Valter Binaghi

Valter-Binaghi-2009

Non ho potuto incontrare Valter Binaghi nel mondo reale, e questo mi dispiace molto. I nostri contatti sono stati solo nell’internet, nel suo blog, nel mio, recentemente in Facebook. Tuttavia posso dire che siamo stati amici. Penso che il modo migliore di onorare la sua memoria sia per me quello di ripubblicare ciò che ho scritto nel 2007 sul suo romanzo più bello.

                                                                                                                                                                                    * * * * * * *

Da novembre mi trovo in congedo, e ho fatto domanda di pensione. Dunque non rimetterò più piede in una classe, e non me ne dispiace affatto. Il mio interesse per le cose di scuola è anche scemato. Non mi sento coinvolto più di tanto, ormai. Per dirla con un certo Commendatore, “non si pasce di cibo mortal chi si pasce di cibo celeste”. E tuttavia ogni tanto bisogna pur tornare al grande Cadavere, se non altro per vedere come si stanno comportando gli insetti necrofagi, che hanno sempre un gran da fare.
Quando esce un libro interessante che in qualche modo tocca la scuola, soprattutto se è un romanzo, ne parlo col mio amico Alberto Astolfi, ormai noto ai pochi lettori di queste Croniche. Questa volta Astolfi non era in Italia, ma la circostanza non mi ha impedito di registrare la lunga telefonata, che qui è trascritta, depurata di ciò che vi è di troppo familiare e personale  (e a volte un po’, per così dire, licenzioso).

Brotto. Caro Astolfi, allora l’hai letto il libro di Binaghi, che ti avevo raccomandato? (1)

Astolfi. Sì, e ho scoperto subito che non è un romanzo leghista, come si potrebbe pensare dal titolo.

Brotto. Ah, quello sicuramente no! Si potrà dire tutto, tranne che sia un libro leghista, anche se…

Astolfi. Anche se?

Brotto. Anche se la più grande questione che il romanzo di Binaghi presenta in sottofondo, ma non tanto in sottofondo, è quella della globalizzazione, sulla quale mi pare che vi sia una fondamentale ambiguità, o forse no, più ostilità che ambiguità. Nel romanzo, intendo.

Astolfi. In realtà, io direi che la stragrande maggioranza degli scrittori in giro per il mondo, compresi quelli che in tutto il mondo sono famosi grazie all’inglese e alla globalizzazione, sono ostili alla globalizzazione, in vario modo. Quindi Binaghi sarebbe uno dei tanti. Non è mica facile trovare un romanziere cui siano simpatici la globalizzazione, la televisione, l’America e Israele…

Brotto. E io trovo interessante il fatto che mentre la scuola italiana ad opera di politici e pseudopedagogisti ha preso la strada della mimesi dei sistemi anglosassoni, la stragrande maggioranza dei docenti italiani non ami l’America, e ne parli male a ogni pie’ sospinto. Senza peraltro avere la forza o l’intelligenza per organizzare una vera ed efficace resistenza a quella deriva. Ma veniamo al romanzo in sé. Come lo trovi?

Astolfi. Scritto bene per quel che riguarda la trama e il taglio delle scene, professionale direi. Si vede che all’autore interessa molto di più il senso della storia che la scrittura, che presenta qua e là qualche… approssimazione.

Brotto. Approssimazione?

Astolfi. Sì, qualche imperfezione, come “l’infinita serie di malversazioni” cui il protagonista era stato sottoposto da piccolo (pagina 35), o la “idea che tutto deve c’entrare con tutto” a pagina 235. Sono cose che possono capitare, anche Goethe scrivendo incorreva in qualche lapsus, però è proprio qui che si verifica lo stato dell’editoria: tanti editor che fanno e disfano (dei cui gusti ci dovremmo fidare, e chissà poi perché) e nessuno che riveda i testi per correggere le cosette sbagliate. Magari ti fanno tagliare trenta pagine o anche più (che al lettore potrebbero piacere, chissà) e lasciano gli errori di lingua. Del resto, oggi tutti i giornalisti televisivi diconometereologiche o accellerare, no? L’approssimazione è nello spirito dei tempi, e compensa il rigore delle scienze dure, che tengono in piedi il sistema.

