Scuola e non scuola 6

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

4 dicembre 2002 A.D.

GLOBAL. Versare lacrime sopra la nequizia dei tempi: un’attività diffusa tra gli insegnanti, gente lamentosa. Combattere è faticoso (e rischioso). Il mugugno non costa nulla, intanto si sbarca il lunario. Guardate allora, colleghi carissimi, i ragazzi che vi stanno davanti, pensate la loro condizione, uscite dall’allucinazione perenne in cui vivete, che vi fa apparire migliori di loro ai vostri occhi (“quando avevo la vostra età, io…”). Se viveste giovani oggi, sareste come loro, sareste globalizzati in tutto e per tutto (musica, cibi, vestiti, scarpe, linguaggio, ecc) e insieme nemici della globalizzazione e degli Americani: fareste sciopero contro la guerra (contro Bush, mica contro Putin o Saddam o che so io) e poi andreste al bar a bervi una coca. Ma vivendo oggi non più giovani, guardate voi stessi: siete tutti uguali. Imprecate contro gli studenti che non studiano, che non imparano niente, bevete tutto quello che piove dall’alto, o che sorge dal basso, accettate di vivere ipocrita-mente. Non vi opponete alla retorica dell’educazione, che scende dall’alto, per li rami, fino ai Dirigenti, fino a voi, anzi la fagocitate con voluttà. Vivete nel compromesso permanente: Franza o Spagna purché se magna. Non siete né caldi né freddi, ma tiepidi. E tiepidamente assimilate tutto. Siete davvero globalizzati, così: figure insignificanti, rotelle del meccanismo, nullità in tutti i paesi avanzati. Ciò potrà continuare a lungo? Il futuro nessuno lo conosce. Come il gambero del racconto di Chiusano, l’insegnante retrocede nel buio della sua tana, deprecando la schifezza universale.

GALLO. Il gallo del mio vicino non si limita nel canto, è davvero esuberante. Anche alle tre di notte, spesso, fa sentire la sua voce poderosa. Qualche volta mi è noioso a quell’ora, ma per lo più non mi dispiace, è pur sempre una voce naturale, c’è qualcosa di cosmico in lui. Che canti nel buio non può essere casuale, deve avere un significato mistico. E se lo udissi solo io? Non chiederti per chi canti il gallo, egli canta per te. O metafora: nel buio della scuola una voce parla, ma nessuno l’ascolta. Che sia la voce della ragione? Spesso i collegi dei docenti potrebbero sembrare dei pollai. Tante galline, tanti capponi (che si beccano pure tra loro), qualche gallo più o meno spennacchiato che cerca di sovrastare con la sua voce il co-co-co generale. Pullus docens, torna nella stia.

GUSTO. Ce n’è per tutti i gusti, nella scuola. Ce ne deve essere per tutti i gusti. Così, è un continuo fermentare di ipotesi di nuovi tipi di scuola (liceo economico, liceo musicale, liceo demenziale, liceo trasformazionale, liceo multietnico coranico, liceo fantascientifico, ecc. ecc.), di corsi e ricorsi e soccorsi (ricordate i controcorsi, ah!ah!), di iperprogetti, e così salmodiando. Tutti i gusti, tutte le esigenze (si esige! Si esige!) devono essere soddisfatti. In modo che, soprattutto, i Dirigenti possano vantare istituti in cui si fa di tutto, sotto denominazioni altisonanti, si organizzano convegni, si praticano didattiche mirabolanti, tutti gli allievi vengono seguiti, recuperati, incalzati, trasformati. C’è l’eccellenza, la patente europea, la patente di quello, il certificato di qualità ISO 2122, lo U.Boot 346, il Mig 29, il teatro, la multimedialità, e infine – udite, udite – la patente ignoranza. Che il vero sapere si costruisca a fatica, piano piano, con sforzo volontà determinazione, senza gratificazioni per un lungo spazio di tempo, soffrendo per un fine ben chiaro e condiviso, questo è rifiutato dalla psicopedagogia dominante. Il problema è che una legione di insegnanti, a causa dell’umana e italiana tendenza alla coniglieria, ha seguito con l’animo di una spugna ogni indicazione calante dall’alto, salente dal basso, proveniente da destra e da sinistra (soprattutto da sinistra). E chi è rotella non può che insegnare ad essere rotelle. Così è stato e così sarà. Rotelle d’ogni dimensione, d’ogni colore, che girano più e men veloci. Ce n’è per tutti i gusti.

