiore dimenticato.
Una considerazione malinconica sull’amore. Sul modo in cui gli uomini e le donne si conoscono e dimenticano poi di essersi conosciuti. Sulla dimenticanza volontaria o involontaria; sull’incapacità di amare e sul terrore vasto e profondo che l’amore genera.
E, soprattutto, è un libro sui figli. Sul modo in cui il mondo li cambia, e li sottrae non solo ai genitori, ma soprattutto a se stessi. Com’è, allora, che un figlio bambino che rifiuta di nutrirsi di carne, da adulto accetta poi l’idea di uccidere altri esseri umani? Quale processo alchemico è avvenuto, non sui metalli, ma sulla carne umana ?.
Non ci sono risposte. Ognuno dovrà trovare la propria. Questo libro è il racconto di un viaggio. E così come Sheherazade raccontava per salvarsi la vita, qui Orah racconta il figlio per salvare la vita a quest’ultimo. Parole in viaggio; parole lungo una strada, che è quella della vita. Non sapremo mai se Ofer sarà salvato da quelle della propria madre; come in ogni vita vera, infatti, a nessuno è dato di conoscerne la fine…

Quaderni ucraini

Nota di Giusi Meister

Igort, Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’URSS, Mondadori 2010.

 Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell'URSS

Se, come me, non avevate conoscenza alcuna dell’Holodomor allora è il momento di recuperare.
Il genocidio ucraino avvenne tra il 1929 e il 1933, e la causa fu una carestia. Siamo abituati a pensare a quest’ultima come ad un fenomeno generato, prevalentemente, da cause più o meno naturali, ebbene, in questo caso il meno sopravanza senz’altro il più: la carestia in Ucraina fu indotta.
Infatti, Iosif Stalin al fine di attuare una riforma economica radicale che prevedeva, tra l’altro, l’introduzione del Kolchoz in una realtà agricola gestita prevalentemente in modo individuale, non esitò ad affamare sino alla morte milioni di persone per arrivare alla dekulakizzazione.
“Per eliminare i kulaki come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di kulaki […] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo”. (Josif Stalin).

Comprendere è necessario. E questo è un magnifico lavoro di Igort.

Il caos prossimo venturo

Il caos prossimo venturo

È un saggio di 675 pagine nell’edizione italiana Il caos prossimo venturo (sottotitolo Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni, trad. it. di  A. Grechi e A. Spilla, Neri Pozza 2007). IL testo è del 2006, quindi è stato scritto prima della grande crisi finanziaria, ma le tesi che sostiene non sono contraddette da questa. Il titolo originario è decisamente eloquente: Twilight of the Nation State. Il libro di Prem Shankar Jha è chiaramente diviso in due parti. Nella prima l’autore delinea lo sviluppo del capitalismo dal suo sorgere nel tardo medioevo, attraverso le sue grandi fasi storiche. Nella seconda analizza diffusamente la politica economico-militare degli Stati Uniti negli ultimi decenni, soffermandosi a lungo sulle guerre di Bosnia e di Iraq. Ne esce un quadro fortemente antiamericano, per la qual cosa è sorprendente che alla fine una delle due possibili uscite dalla globalizzazione imperialistica sia una egemonia americana “consensuale” e morbida. Continua a leggere

Morti viventi

 Gli occidentali sono convinti che la felicità consista nell’intensificazione della vita e nel suo prolungamento quantitativo indefinito. L’ideale è il ragazzo che resta tale fino a novant’anni, e che al limitar di Dite pensa ancora all’amore. Perciò la scuola non può propriamente educare, ma al massimo trasmettere codici di comportamento, e, dato l’abisso che la separa dalla realtà tecno-televisiva circostante, non può farlo che in modo totalmente inadeguato. La gestione del risentimento sociale avviene oggi mediante la produzione e il consumo accelerato di merci rese desiderabili e disponibili. Ma se il meccanismo della produzione e godimento diffuso degli oggetti di desiderio per qualche motivo si inceppasse, cosa potrebbe accadere? Nel libro di Isaiah Berlin Le radici del Romanticismo (The Roots of Romanticism, trad. G. Ferrara degli Uberti, Adelphi, Milano 2001), a pag. 80 leggiamo: Continua a leggere

Sacrificio e scuola

Se, come pensano i seguaci di René Girard, tutto ciò che è specificamente umano ha origine nel sacrificio, anche la scuola non può non affondare le proprie radici in quella pratica, da cui l’Occidente di oggi pensa di essersi liberato solo perché ne ha distolto lo sguardo (al punto che dai mass-media non sono mai trasmesse le immagini dell’uccisione di animali, neanche dei polli che mangiamo: le trasmissioni televisive che trattano dell’allevamento di galline e maiali saltano in tronco il momento fatale dell’uccisione, su cui Alfred Döblin scrisse alcune pagine mirabili ). Vedere qui.

