Mare di papaveri

 Mare di papaveriMare di papaveri di Amitav Ghosh (Sea of Poppies, 2008, trad.it. di A. Nadotti e N. Gobetti, Neri Pozza 2008 – BEAT 2011). Primo volume di una trilogia, la Trilogia della Ibis, dal nome della goletta impegnata in vari traffici, tra cui il trasporto della carne umana. Siamo intorno al 1838, nei dintorni di Calcutta, al tempo della coltivazione del papavero su grande scala promossa dai dominatori inglesi, per la produzione dell’oppio destinato a inondare il mercato cinese e non solo (si pensi al laudano). Molti personaggi, grande narrazione, ampiezza di prospettiva. Capacità sovrana di annodare e snodare le fila. Soprattutto, un intreccio di linguaggi, un insieme di gerghi e inglesi parlati da appartenenti a popoli differenti, culture e classi diverse, dialetti, congreghe marinare, ecc. che la traduzione può rendere solo in parte (deve essere stato un ben duro lavoro quello di Nadotti e Gobetti). Ghosh qui risale al crogiolo da cui è scaturita l’India moderna (e il Pakistan).  Ci sono i problemi della casta e dello sfruttamento, e insieme c’è il respiro dell’avventura e del viaggio per mare (che rimandano a Conrad e forse anche al Golding della Trilogia del mare). Il Mercato appare qui come una potenza che tutto travolge. Questo si manifesta anzitutto nell’obbligo per i contadini di coltivare papaveri anziché cereali, con conseguente rovina e fame. E c’è sempre l’ideologia che tutto giustifica, come si vede nel dialogo tra l’onesto maharaja decaduto Neel e il potentissimo affarista Mr Burnham. Più di cinquecento pagine che si leggono col vento in poppa.

«Tuttavia, Mr Burnham» insistette Neel, «mi risulta che in Cina il vizio sia molto diffuso, che ci sia molta dipendenza. Non mi dirà che simili afflizioni sono gradite a Dio».
Burnham fu punto sul vivo. «I malanni di cui lei parla, signore, confermano semplicemente la natura peccaminosa dell’Uomo. Se mai dovesse capitarle di camminare tra le catapecchie di Londra, Raja Neel Rattan, vedrebbe con i suoi occhi che nelle mescite di gin della capitale dell’Impero c’è tanto vizio e dipendenza quanto nelle topaie di Canton. Dovremmo dunque radere al suolo tutte le taverne della città? Bandire il vino dalle nostre tavole e il whisky dai nostri salotti? Privare i nostri marinai e soldati della loro dose giornaliera di grog? E una volta sancite tali misure, crede che il vizio sarebbe cancellato e che la dipendenza cesserebbe? E che ogni membro del Parlamento dovrebbe sentirsi responsabile di eventuali fallimenti? La risposta è no. Perché l’antidoto al vizio non sta nei divieti sanciti da parlamenti e imperatori, bensì nella coscienza del singolo, nella consapevolezza individuale delle proprie responsabilità e nel timore di Dio. È questa, mi creda, la più preziosa lezione che possiamo offrire alla Cina come nazione cristiana, e non dubito che tale messaggio sarebbe ben accolto dal popolo di quello sfortunato paese, se il despota crudele che li tiene in pugno non impedisse loro di ascoltarlo. Solo alla tirannia va il biasimo per la degenerazione della Cina, signore. I mercanti come me non sono che fedeli servitori del Libero Commercio, che è immutabile come lo sono i comandamenti di Dio». (pp. 121-122)

Un Dio coinvolgente.

