Anatomia di una scomparsa

Anatomia di una scomparsa

Anatomia di una scomparsa, di Hisham Matar (Anatomy of a Disappearance, 2011, trad. di M. Pareschi, Einaudi 2011). Sapientemente costruito per un pubblico di lettori globale, questo romanzo di Matar non mi pare anzitutto “politico-arabo”, nel senso che il suo nucleo è colorato di una condizione socio-politico-esistenziale, quella dell’esule in fuga dal dispotismo di un regime mediorientale, solo marginalmente. Se il padre di Nuri el-Alfi, l’io narrante, non fosse stato un ministro di uno stato mediorientale, ma semplicemente un ricco uomo d’affari della borghesia internazionale, la cui vita si svolge tra un Paese e l’altro, improvvisamente e misteriosamente scomparso, il senso della vicenda non cambierebbe affatto.

In realtà questo è un romanzo di formazione, ed è costruito sul rapporto del figlio-voce narrante Nuri con la figura del padre Kamal, una figura che, scomparendo, ad un certo punto diviene un assente-presente. E si sa che l’assenza- presenza è spesso più forte della semplice presenza. E il rapporto col padre è qui configurato classicamente come rapporto del figlio ad una immagine di potenza virile, ambivalente e con una componente di senso di colpa. I risvolti para-freudiani non mancano: dopo la morte della moglie Kamal sposa una donna molto più giovane di lui, che (e perché) era molto piaciuta al figlio adolescente. Donna giovane e bella, Mona (certo che se ci fosse il Veneto Stato con sua lingua sognato da queste parti, qui con questo nome la cosa si farebbe strana), non è forse esattamente quel che sembra. Ovviamente la donna è massimamente desiderabile (pochi romanzi sanno fare a meno di questo elemento): tensione erotica, ambiguità, ecc. In questo romanzo molti non sono quello che sembrano essere, e infine si rivelano altro: la madre di Nuri, il padre, l’avvocato Hass, Béatrice Benameur dal cui letto Kamal viene strappato per sparire per sempre, la domestica Naima. Sul risvolto di copertina si legge:« Matar ritorna sul tema, a lui particolarmente caro, della violenza di stato in un paese arabo e del suo impatto su una giovane vita». Sbagliato, il tema qui non è questo, il tema è quello della fluidità dei rapporti umani, dell’inganno delle apparenze, dell’inaffidabilità delle convinzioni, temi fondamentali della narrativa occidentale degli ultimi secoli. Qui di arabo in senso proprio non c’è nulla, e tra l’altro Matar non a caso scrive in inglese. Il ritorno finale di Nuri ormai ventiquattrenne, ricco dei soldi lasciatigli dal padre, nella casa in Egitto non significa un vero ritorno alle origini. La patria di Kamal non è infatti l’Egitto, e se Nuri dice di attendere ancora il ritorno dello scomparso, il lettore pensa che nulla gli impedirebbe, il giorno dopo quello in cui si conclude la fabula, di prendere il primo aereo per la California.

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