Brotto. Ma sul libro in generale che mi dici?

Astolfi. A me è piaciuto molto. Un romanzo che nasce da uno sforzo del pensiero, dalla fatica del concetto. Non capita spesso nella narrativa italiana. Binaghi pone al lettore molte questioni. Ha l’ambizione, credo, di indurlo a riflettere, a porsi domande radicali, e a prendere anche posizione. In questo senso sarebbe riduttivo considerare il Bonetti semplicemente un noir… Anche se comincia con la sparizione di una bambina, e con il ritrovamento di un neonato morto nella pancia di un mostruoso pesce siluro, e a pagina 73 ci sono già quattro morti e altri se ne aggiungono in seguito, questo testo tende più al romanzo di idee che al noir. Ne fa fede l’elenco di libri in qualche modo importanti per la narrazione che Binaghi ci presenta alle pagine 408 – 410. Sono 64 titoli.

Brotto. Tra i quali mi compiaccio di annoverare due opere di René Girard. Tu sai quale sia la mia interpretazione del genere noir, caro Astolfi?

Astolfi. Sì, secondo te il noir si lega alle condizioni di una società che avverte imminente il pericolo della dissoluzione (2).

Brotto. Il noir di questo pericolo tratta, secondo me, anche se quasi sempre lo scrittore di questo genere non ne è consapevole. Nel noir di idee che è  il Bonetti di Binaghi, il tema della dissoluzione della società è al centro, e potremmo dire che tutta la trama sia un ragionamentoe un’indagine sulle cause della dissoluzione. Questo tuttavia non è uno di quei romanzi verbosi e privi di azione che sono così caratteristici del Novecento, ma unisce la parola (i personaggi parlano molto nel libro) all’azione (i personaggi agiscono molto). C’è equilibrio tra le due sfere, cosa alquanto rara. Personalmente, sono anche contento di aver letto un romanzo in terza persona…

Astolfi. Conosco i tuoi gusti, caro Brotto. Eccoci al punto: la dissoluzione della società. In questo romanzo non è presentata come incombente o in atto, punto e basta, come un dato naturale, quale appare in molti noir. Binaghi ne investiga le cause. E quello che le espone con foga apocalittica e con passione intellettuale (e penso che vi si rispecchi una parte dell’anima dello scrittore) è frate Remigio, amico di Bonetti, e combattente contro le forze del male che operano nella Rete e mediante la Rete.

Se hai il libro sottomano, va’ a pagina 84.

Bonetti si schiarì la voce, consapevole dell’enormità di quanto stava per domandare: «Le pare possibile» chiese «che ancora oggi si celebrino sacrifici umani?».

L’altro lo guardò gravemente e annuì, senza esitazione. «Non solo è possibile,» disse «ma a certe condizioni è addirittura inevitabile».

«Ma che dice?».

«Conosci la storia antica? Popoli, civiltà, faticosi progressi dalle caverne alle piramidi. Ma la stirpe di Caino è corrotta, e con la ricchezza crescono invidie, ambizioni smodate e lotte intestine che minacciano la comunità fino alla distruzione. Chi ridà alla polis la compattezza, la capacità di superare i conflitti e resistere nel tempo? Il nemico esterno, certo. Ma in tempo di pace? Il capro espiatorio! Il colpevole da condannare, il lebbroso da espellere, o l’innocente da sacrificare agli dei falsi e bugiardi. Ecco l’orrenda verità: lo splendore delle civiltà germoglia dai cadaveri, e la più bella delle città troneggia su un segreto inconfessabile. Ricordi il Minotauro? Il più mostruoso dei miti greci era ambientato in un’isola meravigliosa, ricca e felice: ma il bel palazzo di Cnosso, con fontane e donne danzanti, nel sotterraneo celava l’orribile segreto, il mostro partorito da una regina degenere, che chiedeva il sacrificio annuale di sette giovani e sette fanciulle. Questa è l’antichità che qualcuno ancora oggi si ostina a idealizzare, e da cui Cristo ci ha liberati». .

«L’antichità, appunto, ma ne è passato di tempo da allora…».

