L’io e il mondo

Marco Santagata, L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante, il Mulino 2011. Una lettura sostanziosa, per gli amanti del Poeta. Una interpretazione della sua figura in cui l’uomo e lo scrittore sono, come per Dante è massimamente giusto, posti nella loro relazione vitale, stretta, nella loro intima fusione. La vita riversata e interpretata nell’opera e per l’opera dallo stesso Dante. Santagata guida il suo lettore in un percorso che dalla Vita Nova va alla Commedia, e ne esce infine una visione dialettica: il sommo egocentrismo di Dante, il suo porre la piccola esperienza della propria vita al centro della rete dei significati del mondo umano, è esattamente quello che gli consente il massimo di universalismo che un poeta abbia mai potuto esprimere. Idea magnifica, suggestione potente: quasi che la concentrazione di tutte le energie intellettuali e psichiche di Dante su di sé, piccolo punto dell’universo, abbia dato luogo al Big Bang della Commedia.

Obbedienza e libertà

Obbedienza e libertà. Critica e rinnovamento della coscienza cristiana

Vito Mancuso scrive molti libri, ha un grande successo, i suoi articoli compaiono in un giornale della borghesia laica di sinistra, piace ai laici (qui uso il maledetto termine laico nei suoi due sensi), è detestato dai cattolici tradizionalisti. Non sono tra questi, e il successo di Mancuso non suscita in me alcun risentimento. Il suo ultimo lavoro è questo Obbedienza e libertà (Fazi 2012).  A suo tempo ho scritto una critica di quello che ritengo tuttora il libro più importante di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, e dissento da alcune delle idee principali di questo teologo, e tuttavia ritengo che meriti molta attenzione. Mancuso è anzitutto un teologo che non è un prete, e questo da noi è cosa abbastanza rara. Inoltre è uno che si esprime con libertà su temi di fondo, è questo tra i cattolici italiani è cosa ancor più rara. Che poi Mancuso possa essere ritenuto senza problemi un cattolico tra tanti, questo non mi appare certo. Io lo vedo decisamente eterodosso, e mi piacerebbe che le sue posizioni suscitassero un vivace dibattito nella Chiesa italiana, con una libera partecipazione di chierici e laici, ma questo non avviene. Non avviene perché il laicato cattolico da sempre non si esprime sulle questioni di fede, avendo delegato il pensiero alla classe sacerdotale, che costituisce a sua volta una struttura autoritaria, che non ama il dibattito e intende il dialogo solo come strumento. E con questo io stesso mi colloco tra gli eterodossi e i critici della Chiesa cattolica gerarchica e papista, come sono in realtà da sempre. Continua a leggere

Primule & passeri

Tutti gli anni, a febbraio, nel mio giardino nascono le primule. E tutti gli anni non ne posso godere la vista, perché i passeri, famelici dopo le asprezze dell’inverno, le divorano rapidamente. Quest’anno, invece, per la prima volta la fioritura delle primule è rimasta intatta. Nel mio giardino sono passati uccelli di varie specie, compreso un beccamoschino, che non avevo mai visto, ma nessun passero. E anche ora non avverto il suono delle loro risse. A pochi chilometri da Treviso, a Casale sul Sile, i passeri ci sono. Pare tuttavia che questo uccello sia in diminuzione in tutta Europa, senza che ne sia chiara la causa. Continua a leggere

