Scuola e non scuola 7

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

3 gennaio 2003

IGNOBILE. La condizione della scuola italiana è ignobile. Non trovo un termine migliore per definirla. L’ignobiltà non risiede nello stato oggettivamente misero della maggior parte degli edifici scolastici, ma nell’ipocrisia con cui la classe politica e l’opinione pubblica hanno trattato e trattano la scuola. Questa ipocrisia è più forte oggi di quanto non fosse ieri. Tra i discorsi dei Presidenti (da quello della Repubblica giù giù fino a quello di Istituto) e la realtà vi è un abisso. E l’abisso è colmato – no un abisso non può essere colmato, si tenta di colmarlo – come sempre in Italia, con parole. Guardiamo le cose, quelle tangibili. Si va dai laboratori vecchi e scadenti e cadenti a pezzi ai bagni vandalizzati e rovinati, alle porte che non si chiudono, alle aule troppo fredde perché i serramenti non sono efficienti, ai soffitti precari, ai banchi e alle cattedre che sembrano studiati per generare ogni forma di patologia osteo-muscolare, a… si può aggiungere di tutto. Né le scuole di nuova costruzione, i cui edificatori hanno anzitutto lucrato in tutti i modi possibili, sono un gran che: cementi di bassa qualità, rifiniture in economia, riscaldamento così così, nessuna preoccupazione per il lavoro dell’insegnante, che dai banchi degli studenti dovrebbe essere visibile e udibile, che dovrebbe disporre di luoghi di studio, di ricevimento di genitori e studenti, ecc. Tutti esaltano nei loro discorsi l’importanza del ruolo della scuola, magnificano la sua centralità, nessuno agisce di conseguenza. La scuola quindi a stento sopravvive, vivacchia in attesa di tempi migliori, che non verranno.

Si dice da molti che gli stipendi degli insegnanti non sono dignitosi, ed è vero. Tuttavia, la dignità non è solo una questione di denaro, anche se nella nostra società esso è la misura di tutte le cose, di quelle che sono come di quelle che non sono. La dignità è anche una questione di stile. Basterebbe un’occhiata alla sala insegnanti della succursale del mio liceo (un classico, la succursale è la sede dell’ex scientifico adiacente) per illuminare chiunque sullo status dell’insegnante oggi. Per settanta docenti vi sono cinque (V; 5) vecchie sedie di legno traballanti ed una poltroncina girevole su rotelle. Un tavolo corto e stretto. Una serie di cassettiere di metallo, che evocano funebri colombari, in cui i loculi sono in buona parte vicini al pavimento o addirittura al suo stesso livello, così da obbligare docenti anche anzianotti a chinarsi, piegarsi, genuflettersi, prostrarsi. Che è un bel segno della loro umiliata condizione.

INGEGNI. Mi risulta che un ingegnere chimico americano, a spasso per Treviso con un suo collega italiano, si sia molto meravigliato udendo le spiegazioni di quest’ultimo circa una chiesa. L’italiano infatti sapeva indicargli alcune caratteristiche architettoniche e stilistiche di quell’edificio medievale. Incredibile! Uno specialista in chimica industriale che distingue una chiesa romanica da una barocca. Per l’americano la cosa era strana, quasi inquietante. Qui è tangibile la differenza tra due sistemi educativi, tra due modi d’intendere l’istruzione. Il nostro sistema ancora un po’ gentiliano ha tuttora una base umanistica, per la quale la formazione richiede una pluralità di saperi, tra i quali ad un certo punto della vita se ne privilegerà uno, senza mai però porre in totale oblio gli altri. La concezione tecnicistica americana è differente. Là la scuola dà un’infarinatura, devi obbligatoriamente conoscere un po’ di matematica, di storia (americana, del resto l’America è il mondo) e di inglese (la tua lingua naturale, che poi è la sola che conta), e all’università ti specializzerai in un campo, che se sei fortunato ti farà guadagnare tanti dollari, coi quali realizzerai la tua felicità, che consiste nell’avere tanti dollari. A proposito, non è mica un caso che lo sfondo di questa pagina web scuola e non scuola sia un tappeto di dollari. Lo sfondo della pagina è già un discorso. I dollari sono: ciò che manca all’insegnante; ciò della cui mancanza l’insegnante soffre poco, la scuola italiana molto; ciò che fa girare il mondo così come gira; ciò di cui all’allievo non si deve parlare, quasi che il mondo fosse mosso da altro, per esempio dai buoni sentimenti. L’ingegnere americano che non sa cosa sia il romanico è portatore di una rivelazione: c’è sapere e sapere. Il sapere generalmente umanistico (il mio) non serve a nulla, poiché non fonda il dominio. Il sapere particolare tecnico serve a molto, poiché fonda il dominio. Ed è il dominio, il senso della superiorità (di sé, della cultura cui si appartiene) a conferire quel senso di sicurezza che gli uomini scambiano per felicità.