Trovo conferma dell’idea a pag. 56 de Il sacrificio, di C. Grottanelli (Laterza, Bari 1999, p.56). Continua a leggere

Unrat

 

Unrat, spazzatura, è il soprannome che generazioni di studenti hanno dato all’indimenticabile figura di insegnante protagonista dell’omonimo romanzo di Heinrich Mann (Professor Unrat oder Das Ende eines Tyrannen, 1905, trad. it. G. Schiavoni, Mondadori 1997). Si tratta a mio avviso di un romanzo fondamentale per chiunque voglia affrontare il tema del risentimento e dell’espulsione, come ho mostrato in Sei narrazioni nell’orizzonte dell’espulsione, ma qui voglio riportare un passo (p.10) nel quale appare un eterno problema della scuola: come un lavoro intenso e strutturato su un testo letterario possa disamorarne gli allievi, e come tale disamore possa poi propagarsi come fuoco sulla paglia. Qui il testo su cui la classe vien fatta lavorare non è I promessi sposi, ma un’opera di Schiller (di cui vedi la bella interpretazione di Ann Astell qui). Il risultato è il medesimo, a conferma del fatto che l’insegnante insegna anzitutto se stesso, e che se non ama gli allievi quelli non ameranno la disciplina, e che il metodo senza umanità producerebbe sì li suoi effetti,/che non sarebbero arti, ma ruine (Paradiso VIII, 107-108). Così i libri più alti diventano a loro volta, per gli allievi, spazzatura.

Della Pulzella di Orléans la classe si stava occupando fin da Pasqua, ossia da tre trimestri. I ripetenti avevano familiarità con essa addirittura da due anni. La si era letta di seguito a cominciare dal principio, e poi riletta a partire dal fondo. Se ne erano mandate a memoria delle scene intere. L’opera aveva dato luogo a esegesi storiche. Si erano fatte, in proposito, digressioni poetiche e grammaticali. Se ne erano messi in prosa i versi, e la prosa era stata quindi di nuovo rivolta in poesia. Tutti coloro che, alla prima lettura, avevano avvertito in quei versi un soave splendore l’avevano però visto offuscarsi ormai da tempo. Nella tiritera stonata che veniva quotidianamente ripetuta non si distingueva più alcuna melodia. Nessuno percepiva più la voce estremamente soave della fanciulla che brandisce spade misteriose e infallibili e la cui corazza non ricopre più alcun cuore, quella fanciulla provvista di ampie ali d’angelo, lucenti e crudeli. Tra questi giovani, qualcuno in seguito avrebbe potuto tremare dinanzi all’innocenza quasi sensuale della pastorella, amare in lei il trionfo della debolezza, addolorarsi per le sorti di quella divina fanciulla che, abbandonata dal Cielo, diviene una qualunque povera ragazzetta disperatamente innamorata; dovrà però passare molto tempo prima che chiunque di loro possa provare tali sentimenti. Occorreranno forse vent’anni perché Giovanna d’Arco possa rappresentare di nuovo per loro qualcosa di più di un ricordo libresco e polveroso.

San Gennaro

Il miracolo di San Gennaro 

L’interdetto antico non aveva forse, sin dall’inizio, questo significato? Non colpiva forse l’eccesso sacramentale dell’immagine, proprio  nel momento in cui presidiava la miracolosa libertà delle teofanie per segni ed enigmi, in cui realmente accadevano miracoli fra gli uomini e si poteva discutere faccia a faccia con Dio? Dio non si dà nell’immagine-feticcio che ne sostituisce la realtà, rappresentandola. Non c’è sacramento reale, se c’è godimento immaginario.

P. Sequeri in S. Natoli, P. Sequeri, Non ti farai idolo né immagine, il Mulino 2011,  p.130.

Tempo di cotogne

In cucina mia moglie sta preparando la marmellata di cotogne. Un lavoro di cui le sono grato: questa marmellata mi piace e mi ricorda la mia fanciullezza. Andavo matto per la cotognata, quando ero uno scolaro delle elementari, e mi ricordo quelle piccole confezioni monodose con l’involucro trasparente, quelle protomerendine. Si chiamavano marmellatine, e c’erano anche quelle di ciliegie, pesche e albicocche. Questa della foto deve però essere una riedizione filologica, le merendine sono perfettamente uguali a quelle di allora, ma il ciclista mi sembra avere un aspetto odierno.

La seconda mezzanotte

La seconda mezzanotte

Non scrivo mai di libri non letti, ma per l’ultimo di Scurati devo proprio fare un’eccezione. Ad Antonio Scurati e al suo romanzo Il sopravvissuto avevo dedicato questa mia cronica . Quel romanzo mi era piaciuto, ma i successivi non mi hanno convinto. Ho visto nell’autore una smisurata ambizione, e una sovrastima delle proprie capacità letterarie. Una presunzione sconfinante col narcisismo, e una brama di successo che lo spinge a scrivere storie che devono anzitutto compiacere un ampio pubblico di lettori. Non condanno certo la narrativa di consumo e di intrattenimento, purché non voglia passare per altro, né disprezzo chi la produce, anzi ne posso ammirare le doti, purché non voglia passare per grande scrittore. Si legga come viene presentata l’ultima opera di Scurati, La seconda mezzanotte: Continua a leggere

Filosofia della paura

Non cita mai René Girard il norvegese Lars Svendsen nel suo La filosofia della paura, edito in Italia da Castelvecchi nel 2010 (trad. di E. Petrarca). Ma la paura è un fenomeno mimetico per eccellenza, e lo stesso Svendsen si avvicina alla connessione tra paura e vittima.

Un altro valido elemento che va comunque considerato è che un pericolo diventa degno di attenzione quando c’è qualcuno da incolpare. (p. 61) Continua a leggere