Sotto il ghiacciaio

Sotto il ghiacciaio

Sotto il ghiacciaio (Kristnihald undir Jökli, 1968, trad. it. di A. Storti, Iperborea 2011) piacque moltissimo a Susan Sontag, un cui testo è qui collocato come postfazione. Il discorso della Sontag è interessante, ma non mi persuade circa il fatto che questo sarebbe un capolavoro. Il Laxness che mi piace è quello epico di Gente indipendente, non questo, in cui vedo un eccesso di intellettualismo, la voglia di fare un discorso programmatico sulle religioni e il loro senso nella contemporaneità. Infine, non trovo in esso nemmeno la comicità di cui scrive la Sontag. Il personaggio che scrive in prima persona nel romanzo è l’inviato del vescovo d’Islanda, che viene mandato in questo luogo remoto a nord, sotto il Ghiacciaio, dove il pastore sembra comportarsi non propriamente da cristiano. Deve stendere un rapporto oggettivo sulla condizione del cristianesimo in quei luoghi. Egli, anonimo emissario del vescovo, si nomina Emve, e mi pare una di quelle tipiche coscienze deboli e vuote che abbondano nella fauna romanzesca novecentesca. Nella finzione, lo scritto è la sua relazione. Tutti gli altri personaggi oscillano tra il realistico e il simbolico, ma sono poco convincenti, come i loro dialoghi che sfiorano continuamente il non senso. Nel romanzo inoltre c’è di tutto, dalla fantascienza ai fantasmi, ed è troppo. Continua a leggere

Terra di uomini liberi

Terra di uomini liberi

Slobozia (terra di uomini liberi) si chiama il paese sepolto nella grande foresta, in cui si svolge la cupa storia narrata da Liliana Lazar (Terre des affranchis, 2009, trad. it. di S. Fornasiero, Tropea 2011). In una Romania in cui il cristianesimo deve fare i conti da un lato col regime criminal-comunista di Ceausescu e dall’altro con le ancestrali tradizioni pagane, con tutto il loro corteo di capri espiatori e credenze legate alla violenza e alla morte. La credenza nei moroï è  quella più forte e operante, e nel romanzo della Lazar assume un valore simbolico importante e svolge una funzione narrativa primaria. I moroï sono morti inquieti, che non hanno raggiunto l’aldilà, e infestano il mondo dei vivi, una sorta di zombie-vampiri assetati della vita da cui sono stati espulsi. Il protagonista principale è un assassino seriale, che mi ricorda certi personaggi di Cormac McCarthy, ma la prima tematica di fondo del libro è quella della redenzione, del singolo e della collettività. Si tratta di una redenzione possibile, ma nient’affatto certa. La seconda tematica è quella della latenza e del nascondimento: di persone, di identità, di significati. L’oscurità misteriosa e la luce inquietante di un lago cui pochi osano accostarsi, chiamato la Fossa dei Leoni (Daniel è il nome dell’eremita che abita vicino alle sue sponde), è lo sfondo primordiale di tutti gli eventi, sacro e affamato di vite umane. La storia è sacrificale al massimo grado, la Lazar al primo romanzo è già scrittrice sapientissima e potente.

La felicità del testimone

La felicità del testimone

La cosa che più mi piace nel nuovo romanzo di Elisabetta Liguori (Manni 2011) è la protagonista, l’assistente sociale presso il tribunale dei minori, Concetta. Mi piace perché non ha nulla che l’assimili al tipo comune della donna dei romanzi, che è fondamentalmente una proiezione del desiderio maschile, anche quando vi si sottrae o si oppone ad esso – come un negativo fotografico. Infatti le donne nei romanzi sono quasi sempre belle e giovani e desiderabili (desiderabili lo sono anche quando non più giovani, come in Galline). E dietro questa desiderabilità si cela il loro statuto vittimario. Qui invece abbiamo una donna pienamente cresciuta e consapevole. Non bella, però, e anche grassoccia: non è un oggetto di desiderio, ma non è nemmeno una vittima.  Continua a leggere