INATTUALE. Mi sento sempre più inattuale. Non ne godo, proiettando l’infelicità nella sfera estetica e autocompiaciuta, come fanno numerosi intellettuali italiani del presente, che mi paiono tanti aspiranti nietzschini. Il fatto è che il mondo, che nel suo insieme nessuna vista creata è in grado di abbracciare, è talmente complesso e il suo movimento così confuso, che, di fronte alla marea di tesi, antitesi, teorie, pratiche, proposte, critiche distruttive e costruttive, la percezione di un senso universale non si può dare. Ciò nel suo piccolo, si riflette anche nella scuola italiana. Infatti le scuole sono sempre riflessi di visioni del mondo. Il mondo appare strutturato in un certo modo, e la scuola veicola la conoscenza di quella struttura, imitandola in un suo modo, solitamente precario o del tutto inadeguato. Se prendiamo in considerazione i sistemi scolastici che si sono succeduti dall’antico Egitto ai nostri giorni, questo è ciò che vediamo, che ogni ordinamento scolastico è basato su di un’immagine del mondo (e dell’umano, e della posizione che l’umano occupa nel mondo). Il problema è che per noi, oggi, il mondo è destrutturato. Il problema è che per gli Italiani di oggi l’immagine è confusa, molto confusa. Gli Italiani di oggi (vogliono essere Europei, o vogliono essere Veneti, Lucani, Piemontesi, ecc.?) preferiscono non pensare a questi problemi, anzi, preferiscono non pensare tout court. Perciò, siccome pensare fa star male, gli adulti si rimbambiscono davanti alla TV, e chiedono alla scuola di non far crescere intellettualmente i figli, ma di farli restare bambocci, come è richiesto per vivere felicemente in questo secolo. E gli insegnanti seguono, trattano i ragazzi di diciotto anni come le maestre trattano i bambini di sette, e come queste non insegnano a tenere la penna in mano (la vediamo impugnata nei modi più strani, ne escono grafie immonde, espressione di uno spirito immondo, che solo un esorcista potrebbe espellere – ta daimonia ekballein: professione stupenda), così quelli non insegnano a pensare. In compenso, danno del tu agli allievi (e in qualche caso si faranno pure chiamare da loro per nome, questa sì che è democrazia). “Sentiamo Sara e Giulia”. “Quale Sara, professore, quale Giulia?”. Ce ne sono tre o quattro per classe, ma guai ad usare il cognome, gli studenti avvertirebbero troppa distanza.

Conversazione carpita nella minuscola sala insegnanti, dove i genitori vengono ricevuti in contemporanea da più docenti, mentre il sottoscritto, che gode di un’ora buca, cerca di leggere, capendoci qualcosa, The Subject and Other Subjects di Tobin Siebers. La mia lettura è interrotta dall’entrata di una genitrice-menade.

” Scusi il ritardo, professoressa, ma vengo direttamente dall’aeroporto. Sono appena tornata dalla Transilvania, dove come imprenditrice [una di quelle che delocalizzano la produzione per abbattere i costi – nota di F.B.] do lavoro a duemila persone. “

” Sì, ecco, io volevo parlarle perché suo figlio ha qualche problema… “

” Ma cosa dice? Guardi, appena ieri mi sono lamentata col Dirigente del fatto che tutti gli insegnanti di mio figlio non lo capiscono, non capiscono che ha solo diciannove anni, pretendono da lui un comportamento da adulto. Adesso, mi dica lei!”

” Sì, dicevo che qualche problema nella mia materia…”

“Cosa dice? Guardi che io faccio seguire mio figlio da fior di docenti, lezioni private che mi costano un occhio, ma io problemi di soldi non ne ho, non sono una pezzente. I docenti che pago mi dicono che mio figlio capisce tutto, che va benissimo. Quindi se l’insegnante di inglese gli dà cinque vuol dire che l’insegnante d’inglese non sa la lingua! Se quella di latino gli dà quattro, non sa un cazzo di latino!”