werblcoinDottrina teologica su Dio, recita il sottotitolo. E su cos’altro dovrebbe riflettere una teologia? Il numero e la qualità delle note che occupano un grande spazio nelle 686 pagine della traduzione italiana (di A. Aguti e C. Danna) di Gott Verbindlich. Eine theologische Gotteslehre, e le 18 pagine della bibliografia, testimoniano l’immensa erudizione di Jürgen Werbick, uno dei teologi cattolici più significativi di oggi.  Werbick affronta qui la questione di Dio, e del Dio trino della fede cristiana, confrontandosi con le tradizioni delle Chiese, coi principali pensatori dell’Occidente (tra cui Nietzsche), e col pensiero contemporaneo. L’opera è poderosa, la lettura defatigante per la natura della prosa sinuosa di Werbick e per la sua estrema densità, che richiede un lettore sempre attivamente pensante.  Infine, non ne esco soddisfatto, e mi si confermano le grandi difficoltà in cui si avvolge oggi la teologia cattolica ufficiale e accademica, anche quando è straordinariamente dotata di intelligenza, come in Werbick. Soprattutto, ai miei occhi rimane aperto il baratro cosmologico. Ovvero, l’Universo qual era concepito nei secoli d’oro del Cristianesimo era il piccolo mondo abitato dagli umani, circondato dai Sette Pianeti, in cui il tempo che scorreva ovunque era quello stesso degli umani sulla Terra, misurato dai corsi del Sole e della Luna. Il tempo della fede e della teologia si inseriva senza difficoltà nel tempo della storia, storia sacra e storia profana si sposavano, e si poteva pensare al Dio trascendente come partecipante univocamente  alle vicende degli umani, con un prima e un dopo l’Incarnazione del Verbo. L’Universo come lo vediamo noi oggi, coi suoi miliardi di anni-luce e la miriade di mondi, e anche con la possibilità che non sia l’unico Universo, rende impossibile la tradizionale cosmo-teologia, e impone un pensiero audace, che però la Tradizione ostacola. Sicché anche in Werbick sembra che l’Universo su cui Dio esercita la sua signoria sia lo stesso piccolo Universo di Dante, e che il Dio dell’Universo sia solo il Dio della piccola storia degli umani. Inserendo, in qualche modo, la temporalità in Dio, Werbick vi inserisce il piccolo tempo terrestre. Ma che tempo è? E il resto del Cosmo? In tutto il libro, il passo per me più interessante si trova a pag. 460, dove confrontandosi con Nietzsche il teologo tedesco scrive:

«L’avversione ‘apocalittica’ di Dio e della fede a quanto accade in realtà in questo mondo è qualcosa di più di un risentimento, di un rifiuto della nostra vita nello spazio e nel tempo, che è fatta di nascita e di morte, di appropriazione e di dedizione di sé, di far soffrire e di soffrire e che vuole essere affermata in tutte le sue dimensioni? Con Nietzsche molti la vedranno così. Contro Nietzsche alcuni rappresentanti di interessi sanno oggi perciò utilizzare questo ‘argomento’ per le loro strategie: crede nella volontà di Dio colui che non ha il coraggio di accettare  questa vita come la realtà ultima e autentica e chi perciò prende troppo sul serio se stesso, le proprie sofferenze e sacrifici, la propria morte.
La fede dei cristiani nella volontà di Dio, che deve essere fatta contro tutto ciò che è semplicemente il caso e che conduce in ogni caso alla morte, al disprezzo delle sofferenze, alla degradazione dell’uomo,  la fede nella volontà che deve essere fatta al di là di tutto questo è effettivamente l’avversione, la volontà contraria a ciò che è infinitamente privo di volontà, al semplicemente fattuale; o a un non-volere, che non vuole altro che se stesso, partecipare al quale – con-volerlo – non significherebbe altro che sacrificarsi ad esso. E in questo senso la fede dei cristiani è avversione a un essere vittime. Già Nietzsche le ha rimproverato esattamente questo e esattamente per questo le ha intentato il processo morale e storico universale »[…] Ovviamente, neppure qui viene mai citato Girard…

Il bene sia con voi!

Il bene sia con voi!

