Una pace perfetta

Una pace perfetta

Qualcuno potrebbe dire che in questo romanzo di Amos Oz, Una pace perfetta (1982, trad.it. di E. Loewenthal, Feltrinelli 2009, 2011) il vero protagonista sia il kibbutz, un’esperienza che negli anni di questa storia, i due precedenti la guerra arabo-israeliana del 1967, si presenta già molto problematica. In effetti quasi tutta la storia narrata da Oz si svolge nel kibbutz Granot, che sorge nei pressi delle rovine di un villaggio arabo distrutto nella guerra precedente, e la vita del kibbutz vi è ampiamente descritta. Alcuni dei personaggi, come il giovane Yoni e sua moglie Rimona, vi hanno trascorso la vita intera. Io penso invece che non sia propriamente così, ovvero che il senso della vicenda non sia legato né alla fase storica né alla collocazione in quell’ambiente particolare, e in fondo neppure nell’ebraicità dei personaggi, anche se tutti questi aspetti contano. Continua a leggere

D’un tratto nel folto del bosco

 

Ho letto questa favola per adulti di Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco (Feltrinelli, Milano 2005). Il racconto è un apologo sull’intolleranza del diverso e sulla solitudine del ribelle. In un villaggio isolato d’un colpo tutti gli animali spariscono, compresi gli insetti e i pesci del fiume. Per anni la comunità stende un velo sull’accaduto, e ai bambini si narra di un demone Nehi, che infesta il bosco, e si aggira di notte anche nelle strade del villaggio. Due fanciulli, infine, decidono di scoprire dove siano finiti gli animali, e si inoltrano nel bosco. Tipica situazione favolistica. Non mi ha soddisfatto. L’idea di tutti gli animali carnivori ed erbivori che in un luogo segreto vivono insieme come fratelli (il che comporta, poi, un cambiamento di dieta ed abitudini dei soli carnivori, che si abituano a mangiare un vegetale dal sapore di carne, il carnemone) mi sembra bislacca, e maledettamente antropomorfica, come al solito. Per molti umani gli animali risultano pensabili solo attraverso una mutazione della loro natura reale. Ma la forzatura che li rende meri simboli mi sembra non essere più lecita nel mondo contemporaneo, nella nostra cultura che non è più quella medioevale, dove la simbolica concedeva l’unicorno alla vista delle vergini. Possibile che non si possano pensare, e narrare, gli animali come animali? In fondo, dunque, anche Oz riesce ad accettare la diversità solo trasformandola in non-diversità. E questo è un suo grave limite: la diversità deve rimanere tale, altrimenti su di essa si esercita violenza.