“Ma, signora, la professionalità dei colleghi… “

” Ma quale professionalità? Se questa scuola qua non ha neanche il certificato di qualità. Una professionalità del cazzo!”

“Ma, signora, che modi…”

“Sì, lasci che glielo dica, una professionalità del cazzo. Guardi, lei è la coordinatrice di classe, vero?”

“Sì, ma…”

“Guardi, stia attenta. Non provate a bocciarmelo, eh! Ché se ci provate, sono amica del Presidente della Banca Ipermegabanco della Santa Trinità, del Presidente del Consiglio Celtico, del Direttore di Qua, del Padrino di Là. Vi faccio tagliare i fondi, vi faccio condannare per violenza psicologica su studente, vi rovino!”

“Signora, non le sembra di esagerare?”

“Villana! È questo il modo di rispondere a un genitore? Non ti lasciano nemmeno parlare! Adesso vado di nuovo dal Dirigente. Vi faccio fare una lettera di ammonizione. Farò venire un ispettore.”

Se ne va sbattendo la porta. Torno a leggere Siebers, le cui argomentazioni sono molto più difficili da capire di quelle della signora. Che però è proprio un modern subject. O postmodern? O post-millennial? Io mi sento sempre più inattuale.

 IRCOCERVO. Si ha notizia del fatto che è stata costituita una Commissione con l’incarico di riformare i contenuti dei programmi delle superiori. Pare che si tratti di duecentocinquanta Saggi. Me li immagino, questi Saggi: vecchi, anzi vegli, con le lunghe barbe bianche, e vecchierelle curve vestite di nero, che incedono gravemente sotto il peso degli anni, esseri ripieni di sapienza. Ogni loro frase è una sentenza da scrivere per sempre, sono coloro che sanno. Noi, i profani, attendiamo le loro decisioni. Un giorno dalla sacra Commissione uscirà un testo ispirato, pagine e pagine scritte in linguaggio ieratico, di fronte alle quali noi, i profani, meri esecutori che con timore e tremore si affidano a chi sa, ci inchineremo veneranti. Accoglieremo le sacrosante indicazioni. Sapremo, finalmente, se Leopardi si deve trattare in terza o in seconda, o se, più probabilmente, non si deve trattare mai perché non spinge a guardare al futuro con sufficiente ottimismo. O voi Saggi, che siete stati eletti per questa missione, a cui dall’Illuminata, dalla Moratti, è stato affidato il futuro di tanti giovani, concedeteci presto, tramite i fedeli giornali, un anticipo, una favilla, un barlume delle vostre future Decisioni, che possa illuminarsi la nostra oscura notte. Fateci sapere se nel triennio del liceo classico, ad esempio, si potrà pronunciare ancora la parola cultura, senza doversi mettere la mano davanti alla bocca, o se la vostra saggezza lo sconsiglia, ritenendo più acconce altre parole.

Ma forse le cose non andranno così come ho scritto. Forse la cosa sarà meno ordinata, ma non per questo meno stupenda. È pur vero che qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia una Commissione numerosa come un reggimento di cavalleria. Rispondesi: vi compariranno molti bei nomi della cultura dominante, intellettuali, professori universitari, ecc. Tutti costoro non troveranno una linea comune, ma non importa: ciascuno dirà, se dirà, la sua, che non si integrerà con quello che pensano altri, e così via, ma non importa. Creeranno Sottocommissioni, suppongo, composte di membri (Sottocommissari?). Ciascuna Sottocommissione avrà inevitabilmente il suo Subcomandante, che prenderà le reali Subdecisioni, fornirà al Ministro le Subindicazioni, che confluiranno poi nel Maxidocumento Supremo di 2123 pagine, in cui si troverà il Tutto. Tutto sarà concepito e partorito dai Saggi, ma non sarà un Tutto organico, piuttosto sarà l’Aorgico, sarà l’assolutamente postmoderno (postmillenniale no, in Italia siamo ancora un po’ indietro) Caos. E la scuola, fecondata dal soffio generatore che uscirà infine dalle gote della Moratti, produrrà la creatura più sublime mai uscita a vedere la luce in Italia, che l’ha sognata da molte generazioni: l’Ircocervo.

Un pensiero su “Scuola e non scuola 7

  1. il bello è che questi pezzi sono anche divertenti da leggere. perchè sono scritti bene. ma cì è anche questa presenza solida e invisibile dell’autore, adatta e capace, anche a contenere il di più che attraversa le aule dimesse delle scuole italiane. mi fa questa impressione

    ciao,k

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