GIUSTIZIA. In Italia è un problema. Nessuno sa più cosa sia, ma tutti se ne riempiono la bocca. Viene sempre invocata quando si è convinti di subire il suo contrario. In effetti, professori e studenti parlano spesso di ingiustizie: i primi in riferimento per lo più a questioni economiche, i secondi in riferimento ai voti conseguiti, al trattamento ricevuto dai primi. Pochissimi sono quelli che si chiedono se quello che fanno o che intendono fare sia giusto: solitamente ci si chiede se convenga. Giustizia e ingiustizia sono sempre state parenti dell’indignazione, uno stato morale che oggi è accusato da molti di essere il primo stadio della violenza: prima ci si indigna, poi ci si scaglia contro. È indegno indignarsi, scrivono molti. C’è forse qualcosa di cui ci si possa indignare ancora non indegnamente? Del resto, gli Italiani sono sempre indignati, al limite lo sono dell’altrui indignazione. Ha ragione Alberto Biuso nel suo bel libro Contro il sessantotto quando sostiene che in Italia è l’idea di giustizia la più distorta di tutte, tirata e strattonata da tutte le parti. Per me, giustizia è una delle virtù cardinali. Non l’ho avuta infusa come Adamo, so di non essere giusto, ma mi sforzo di diventarlo, sapendo che solo Allah lo è pienamente e assolutamente. È richiesta questa virtù all’insegnante? No certo, nessuno richiede la giustizia come virtù, come non richiede alcuna virtù, poiché la nostra è una società post-virtuosa (cfr. Alistair McIntyre, After Virtue). A maggior ragione non la richiede agli studenti. E chi ha mai sentito apprezzare uno studente per qualcosa che sia simile a una virtù? Si sente mai un insegnante dire che un ragazzo “è giusto”, “è temperante”, “è saggio”, “è forte”? Non lo si sente dire, in verità, di nessuno; piuttosto si sente “è intelligente”, “è studioso” (come se studioso non fosse una degenerazione di studente), “è impegnato”, e via annacquando. Resta la giustificazione (non quella luterana), legata a una delle cose più deperibili del mondo: il libretto dei rapporti scuola-famiglia, che nel giro di un mese dall’inizio dell’anno scolastico si trasforma in un emblematico, penoso straccetto.

GIORNALE. Leggo sul Corriere della Sera del 2 dicembre un articolo di fondo di Gaspare Barbiellini Amidei, dal titolo Si studia troppo e si studia male. Vi si dicono delle cose giuste, alcuni rilievi che vi si fanno sono sensati, ad esempio quello circa le troppe ore di tempo scolastico (vulgo lezioni) che vengono somministrate agli allievi. Ovviamente, però, già il titolo evidenzia una confusione concettuale. Infatti a scuola non si studia. Lo studio deve essere successivo alle lezioni, e infatti l’articolo stesso parla poi di ore di TV, di giochi elettronici, ecc.: lo studio quindi non è troppo, semplicemente non c’è. E se le ore in classe sono troppe, dico io, riduciamole. Ma con che criterio? L’articolo su questo non dice nulla. Dice però che occorre “una alternanza fra insegnamento in aula e crescita individuale negli altri impieghi del tempo” che “favorisce un modello di gioventù che sia titolare di diritti maturi”. Nobili parole. Che stile! Che eloquenza! Ma che vuol dire? Quali sono gli “impieghi del tempo” che producono “crescita individuale”? Forse l’oratorio, i boy-scout? E se la società non offre nulla che sia in grado di far crescere i giovani? Ma, argomenta il saggio Barbiellini, “uno studente che entra ed esce dalla scuola secondo la logica della salute e dell’apprendimento diventa un soggetto responsabile”. Bella frase, degna di un pedagogista del Pensiero Pedagogico Dominante. Tradotto in altri termini, significa che bisognerebbe spezzettare l’anno scolastico. Troppe vacanze estive, infatti, in Italia. E il Barbiellini ne individua la responsabilità nella “macchina turistica”, nella “accaldata meteorologia” (dunque nei paesi caldi non c’è scuola, in Svezia si studia tutto l’anno) e (udite! udite!) nella “forza dell’abitudine” e “nell’aspirazione di non pochi insegnanti”. Dunque turismo, meteorologia, abitudine e non pochi insegnanti sarebbero le quattro cause del nostro solito non essere al passo con l’Europa. Non sapevo che le aspirazioni di non pochi di noi valessero quanto la lobby del turismo. Ora lo so. Però mi chiedo: se davvero la forza dell’abitudine e il turismo valgono tanto, perché le lezioni non cominciano ancora il 1 ottobre? Gli insegnanti sanno bene che le loro aspirazioni non sono tenute in conto alcuno. Ma il Barbiellini vive sulla luna? Pensa che in Italia esista una lobby degli insegnanti o che qualcuno richieda il loro parere prima di prendere una decisione che li coinvolga? Tutt’al più capita che il Ministero apra un forum sull’internet, come quello sull’ultima riforma della maturità. L’ottanta per cento degli insegnanti intervenuti era palesemente contrario. Il Ministro Moratti ha poi dichiarato che la stragrande maggioranza dei docenti partecipanti al forum era favorevole. Questa sì che è onestà intellettuale. Se gli insegnanti fossero ascoltati in qualche modo, avremmo ancora gli esami di settembre, e molti orrori della scuola attuale non ci sarebbero. Ma ecco che mi pento di quello che ho appena scritto, e ciò a causa della paradoxical position in cui mi trovo, come insegnante che pensa contro. Insegnanti ascoltati? Sì, ma quali? Ce n’è, infatti, per tutti i gusti. Chi può eleggere, elegga.