Il bene sia con voi! è il titolo dello scritto che chiude il libro ononimo di Vasilij Grossman (Adelphi 2011). Ci sono alcuni racconti, e appunto questa narrazione-meditazione sulla breve permanenza dell’autore in Armenia, quando ormai la sua vita si stava avviando al declino. Vi troviamo note tolstoiane, come l’apprezzamento di una semplicità e purezza contadine che è tipicamente russo, e in generale una straordinaria apertura umanistica. Grossman, che nella vita ha molto sofferto, è infinitamente lontano da qualsiasi tendenza nichilistica, e pur conoscendo il male profondo, e la capacità umana di abbracciarlo e diffonderlo, è un credente nel bene, e lo cerca e vede là dove è possibile vederlo, nel chiaroscuro delle vite umane. Riporto due passi che mi sembrano molto belli. Continua a leggere

Céline e il caso delle “Bagatelle”

Céline e il caso delle «Bagatelle»

Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa 2011) è il caso della scomparsa di un libro dall’orizzonte della lettura ma non da quello della discussione. Un caso paradossale, e nell’insieme piuttosto misero e negativo, che non depone a favore del nostro sistema culturale. Riccardo De Benedetti, col consueto acume, svolge una ricerca accurata e ben documentata su di un testo che è stato fatto scomparire, ed un esame rigoroso della sua storia. Con la consapevolezza che i testi maledetti e vietati, sottratti alla possibilità di lettura critica, come lo stesso Mein Kampf, finiscono per sprigionare attorno a sé un’aura fascinosa. Continua a leggere

La più bella del reame

La più bella del reame

Ho parlato del nuovo romanzo di Roberto Michilli (La più bella del reame, Galaad Edizioni 2011) col mio amico Alberto Astolfi. La conversazione registrata e trascritta qui, un po’ disorganica, mi sembra comunque cogliere alcuni nodi. Continua a leggere

Desideri

Desideri

Un romanzo articolato in modo sapiente è Desideri di Roberto Michilli (Fernandel 2005). Quattro diverse storie, con un debole punto di intersezione, dicono quattro desideri di quattro personaggi (cui si dovrebbero aggiungere desideri di figure secondarie). Si tratta di desideri fondamentali, in quanto fondano il senso della vita dei quattro, e il loro soddisfacimento appare loro necessario, nella forma di un aut-aut: o l’oggetto o la morte. Gli oggetti sono differenti, ma esercitano su ciascuno dei desideranti un fascino irresistibile. Un uomo vuole assolutamente riavere la donna amata che gli è stata sottratta: per lei è disposto ad uccidere, e uccide; un altro vuole assolutamente possedere carnalmente una parte bellissima di sua cognata, e per averla è disposto a ricorrere alle arti di una vecchia maga ripugnante, e finisce per accettare la propria morte; un altro ancora vuole assolutamente una casa in campagna, anche se è una casa maledetta, e per essa è disposto ad uccidere, e uccide; una donna vuole assolutamente un uomo che è innamorato di un’altra, e finisce per portare suo marito ad ucciderlo perché lei non soffra più. Tutti i desideri qui portano alla morte, evidenziando una radice metafisica di cui forse lo stesso scrittore non ha piena coscienza. E si tratta di morte per violenza, della quale a loro volta i personaggi non avvertono alcun senso di colpa. Sembra dunque che il desiderio scatenato, sciolto da ogni condizionamento, ab-solutus, annulli ogni residua coscienza del bene e del male. In questo, il romanzo di Michilli è totalmente postmoderno, anche se il suo linguaggio appare abbastanza tradizionale e medio (nel senso di un’aurea, elaborata mediocritas): i suoi personaggi vivono in un quadro di pensiero debole socialmente incarnato, rivelando come la violenza covi sotto ogni relazione umana anche quando non viene tematizzata ed esorcizzata dalle forme sociali della metafisica e della religione.  

22 settembre 2005

La catastrofe

Nel 1959, a 8 anni, ero diventato un lettore accanitissimo dei romanzi di Verne e Salgari che erano stati del mio sconosciuto zio Gaetano, e che giacevano in soffitta. Li avevo sempre in mano, li leggevo e rileggevo, mi facevano sognare.
Mi madre, Teresa Ghedina, era una maestra elementare, e una donna molto pia. Era molto preoccupata dell’educazione dei suoi due figli, e stava in apprensione, temeva che qualcosa potesse deviarci dalla retta via, aveva una costante paura di commettere sbagli e incorrere in disattenzioni. Temeva, per esempio, che subissimo l’influsso di cattive compagnie, e che leggessimo libri non buoni. Così si preoccupò molto del mio leggere in continuazione romanzi di avventura, e un giorno chiamò a casa il parroco, don Gino, perché esaminasse quello che leggevo e decidesse lui se potessi continuare o no. In quei giorni stavo leggendo Cinque settimane in pallone di Verne, con grande entusiasmo. Don Gino si fece consegnare il libro, lo sfogliò, lesse a voce alta una pagina, e guardandomi fisso mi chiese: «Ti piace ‘sta roba?».