«Quando di Cristo si vuol fare a meno, ritorna l’orrore antico. Il nazismo non è stato forse un paganesimo esplicito, fino al rito ancestrale del capro, l’olocausto di un intero popolo? Sconfitto, certo. Ma oggi, la nostra meravigliosa democrazia consumistica non sopravvive grazie al sacrificio dei più deboli, quelli che non hanno nemmeno una voce per piangere? Parlo di ciò che si consuma nel mattatoio sterile delle cliniche, in nome della qualità della vita e dell’illuminismo liberale!».

«E come entra Satana in tutto questo?».

«È il suo capolavoro. È lui che persuade all’omicidio, perché è omicida fin dall’inizio. Prima di tutto perverte la beatitudine in benessere: qualcosa che è legato alla ricchezza, e porta gli uomini a competere per averla».

Qui io vedo il nucleo concettuale più importante del romanzo, su cui Binaghi sviluppa il suo ragionamento mediante la trama: un nucleo decisamente girardiano, non ti pare? Mi viene in mente qualche pagina del libro di Giuseppe Fornari Tra Dioniso e Cristo. (3)

Brotto. Sono d’accordo, anche se forse Binaghi tende a mettere un po’ troppa carne al fuoco, col rischio che il lettore digiuno di teoria filosofica, sociale e religiosa si trovi un po’ smarrito. Però meglio troppo che troppo poco, a mio giudizio. C’è anche il rischio che il lettore non si ponga la questione del male così come dovrebbe…

Astolfi. Cioè?

Brotto. Cioè vedendolo in tutti. Almeno come possibilità, come tensione. Il personaggio Runo, che è il vero villain della storia, appare privato di ogni umanità, incarna il male in modo totale, senza residui. È un mostro assoluto, in qualche modo mi ricorda certi eroi tutti negativi di Cormac McCarthy. Quindi tende a diventare a sua volta capro espiatorio. Il lettore può essere indotto a pensare che persone del genere debbano essere eliminate, che la società debba espellerle.

Astolfi. Sì, tuttavia qui il problema è proprio la società. Come dici tu, si tratta di una società in disfacimento, in cui nuove pseudo-religioni hanno preso il posto dell’antica religione cristiana, vige una sorta di anarchia dei desideri e di culto del corpo che possono condurre a pratiche abominevoli. L’antico ordine sacrificale è caduto, e invece di generarsi un nuovo ordine non-sacrificale, cioè cristiano, si produce un caos. Violenza potenzialmente indifferenziata. Una società in cui tutte le differenze tendono a cancellarsi, anzitutto quella tra il divino e l’umano. E mi sembra dunque legittimo affermare che questo libro ha anche un carattere teologico. Se è vero quello che tu hai sempre sostenuto del peccato originale come dell’abbandonarsi degli umani al desiderio satanico della cancellazione della differenza tra il divino e il non divino.

Brotto. Satana è contraddittorio, come i Vangeli mostrano. Ma non vuole, ovviamente che la sua contraddizione intrinseca traspaia. Perciò ogni discorso umano che presenti Satana come non-contraddittorio gli fa, in realtà, un favore. Perché Satana sa che la sua contraddizione è la sua debolezza. Uno dei più grandi nell’ostensione di questo aspetto del Diabolos, che non può essere divisore se non in quanto in sé diviso, è Dostoevskij. Dopo i Demoni, ogni libro che non presenti il malvagio ad immagine di Stavrogin contiene una qualche menzogna.

Astolfi. E qui?

Brotto. Questo romanzo è affascinante proprio perché Binaghi si espone a pericoli mortali. Corre il rischio di fare del mundus imaginalis, che è il doppio della realtà che vive nella Rete e incide sulla realtà stessa modificandola, un prodotto del demonio. Che qui diventa legione, e ordisce trame che la trama del romanzo evoca e suggerisce innumerevoli. Pure, non credo che Binaghi sia un adepto della teoria della cospirazione. Semplicemente, anche questa prospera nel mundus imaginalis, e, del resto, è anch’essa una manifestazione della ineludibile tendenza umana a trovare sempre responsabili, capri espiatori e vittime sostitutive.