GERMOGLI. Ci sarà l’autogestione? Forse tra qualche giorno. O forse no. Gli allievi più attivi si stanno muovendo. Se non fossero attivi non si muoverebbero. Chissà perché gli piace tanto. In verità, lo so benissimo: per molti studenti la scuola sistematica, in cui c’è un susseguirsi metodico e regolato di attività intellettuali che richiedono disciplina, è sopportabile a fatica, anzi è francamente insopportabile. C’è un surplus di energia che non riesce a diventare energia intellettuale. Questo surplus di energia giovanile, massime maschile, deve essere incanalato in qualche modo. Ogni società ha sempre dovuto fare i conti con questo fattore, potenzialmente pericoloso se l’energia è fatta accumulare senza valvole di sfogo. Al tempo dei Greci e dei Romani, e anche dopo, ogni generazione aveva la sua guerra. Il mondo occidentale moderno ha conosciuto nell’ultimo mezzo secolo solo la guerra proiettata all’esterno e riprodotta nei media. I giovani maschi hanno a loro volta proiettato la loro aggressività naturale e la specificamente umana tendenza alla violenza in succedanei vari della guerra, più o meno adeguati, più o meno soddisfacenti. Il tifo sportivo, il teppismo di massa, ma anche le cariche della polizia sono succedanei della guerra. Io insegno in un liceo classico e linguistico, in cui è netta la prevalenza numerica delle studentesse, e in cui nondimeno i rappresentanti e i leader degli studenti sono sempre quasi tutti maschi. È rarissimo che siano elementi culturalmente validi, spesso sono persone che stentano nello studio, sempre sono studenti privi di rigore e di metodo. Quelli che sono predisposti al rigore e al metodo esistono pure, ma non fanno mai i leader, come se la vocazione politica, perché di questa si tratta in siffatti germogli, fosse sempre legata all’approssimazione, al darsi da fare per il puro muoversi, alla confusione concettuale anche, e alla presunzione di sapere ciò che non si sa, che è vizio alimentato perfino dal Pensiero Pedagogico Dominante. Non che una volta fosse meglio. La somma complessiva del bene è sempre pari a quella del male.

GITANTI. Sono buoni, sono tanti i professori coi gitanti. Il gitante è l’allievo in viaggio d’istruzione. Nei miei ventisette anni di scuola ho partecipato a due viaggi di istruzione, molte, molte lune or sono. Mi hanno istruito molto. Mi hanno fatto capire chi sono io, chi sono loro. Mi sono stati sufficienti per tutta la carriera. Mi hanno fatto capire, anche, perché i discenti amano tanto le gite. Le amano perché sperano sempre di vivere in gruppo qualcosa di nuovo: una fuoriuscita, anzitutto, dal regime familiare, una scarica libidica, che si manifesta nella tensione a fare della notte giorno, dormendo il minimo possibile. È per questo che le comitive di allegri studenti hanno sovente l’aria assonnata. Ce l’hanno di giorno, di notte si trasformano. Le gite racchiudono in sé una dimensione parodisticamente ascetica, che coinvolge sia i docenti che gli studenti. Si mangia l’indispensabile, si cammina moltissimo, si dorme pochissimo e malissimo. Gli studenti si temprano, è una vera iniziazione. Infatti ora si ritiene necessario portare all’estero anche gli studenti delle medie. E trovi allievi di terza media a Vienna, a Praga… Si sa, oggi i genitori ci tengono a che i figlioli loro si aprano all’Europa, al Mondo. Ma che si vuole che serva loro lo star lì rinchiusi per ore nelle classi, scomodi su quei banchi rotti e striminziti, ad ascoltare delle vecchie babbione che parlano, sproloquiano, scrivono alla lavagna. Suvvia! Vuoi mettere l’incontro con popoli di altra lingua, di altra cultura. In tre giorni a Praga la mente si apre, il tredicenne comincia a capire la realtà, si matura. E pazienza se comincia a dare una tirata… Le più accanite gitanti sono professoresse. È una questione epocale. La donna, si sa, è mobile, e la donna occidentale moderna è mobilissima, le piace terribilmente girare per il mondo, vedere questo, vedere quello. Essendo sostanzialmente precluso il vero viaggio, quello interiore, resta quello turistico. Così molte scuole si riducono ad agenzie turistiche per parte dell’anno. Ma interrogatevi, colleghi. Se ciò di cui parlano tra loro gli studenti fin dall’inizio dell’anno è la gita, se il senso della scuola per loro è la gita, non sarà che sia la gita il senso vero della vita?

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