Avevo ricevuto un’educazione cattolica Anni Cinquanta, molto pesante e fondata sull’ossessione del peccato e delle sue gravissime conseguenze. Più che di Cristo, al catechismo mi si era parlato del demonio e di tutte le sue incarnazioni attuali: i comunisti, i protestanti e soprattutto i piaceri di questo mondo. In realtà, devo riconoscere che il cappellano, don Carlo, non era molto su questa linea, ma il catechismo lo facevano alcune piissime signore, che terrorizzavano i bambini con storie di peccatori puniti dal demonio, racconti che mi regalarono molti incubi notturni. Insomma, mai avrei voluto contraddire un prete, da cui dipendeva la salvezza della mia anima dal fuoco dell’inferno. Così, alla domanda di don Gino risposi con un tremante «no…». Fu una catastrofe psicologica e culturale, che mi segnò per moltissimo tempo. La mamma fece sparire tutti i libri di Salgari e Verne, e io non presi più in mano un romanzo fino ai miei sedici anni.

Il vecchio pozzo

Il vecchio pozzo, 1970, trad. di B. Ventavoli, Einaudi 2011. Magda Szabó narra la sua fanciullezza. Il vecchio pozzo è quello delle memorie dei tempi lontani, che restituisce una vita che non c’è più. C’è qualcosa che rende così interessanti le memorie private, i ricordi di vite che non assomigliano alla nostra. Un elemento universale, la risalita all’indietro nel tempo, il risorgere nella narrazione di quel che dovrebbe essere morto. Una narrazione che ognuno può fare a se stesso, come se altre orecchie umane potessero ascoltarlo. Una serie infinita di cerchi concentrici, di echi e di rifrazioni.

La conquista del Messico

La conquista del Messico (1571-1521)

Libro affascinante e terribile, La conquista del Messico di Bernal Díaz del Castillo (Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, 1568, trad. it. di E. de Zuani, TEA, Milano 2002) è la relazione di un soldato di Cortés, che da vecchio descrisse gli eventi cui aveva partecipato dal 1517 al 1521, tutte le fasi e le peripezie della conquista del Messico, dell’abbattimento del potere azteco e della distruzione di Tenochtitlan. Eventi inimmaginabili oggi come allora, e capitali per la storia del mondo. Nessun romanzo d’avventure può stargli alla pari, anche perché ciò che appare favoloso è invece realissimo. E, nonostante l’evidente semplicità dell’uomo scrittore, e proprio per questa, il lettore rimane smarrito di fronte alla smisurata audacia di pochi avventurieri valorosissimi e avidissimi, e alla potenza del fato. E si commuove per il destino dell’infelice Montezuma, che pur aveva fatto massacrare innumerevoli persone, e molte volte aveva assaporato la carne umana. Continua a leggere

Il secondo libro

due-anni-di-vacanze-jules-giulio-verneIl mio secondo libro dalla soffitta, nel 1958, fu Due anni di vacanze, di Giulio Verne (come si diceva allora, pronunciandolo così com’è scritto). Anche questo lo lessi molte volte, fino a saperne ripetere a memoria alcuni passaggi. Un naufragio lascia a se stesso su di un’isola selvaggia un  gruppo di adolescenti. La stessa situazione che investigherà Golding ne Il signore delle mosche, con esiti opposti. Qui i ragazzi si organizzano civilmente, come un Robinson Crusoe collettivo. Nel romanzo non c’è neanche una donna, pura avventura maschile, che bello! E questi ragazzi coi fucili, quelli veri, come li invidiavo, io che mi dovevo accontentare del mio Bengala a pallini di gomma… E quei ragazzi erano seri, così seri, che per tutta la mia vita successiva sono stato anch’io una persona seria.