Astolfi. Dunque, siamo d’accordo che è un gran bel romanzo, corposo e sostanzioso. Devo dire che qualcosa mi riporta a Scirocco, di Girolamo de Michele, pur nell’impianto ideologico assai differente: la lotta condotta da irregolari ed emarginati positivi contro forze cospirative ben inserite nella società e potenti. Però Scirocco è un testo molto più debole concettualmente, e manca di problematicità autentica. Qui gli irregolari positivi sono il protagonista Bonetti, un cronista di provincia  dalla vita familiare ovviamente fallimentare, che ama una prostituta bosniaca e adotta il figlio di un’altra prostituta, e un frate molto particolare e fuori degli schemi, cui si può aggiungere una strana figura di insegnante che ha abbandonato la cattedra e vive esibendosi alle fiere con cani addestrati.

Brotto. Eccoci alla scuola, dunque! Nell’economia del romanzo un ruolo importante è quello di un giovane satanista chiamato Gotico, sul cui passato Bonetti indaga. Le ricerche lo portano agli anni dell’adolescenza di questo criminale, e alla scuola che ha frequentato. Viene alla luce un rapporto intenso tra il ragazzo e un professore (che richiama subito alla memoria quello tra il protagonista de Il sopravvissuto di Scurati e il suo allievo prediletto) (4), e alcune pagine, più o meno dalla 282 alla 305, se non sbaglio, narrano incontri tra Bonetti e persone della scuola, in particolare con un maturo insegnante di materie classiche, una professoressa quarantenne ex allieva di questi, una insegnante che ha una figlia disabile, e un preside in pensione. Da questi incontri emerge la condizione attuale della scuola: un disastro, soprattutto per gli insegnanti.

Astolfi. E anche Binaghi è un insegnante.

Brotto. E si vede. Solo un insegnante può cogliere così acutamente la realtà vera della scuola.

Astolfi. Penso che possiamo ricavare molti dati, da questa pagine. Impressionanti. Anzitutto il rapporto precario tra processi educativi e senso della legge. Il ragazzo destinato a diventare il satanista Gotico, mentre frequenta la scuola media compie una serie di atti vandalici e crudeli. Risultato? A pagina 283:

Questi fatti ripetuti avevano spinto i carabinieri a promuovere un’indagine, anche perché voci diffuse indicavano come responsabili della barbarie alcuni alunni della scuola media, ma l’indagine era finita prima di cominciare. Interpretando l’omertoso perbenismo della piccola borghesia locale, la preside dell’istituto si era opposta ad ogni interrogatorio dei suoi studenti in quanto « trattasi di fatti esterni alla scuola, quindi non di competenza ».

Brotto. Vedi, caro Astolfi, qui in Italia la prima preoccupazione di un Dirigente scolastico non è mai di natura etica, e nemmeno civica: il Dirigente pensa anzitutto al buon nome della scuola, e i suoi concittadini non alla giustizia, che invocano solo se si traduce in vantaggi per loro, ma al buon nome della città o paese. Naturalmente questa ipocrisia è percepita perfettamente dai giovani, che ne sono educati. Le scuole sono tutte in buona sostanza delle scuole di ipocrisia. In questo funzionano perfettamente.

Astolfi. Una figura patetica che Bonetti incontra è quella del classicista prof. Romeo Alberici, trasferitosi da poco in quel liceo di provincia dal prestigioso Parini di Milano, autore di una traduzione di Tacito. Potrebbe essere una macchietta, e invece è una figura tragica, in cui si incarna l’insostenibilità del ruolo di insegnante nella scuola odierna. Soprattutto di quello di discipline classiche. A pagina 285:

Uno spettro si aggira per l’Europa: il classicista.

L’unico diseredato nell’epoca degli eroi per un giorno, che glorifica la sciampista e il borgataro nei reality show. Lui è il più sfigato di tutti: per tutta la vita ha snobbato la cronaca perché aveva scommesso sulla sempiterna gloria della Forma, ma era solo quella di una statua greca. Sbriciolata, ahimè, dalla nuova estetica al silicone.

Gli studenti lo detestano e lui si vendica appioppando decine di versi dell’Eneide a memoria, versione Annibal Caro. Il minimalismo in letteratura gli dà l’orticaria ma, se proprio volete mandarlo in bestia, ricordategli l’Iliade di Baricco, purgata dagli dei.

