Una pace perfetta

Una pace perfetta

Qualcuno potrebbe dire che in questo romanzo di Amos Oz, Una pace perfetta (1982, trad.it. di E. Loewenthal, Feltrinelli 2009, 2011) il vero protagonista sia il kibbutz, un’esperienza che negli anni di questa storia, i due precedenti la guerra arabo-israeliana del 1967, si presenta già molto problematica. In effetti quasi tutta la storia narrata da Oz si svolge nel kibbutz Granot, che sorge nei pressi delle rovine di un villaggio arabo distrutto nella guerra precedente, e la vita del kibbutz vi è ampiamente descritta. Alcuni dei personaggi, come il giovane Yoni e sua moglie Rimona, vi hanno trascorso la vita intera. Io penso invece che non sia propriamente così, ovvero che il senso della vicenda non sia legato né alla fase storica né alla collocazione in quell’ambiente particolare, e in fondo neppure nell’ebraicità dei personaggi, anche se tutti questi aspetti contano. Il senso è più generale, ed è legato all’operazione tipica della letteratura degli ultimi due secoli: sta nella messa in questione del senso generale della vita umana, declinata come infelicità, irrequietezza, bisogno di trovare un locus, percezione soprattutto che la vera vita è altrove. Yoni è sposato da alcuni anni con la bella Rimona, che prima ha avuto un aborto, poi ha partorito una bimba morta. Rimona è un’anima semplice (anche troppo), tanto da poter essere presa per una dalla mente malfunzionante. Una povera di spirito. Yoni coltiva da tempo il desiderio di andarsene, lasciare il kibbutz e perdersi nel vasto mondo. Il nucleo generatore del romanzo sta qui, nell’anelito di Yoni alla vita vera. Dunque, siamo alla presenza di un modello ampiamente sviluppato nella letteratura occidentale, un modello che ha come segnavia il Wilhelm Meister goethiano e il Peer Gynt di Ibsen.

La vicenda sembra finire con una sorta di conciliazione finale, di lieto fine, ma in verità qui tutto è incerto. Alcune pagine del romanzo sono “tratte” dal diario del nuovo segretario del kibbutz Granot, Shrulik, dove ad un certo punto si legge: «Soluzione, ho scritto: e suona strana qui questa parola così banale. Non facciamo altro che risolvere, per tutta la vita. Il problema della gioventù, quello degli arabi, il problema della diaspora, il problema degli anziani, il problema del suolo e dell’acqua, il problema della sicurezza, il problema sessuale, il problema degli alloggi, chi più ne ha più ne metta. È come se penassimo tutta la vita per escogitare chissà quale formula geniale per poi scriverla sulle onde del mare, o per mettere in fila per tre le stelle del cielo.» (p. 213). E sempre dal diario di questo personaggio vengono le parole con cui Oz chiude la sua narrazione: «La terra è indifferente. Il cielo è immenso e indecifrabile. Il mare? Misterioso. Le piante. Le migrazioni degli uccelli. La pietra tace sempre. La morte è forte, tanto, presente ovunque. Siamo tutti impregnati di crudeltà. Ognuno di noi è un po’ assassino: se non con gli altri, con se stesso. L’amore, ancora non lo afferro, e certo non farò in tempo a imparare. Il dolore è un fatto compiuto. Ma malgrado tutto ciò, so anche che possiamo fare qualcosa. Possiamo, e perciò siamo tenuti a farlo. Tutto il resto – chi lo sa? Chi vivrà, vedrà. Invece di dilungarmi, questa sera suonerò un po’ il flauto. Ci sarà posto anche per questo. Il senso, quale sarà? Non lo so» (p. 350)

Nota a margine. Si legge nel libro: Titolo dell’opera originale A PERFECT PEACE, e sotto: Traduzione dall’ebraico di ELENA LOEWNTHAL. Qualcosa non mi torna.

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