La croce e il potere

La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori

Una lucida analisi storica, che ripercorre i primi secoli del Cristianesimo, cercando di comprendere i motivi per cui una fede di perseguitati è potuta diventare (anche) una religione di persecutori. L’opera di Giovanni Filoramo La croce e il potere (Laterza 2011) è affascinante, e unisce rigore accademico ad una grande chiarezza espositiva.
L’intreccio religioso-poltico determinatosi con Costantino e i suoi successori, con la centralità del tema dell’eresia, è un argomento di riflessione permanente, non solo perché il rapporto Chiesa-Stato è sempre problematico, specie in Italia, ma anche perché – cosa di cui giustamente Filoramo, che è uno storico, non si occupa – fa  emergere con prepotenza il tema del relativismo. Se infatti posizioni sul trattamento degli eretici come quella di Agostino e di molti altri teologi e Padri della Chiesa debbono essere giudicate come relative al tempo loro e non dotate di un valore extratemporale, allora bisognerebbe concludere che il fedele non può essere vincolato in modo assoluto da un pensiero soggetto a divenire differente nel tempo. Se la repressione dura di ciò che la parte maggioritaria o più influente della Chiesa ritiene eresia non può essere soggetta a valutazione e negoziazione ma si pone come assolutamente doverosa nel 402 dC, come può essere che oggi venga compresa tenendo conto dello spirito di quei tempi, ecc.? Certo, laicamente non si può non farlo, ma allora come evitare che quelli che oggi vengono proclamati come valori non negoziabili, siano percepiti come non assolutamente cogenti, non sottratti ad una riserva di relatività? Continua a leggere

Galline

Galline. Amore, amicizia, sesso e tradimento... e 50 splendidi anni

L’autorappresentazione di una classe sociale, di un gruppo, di un settore della società è sempre interessante. In Galline di Silvia Bergero (Rizzoli 2011), un romanzo che mette in scena un gruppo di cinque amiche della medio-alta borghesia milanese (età dai 49 ai 57 anni), troviamo appunto un’autorappresentazione collettiva. Quello che viene rappresentato è la coscienza di sé delle attuali cinquantenni della borghesia benestante. Sono professioniste, mogli di amministratori delegati, donne senza alcun problema economico, indipendenti, ovviamente con qualche lacerazione che può sfiorare la tragedia, a volte, ma senza raggiungerla mai. Vivono nella sostanziale accettazione del quadro socio-culturale in cui sono inserite, seguendo la moda, di cui sono sempre informatissime, tra shopping, mostre d’arte, viaggi, week-end al mare e ai monti, e lavoro ben retribuito. La Bergero scrive con leggerezza, e il quadro che ne esce è sostanzialmente ottimistico: sia per le cinque amiche come singoli soggetti, sia per la loro classe sociale. Gli elementi di disturbo (ad un certo punto finiscono dentro una rivolta a sfondo etnico in un quartiere di Milano popolato da immigrati) non sembrano scalfire la loro visione del mondo. Le loro inquietudini riguardano soltanto la propria realizzazione personale, e al massimo i loro rapporti di amicizia. Da questo punto di vista il quadro dipinto dalla Bergero è perfetto.

Il fiume dell’oppio

Il fiume dell'oppio

Sono 582 pagine che aggiungendosi a quelle del primo romanzo della trilogia di Amitav Ghosh fanno più di 1000. Dal Mare di papaveri scende Il fiume dell’oppio (River of Smoke, 2011, trad. it. di A. Nadotti e N. Gobetti, Neri Pozza 2011). In realtà, questa è la seconda parte di un romanzo gigantesco, che è un romanzo storico molto particolare, perché è anche una narrazione del nostro presente: lo sfondo è quello delle Guerre dell’oppio e della globalizzazione ai suoi inizi ottocenteschi, quando la rete dei commerci e degli scambi internazionali configurava già un Mercato mondiale, con i suoi tremendi squilibri. India, Occidente, Cina. La scena degli eventi narrati è la città di Canton, con la sua piccola comunità di occidentali che vive nella propria enclave, una comunità di soli maschi. Come nel primo capitolo della trilogia, la struttura del romanzo è complessa, ricchissima di personaggi e caratteri. Nessuna semplificazione, estremo rigore nello studio di usanze, oggetti, abitudini, pratiche ed eventi. Alla marea dei papaveri e del loro prodotto fa da contraltare l’attività appassionata di due botanici affascinati dalla straordinaria ricchezza della flora e della floricultura cinesi. La camelia aurea che hanno visto dipinta e che ricercano in tutti i modi, è forse il simbolo di un Bene a cui gli umani sembrano preferire il Male. Alla fine si viene a scoprire che quella camelia nella realtà non esiste. Esiste solo nella rappresentazione. Che sia un grado superiore di esistenza?