La conquista del Messico

La conquista del Messico (1571-1521)

Libro affascinante e terribile, La conquista del Messico di Bernal Díaz del Castillo (Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, 1568, trad. it. di E. de Zuani, TEA, Milano 2002) è la relazione di un soldato di Cortés, che da vecchio descrisse gli eventi cui aveva partecipato dal 1517 al 1521, tutte le fasi e le peripezie della conquista del Messico, dell’abbattimento del potere azteco e della distruzione di Tenochtitlan. Eventi inimmaginabili oggi come allora, e capitali per la storia del mondo. Nessun romanzo d’avventure può stargli alla pari, anche perché ciò che appare favoloso è invece realissimo. E, nonostante l’evidente semplicità dell’uomo scrittore, e proprio per questa, il lettore rimane smarrito di fronte alla smisurata audacia di pochi avventurieri valorosissimi e avidissimi, e alla potenza del fato. E si commuove per il destino dell’infelice Montezuma, che pur aveva fatto massacrare innumerevoli persone, e molte volte aveva assaporato la carne umana.

 « Partimmo l’indomani mattina da Iztapalapa. L’argine su cui correva la strada era largo otto passi, e tracciava una linea assolutamente retta tra Iztapalapa e Messico. Benché così largo, non riusciva a tenere tutta la gente che andava e veniva da Messico e quelli che erano venuti apposta per vederci; tra tanta folla ci era difficile aprirci un varco. Le torri e i cues erano gremiti di gente, e da tutte le parti del lago accorrevano canoe. Nessuno aveva mai visto cavalli, né uomini come noi.
Noi eravamo ammutoliti tutti, per lo spettacolo che avevamo davanti, e non credevamo ai nostri occhi: grandi città sorgevano sulla terra, e più grandi ancora sul lago. Il lago stesso formicolava di canoe. Ponti e ponti interrompevano l’argine; davanti a noi la grande città di Messico. E noi, meno di quattrocento uomini, pensavamo alle parole della gente di Guaxocingo, di Tlaxcala, di Tamanalco, e agli avvertimenti che avevamo ricevuto. Consideri il lettore se il mio racconto non sia degno di riflessioni: quali uomini al mondo hanno mai mostrato tanto ardire?  » (p. 157)

Ci sono pagine che direi abbacinanti.

«Il giorno appresso ci mettemmo per una strada molto ampia su un argine che conduceva a Iztapalapa, e passavamo di meraviglia in meraviglia vedendo tanti paesi e città, alcune costruite sull’acqua e altre in terraferma, e quel grande argine che portava a Messico, così dritto e piano. Vaste città, edifici, e templi smisurati sorgevano dall’acqua, tutti fatti di pietra, come negli incantesimi della storia di Amadigi. I soldati si domandavano se quello non fosse tutto un sogno. Non sorprenda che io scriva in questo tono: tutto era così meraviglioso che mi mancano le parole per descrivere questa prima visione di cose che non avremmo potuto figurarci neanche in sogno.
Anche i cacicchi di Iztapalapa ci vennero incontro, ci ossequiarono con grande deferenza e ci ospitarono in sontuosi palazzi. Non ne avevamo mai visti d’uguali, costruiti di magnifica pietra, di cedro e di altri legni odorosi, con grandi sale e cortili, tutti ricoperti di belle tende di cotone per il sole: una scena stupenda a vedersi.
Visitato tutto questo, fummo introdotti in un giardino con frutteto, un sito stupendo. Non mi stancavo di ammirare gli alberi diversi, odorare i loro mille profumi, osservare i sentieri persi fra i roseti e gli alberi da frutto locali. Il giardino aveva anche un ingresso sul lago, attraverso cui potevano entrare grandi canoe. Sulla calce bianca e risplendente dei muri intorno risaltavano decorazioni di pietra lavorata, e dipinti, meravigliosi a vedersi. C’erano uccelli di varie specie e varietà, che volavano intorno a un laghetto d’acqua dolce. Ripeto che stetti a lungo in ammirazione, convinto che non si sarebbe mai più scoperta una terra più bella (allora il Perù non si conosceva ancora). E dire che di tutto questo non resta ormai pietra su pietra: tutto è andato distrutto, tutto perduto. »(p. 156)

La bellezza nasce dal sacrificio, sempre. Nel caso degli Aztechi questo è particolarmente evidente. Ma ogni bellezza fondata sulla violenza, cioè quasi ogni bellezza umana, è caduca. E di essa non rimarrà pietra su pietra.

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