Mi pare chiara la situazione di impotenza del professore vecchio modello. In quanto non può essere affatto un modello, né modelli possono essere i personaggi e gli stili delle scritture che egli offre ai giovani allievi. Della propria impotenza egli è altamente consapevole, ma non è in grado di intraprendere, e nemmeno di pensare, nulla che possa rompere la gabbia in cui si trova.

Brotto. Sono perfettamente d’accordo. Gli insegnanti come Alberici, cui mi sento vicino per alcuni versi, anche se non ho mai avuto alcun problema nei rapporti con gli allievi, e sono estraneo allo spirito della vendetta, vivono tra risentimento e senso dell’impotenza, si consumano così, amaramente. In alcuni giudizi Alberici  mi sembra lucidissimo. Alle  pagine 285 e 286:

«Capisco» disse alla fine. «Lei viene qui per scoprire quanto la scuola abbia potuto influire su un soggetto come quello, o se almeno ha diagnosticato la malapianta dal virgulto. Tempo perso, caro signore. È da molto che la scuola ha perduto influenza e autorità sui giovani».

«Ma ci passano pur sempre almeno cinque anni della loro vita, no?».

«Certo. Li parcheggiano qui perché non sanno dove metterli. Ma non è qui che avviene l’addestramento del cittadino consumatore».

«Be’, già che ci sono potete provare a educarli…».

«Educare è un termine, come direbbero loro, giurassico. Significa aiutare qualcuno a diventare il meglio di ciò che può. Presuppone un concetto normativo di cultura, un complesso di valori incarnati in un modello a cui tendere, come i principi guerrieri di Omero, il santo e il cavaliere medioevale, il gentiluomo del XVII secolo. L’epica lo esalta, la tragedia ne coglie la grandezza morale, la commedia gli contrappone l’indole più ferrigna del senso comune, ma è l’orientamento del costume che dà alla letteratura la sua efficacia. Tutto finito».

«E perché?».

«Si guardi intorno, giovanotto. Vede qualcosa che somigli alla grandezza e possa sopravvivere fuori dai libri di scuola?».

Il principio di autorità venuto meno, l’educazione che non ha più senso nel momento in cui le classi dirigenti e coloro che appaiono aver conseguito il successo (televisivo, anzitutto) esibiscono comportamenti amorali o immorali… Perché i ragazzi dovrebbero leggere libri che non li confermano nelle loro tendenze, che non li gratificano immediatamente? Una insegnante più giovane, e in linea evidentemente con l’idea della scuola che cambiaribatte:

«Se si vuol farli leggere bisogna partire dai loro linguaggi, dalle loro esperienze…».

«Ma quali esperienze?» sbottò il classicista. «Crescono col video davanti agli occhi e le cuffie nell’orecchio. Per loro Giulio Cesare, Gambadílegno e Saddam Hussein sono puntate diverse dello stesso telefilm, e voi mettete il coperchio sulla loro stupidità, affannandovi a orecchiare i loro gerghi e togliendo dai programmi qualsiasi cosa che possa riuscirgli ostica!».

La professoressa avvampò, si morse le labbra.

Porre l’allievo al centro, come vuole la Pedagogia dominante, si traduce necessariamente in accoglimento dell’allievo come egli è. Perché dovrebbe diventare migliore? Se manca un’antropologia condivisa, e ogni visione dell’uomo ha la stessa dignità, a cosa dovrebbero essere educati gli allievi? Alla convivenza e all’integrazione culturale, ti risponderanno. E che cosa mi farà distinguere ciò che è bene e ciò che è male in me, nella mia cultura, e nelle culture altre? Forse il Mercato, il dio del nostro tempo?

Astolfi. Vorrei dire che anche per gli estensori dei programmi scolastici che hanno cambiato il modo di insegnare la storia, a cominciare dalle elementari, in fondo Cesare e Saddam sono la stessa minestra. Il senso storico, un tempo, veniva alimentato anzitutto dalla affabulazione della storia stessa, all’inizio delle elementari (non è un caso che i bambini chiedano che gli si racconti una storia). Adesso li fanno ragionare astrattamente su causa ed effetto, e altre cavolate del genere.

Brotto. Sottoscrivo quello che Alberici dice a pagina 287:

Per i più squadrati e resistenti è pronta la nuova bibbia aziendalista: inglese, informatica e impresa, cioè l’addestramento al pensiero unico. E il “Progetto Qualità”, gli unici soldi veri che si sono spesi negli ultimi dieci anni, a parte i computer: standardizzazione della modulistica, nel più totale disinteresse di ciò che si insegna.

Infatti, se mi dimostrassero che gli allievi che escono oggi dalla scuola sono di qualità migliore di quelli del 1986, come la nuova Bravo è meglio di una Regata, mi inchinerei alla logica dei bollini blu e dei progetti qualità, ma ritengo che purtroppo le cose non stiano così, e che si siano dilapidate risorse inquadrando falsi bersagli e sprecando forze preziose. Diciamo che le pagine sulla scuola di questo romanzo che non è un romanzo di scuola,sono davvero illuminanti. Fioroni e molti altri dovrebbero leggerle e meditarle.

Astolfi. Ma nella tua interpretazione del genere noir, queste pagine hanno un senso ulteriore rispetto ad una denuncia del degrado e del fallimento, che troviamo in molti romanzi di scuola (Mastrocola, Mattei, ecc.)?

Brotto. Credo di sì. Se teniamo presente che il noir è un genere che narra il disfacimento della società, il venir meno delle differenze, col terrore e la violenza che sono legati a questi processi, queste pagine acquistano un senso particolarmente forte. Infatti è nei sistemi scolastici che si fondano le differenze, che la società inserisce i giovani gradualmente entro il suo ordine, che è e non può essere altro che un ordine delle differenze. Ma la scuola di oggi è divenuta un luogo dell’annullamento di ogni differenza (tra i generi anzitutto, poi tra chi studia e chi no, tra i bravi e i non bravi, tra i giusti e gli ingiusti, ecc.). E poiché l’annullamento delle differenze conduce necessariamente alla violenza, non deve destare meraviglia il fatto che essa, nella forma del cosiddetto bullismo, stia iniziando a scatenarsi nella scuola stessa. Lo stupore di coloro che si indignano per gli allievi e le allieve che fanno i bulli e le bulle deriva dal loro essere ingenui e ciechi. In altre parole, dal loro essere ignoranti.

Astolfi. Caro Brotto, mandiamo il libro di Binaghi al Ministro Fioroni?

Brotto. Ho scoperto un torrentello a pochi minuti da casa mia, in cui ci sono cavedani e trote fario. Adesso ci vado, a provare la mia nuova canna da spinning. Magari domani…  Alla prossima, caro Astolfi, e salutami il Maine. Spero di venirti a trovare, prima o poi.

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  1. I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano, Sironi, Milano 2007.
  2. Vedi DUE LIBRI 63, a proposito di Né padri né figli di Osvaldo Capraro http://www.bibliosofia.net/files/DUE_LIBRI_63.htm

       DUE LIBRI 64, a proposito di Nordest di Massimo Carlotto e Marco Videtta  http://www.bibliosofia.net/files/DUE_LIBRI_64.htm

      DUE LIBRI 65 a proposito di Scirocco di Girolamo de Michele http://www.bibliosofia.net/files/DUE_LIBRI_65.htm

      DUE LIBRI 68 a proposito di Cattivo sangue di Franz Krauspenhaar  http://www.bibliosofia.net/files/DUE_LIBRI_68.htm

  1. Vedi http://www.bibliosofia.net/files/DUE_LIBRI_10.htm
  2. Vedi http://www.bibliosofia.net/files/CRONICA_33.htm

 5 aprile 2007

 SCUOLA E NON SCUOLA

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2 thoughts on “Valter Binaghi

  1. Ciao Fabio. Non e’ che una sciocchezza: mesi fa chiesi a Valter di indicarmi un blog tra un milione da leggere. Mi rispose immediato: ‘Brotture’. Non mi disse molto sui motivi del suo ‘consiglio’, e comunque forse non me li ricorderei, ma ho pensato ora che non ti sarebbe dispiaciuto saperlo. Magda G. C.

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